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Agenzia: diritto alla provvigione per affari conclusi direttamente dal preponente

2 Aprile 2009 - Autore: Avvocati Plenteda e Maggiulli (www.plentedamaggiulli.it)


Fonte: www.plentedamaggiulli.it

(Cassazione Civile, Sezione Lavoro, Sentenza n. 3700 del 16/02/2009)

 

L'agenzia è il contratto con il quale una parte, l'agente, assume stabilmente l'incarico, verso retribuzione, di promuovere per contro dell'altra, il preponente, la conclusione di contratti in una determinata zona.

Il diritto di esclusiva è un elemento naturale del contratto di agenzia e riguarda tanto il preponente, il quale non può valersi contemporaneamente di più agenti per la stessa zona e per lo stesso ramo di attività, quanto l'agente, il quale non può assumere l'incarico di trattare nella stessa zona e per lo stesso ramo gli affari di più imprese in concorrenza tra loro.

Il preponente viola il diritto di esclusiva allorché, per la conclusione degli affari nella zona assegnata al proprio agente, si avvalga dell'attività di un altro agente.

Per altro verso, nei termini e alle condizioni stabilite dall'art. 1748 c.c. ovvero nella specifica clausola contrattuale che sia stata all'uopo inserita nel contratto di agenzia, il preponente viola il c.d. patto di esclusiva anche qualora, nella zona assegnata all'agente, concluda gli affari direttamente con i clienti.

In tal caso, l'agente matura comunque il diritto alla provvigione e può, pertanto, agire in giudizio per ottenere la condanna del preponente al pagamento.

L'onere della prova nel giudizio avente ad oggetto il pagamento delle provvigioni per gli affari conclusi direttamente dal preponente, deve così essere distribuito:
- compete all'agente provare la sussistenza di contratti conclusi direttamente dall'agente e la loro esecuzione
- compete al preponente provare l'inefficacia dei fatti provati dall'agente.

Secondo la Corte di Cassazione:
- la prova che incombe all'agente non può reputarsi raggiunta per effetto della mera dimostrazione del numero dei clienti e del periodo di riferimento, ma postula anche la dimostrazione degli specifici affari conclusi e la loro entità economica;
- l'onere probatorio posto a carico preponente può affermarsi solo dopo che l'agente abbia fornito la prova di sua competenza, nei termini appena specificati.

TESTO DELLA SENTENZA

(omissis)

MOTIVI DELLA DECISIONE

I due ricorsi, in quanto avverso la stessa sentenza, devono essere riuniti.

Il F. denuncia omessa e insufficiente motivazione (primo motivo) e violazione e falsa applicazione dell'articolo 2697 cod. civ. (secondo motivo). Trattando unitariamente le censure, lamenta che il giudice del gravame ha dato una risposta "semplicistica ed incompleta" ai rilievi e alle deduzioni svolte con l'appello, omettendo di considerare la documentazione prodotta dalla società al fine di determinare la media delle differenze sulle provvigioni spettanti nella misura di lire 366.600.000 ed anche il comportamento della preponente, la quale non aveva mosso contestazioni specifiche sulle richieste da lui avanzate. La sentenza impugnata ha erroneamente determinato la percentuale per il calcolo delle provvigioni nel cinque per cento, anziché nel sette per cento, e non ha evidenziato "con esattezza i motivi e parametri sui quali fondare il proprio giudizio di equità", condividendo il giudizio anch'esso immotivato del primo giudice. Sostiene che la società aveva in sostanza ammesso "l'entità dei contratti da essa stipulati in violazione del patto di esclusiva e, quindi, i relativi importi richiesti in ricorsi, non contestando, specificamente, la documentazione e gli importi chiesti e, soprattutto, non fornendo la prova dei fatti sui cui l'eccezione si fonda".

L'unico motivo del ricorso incidentale denuncia violazione e falsa applicazione dell'articolo 416 cod. proc. civ., articoli 2504 e ss. e 2943 cod. civ. in relazione all'articolo 112 cod. proc. civ., nonché vizio di motivazione. Critica la sentenza impugnata, perché, pur avendo ritenuto che nessun effetto poteva esser attribuito alla notificazione dell'appello, in quanto eseguita nei confronti di soggetto non più esistente, ha tuttavia concluso per l'intempestività della questione sull' inidoneità dell'atto di diffida stragiudiziale del 3 aprile 1996, rivolto e notificato alla B.D. s.p.a., cessata dal dicembre 1995, essendosi fusa per incorporazione con la B.A..

Il ricorso incidentale proposto dalla parte vittoriosa, sebbene prospetti una questione pregiudiziale, deve essere esaminato dopo l'altro, in applicazione del principio elaborato da Cass. sez. unite 31 ottobre 2007 n. 23019, poi ribadito da Cass. sez. unite 30 ottobre 26018 (v. motivazione), oltre che dalle pronunce n. 1161 del 21 gennaio 2008 e n. 15362 del 10 giugno 2008. Con tale principio si è affermato che "Il ricorso incidentale per cassazione della parte totalmente vittoriosa, che investa questioni pregiudiziali processuali o preliminari di merito, ha natura di ricorso condizionato, indipendentemente da ogni espressa indicazione di parte, ma deve essere esaminato con priorità solo se le questioni pregiudiziali di rito o preliminari di merito, rilevabili d'ufficio, non siano state esaminate nel giudizio di merito, poiché in questo caso cessano di essere rilevabili d'ufficio. Ne consegue che il loro esame postula la proposizione di un'impugnazione che sia ammissibile in presenza di un interesse della parte, che sorge solo in presenza della fondatezza del ricorso principale; in caso contrario, il ricorrente incidentale manca di interesse alla pronuncia sulla propria impugnazione, poiché il suo eventuale accoglimento non potrebbe procurargli un risultato più favorevole di quello derivante dal rigetto del ricorso principale".

Passando al ricorso del F., i due motivi nei quali esso e' articolato, da trattare congiuntamente data la loro connessione, sono infondati.

La sentenza impugnata, che ha condiviso la quantificazione del credito del lavoratore effettuata dal Tribunale, nel respingere la doglianza mossa in proposito da costui con l'appello, ha evidenziato che il calcolo non era "il frutto una ricostruzione presuntiva degli affari conclusi direttamente dalla preponente nella zona di esclusiva dell'agente, ma costitui(va) la mera estensione contabile - operata ai fini di una determinazione equitativa del dovuto - delle risultanze della consulenza tecnica di ufficio ai cinquantadue clienti per i quali era stata ritenuta provata la violazione del patto di esclusiva". In sostanza, secondo l'esplicitazione contenuta nella sentenza impugnata (v. pag. 11), attraverso la documentazione allegata agli atti e relativa a sette clienti, era stato accertato l'ammontare dei contratti effettivamente conclusi, e quindi il giudice del merito, assodata la violazione del patto di esclusiva in relazione a cinquantadue clienti, ha utilizzato quelle risultanze concernenti parte di essi come misura per tutti e cinquantadue i clienti, poi procedendo ad una riduzione quantitativa. La Corte territoriale ha precisato che "l'applicazione del correttivo equitativo rappresentato dalla riduzione del cinquanta per cento tiene conto del fatto che solo il numero dei clienti e il periodo di riferimento potevano ritenersi provati in giudizio, ma non anche gli affari conclusi e la loro entità economica", poi sottolineando come "l'appellante si (era) limitato ad opporre una propria diversa ricostruzione del dovuto, senza muovere alcuna specifica critica alla validità, pertinenza e correttezza della soluzione seguita nella sentenza impugnata", in quanto con l'appello il F. aveva proposto una diversa soluzione interpretativa basata su una ritenuta, presuntiva dimostrazione della conclusione di contratti con tutti i cinquantadue clienti nella stessa misura di quelli documentati con uno di questi (la C.C. ).

L'assunto dell'odierno ricorrente che l'accertamento della violazione del patto di esclusiva per taluni clienti, o anche per tutti e cinquantadue, comporterebbe la sussistenza del diritto alle provvigioni nella misura dallo stesso richiesta, non avendo la preponente dimostrata l'inefficacia della suddetta violazione, non tiene conto del principio della ripartizione dell'onere della prova di cui lo stesso ricorrente ha denunciato la violazione.

Egli, in base a tale principio, agendo in giudizio contro la preponente per il pagamento delle provvigioni maturate per i contratti direttamente conclusi dalla preponente in violazione del patto di esclusiva, era tenuto a dimostrare la sussistenza di questi contratti e la loro esecuzione - prova che invece il giudice del merito ha ritenuto non fornita dal F. , essendo stati dimostrati in giudizio "solo il numero dei clienti ed il periodo di riferimento ..., ma non anche gli affari conclusi e la loro entità economica" - mentre l'onere della società convenuta di provare l'inefficacia di quei fatti invocati dall'agente può affermarsi soltanto dopo che quest'ultimo abbia adempiuto alla prova a suo carico.

Il giudice del merito ha anche proceduto all'espletamento di una consulenza tecnica di ufficio per accertare l'entità del credito vantato dal F. sulla base della documentazione allegata in atti, ed ha pure tratto, come si legge dalla sentenza impugnata, elementi di valutazione ex articolo 116 cod. proc. civ. dal comportamento dell'azienda inottemperante all'ordine di esibizione delle scritture contabili necessarie per l'indagine del consulente di ufficio al fine di ricostruire compiutamente i rapporti di credito fra agente e mandante, per cui priva di fondamento è la censura di omessa considerazione del suddetto comportamento della società.

Riguardo alla critica mossa dall'odierno ricorrente alla sentenza impugnata per non avere evidenziato i motivi e i parametri sui quali ha fondato il giudizio di equità, si deve osservare che a parte l'esattezza (o meno) della operata liquidazione equitativa delle provvigione, pur in mancanza della prova della conclusione e della entità economica degli affari conclusi (la giurisprudenza di questa Corte è, invece, nel senso che il potere, conferito al giudice dall'articolo 432 cod. proc. civ., di liquidare con valutazione equitativa le somme dovute al lavoratore può essere esercitato quando sia certo il relativo diritto, e non anche per colmare le deficienze della prova, v. con riferimento alle prestazioni di lavoro straordinario, fra le altre, le sentenze 29 gennaio 2003 n. 1389, 12 maggio 2001 n. 6623, Cass. 19 novembre 1999 n. 12884), statuizione che però non risulta sottoposta a censura, il giudice del gravame nel confermare la liquidazione equitativa affermata dal Tribunale, ha rimarcato come quella soluzione non fosse stata adeguatamente censurata dal F. Questi infatti "si era limitato ad opporre una diversa ricostruzione del dovuto, senza muovere alcuna specifica critica alla validità, pertinenza e correttezza della soluzione seguita nella sentenza (là) impugnata".

Relativamente, infine, alla determinazione della percentuale per il calcolo delle provvigioni, la Corte territoriale ha affermato che il contributo supplementare del due per cento sulla provvigione del cinque per cento, era stato riconosciuto inizialmente su tutti gli affari andati a buon fine, mentre successivamente tale contributo, definito straordinario, era stato limitato a precise categorie di clienti, e nessuna prova il ricorrente aveva dato circa la inclusione dei clienti, per i quali si era verificata la violazione del patto di esclusiva, in quelle categorie: inammissibile è la critica con la quale il ricorrente addebita alla sentenza impugnata di non avere tenuto conto della documentazione prodotta in atti, in considerazione dell'inosservanza del principio di autosufficienza del ricorso per cassazione, non essendo stati trascritti i documenti a cui e' stato fatto solo un generico richiamo (v. fra le più recenti Cass. 25 maggio 2007 n. 12239).

Con ragionamento logico ed immune da errori, la Corte di merito ha inoltre sottolineato come dalla circostanza del riconoscimento di provvigioni nella media del sette per cento, secondo quanto era desumibile dalle fatture allegate dal ricorrente in primo grado, non potevano trarsi elementi utili ai fini della dimostrazione del diritto del ricorrente alle medesime percentuali anche in relazione agli affari conclusi direttamente dalla preponente.

Il ricorso principale va dunque rigettato e resta assorbito quello incidentale.

In considerazione della complessità della fattispecie e dell'esito complessivo della lite, ricorrono giusti motivi per compensare integralmente fra le parti le spese del presente giudizio.

 

P.Q.M.


La Corte rigetta il ricorso principale, assorbito l'incidentale; compensa integralmente fra le parti le spese del presente giudizio.




            

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