UNA LEGGE PER IL DEBITO SOVRANO. L'analisi di Joseph Stiglitz, professore alla Columbia University

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29 Giugno 2015  Scritto da: Redazione


NEW YORK – I governi a volte hanno bisogno di ristrutturare il loro debito. Altrimenti, la stabilità economica e politica di un Paese potrebbe essere minacciata. Tuttavia, in assenza di una legge internazionale in materia di insolvenza sovrana, il mondo paga un prezzo più alto del dovuto per tali ristrutturazioni. Il risultato è un mercato del debito sovrano scarsamente funzionante, segnato da una inutile lotta e da ritardi onerosi nell’affrontare i problemi quando sorgono.

Ce ne ricordiamo di tanto in tanto. In Argentina, le battaglie delle autorità con un numero esiguo di “investitori” (i cosiddetti vulture fund) hanno messo a rischio la ristrutturazione di tutto il debito su cui si era accordata – volontariamente – una enorme maggioranza di creditori del Paese. In Grecia, la maggior parte dei fondi di “salvataggio” nei temporanei programmi di “assistenza” viene ripartita per i pagamenti ai creditori esistenti, mentre il Paese è obbligato ad accettare politiche di austerity che hanno contribuito fortemente a un calo del Pil del 25% e che hanno lasciato la popolazione in condizioni misere. In Ucraina, le potenziali conseguenze politiche del pericolo del debito sovrano sono enormi.

Pertanto la questione relativa alla gestione della ristrutturazione del debito sovrano – per ridurre il debito a livelli sostenibili – è più urgente che mai. L’attuale sistema ripone eccessiva fiducia nelle “virtù” dei mercati. Le controversie sono generalmente risolte non sulla base di norme che garantiscono una equa risoluzione, ma negoziando tra disuguali, con i ricchi e i potenti che solitamente impongono la loro volontà sugli altri. Le conseguenze generalmente sono inique, ma anche inefficienti.

Quelli che sostengono che il sistema funziona bene considerano casi come l’Argentina delle eccezioni. La maggior parte del tempo, affermano, il sistema fa un buon lavoro. Quello che vogliono dire, naturalmente, è che i Paesi deboli di solito chinano il capo. Ma qual è il prezzo che i loro cittadini devono pagare? Fino a che punto funziona il processo di ristrutturazione? Troppo spesso, dal momento che i difensori dello status quo non pongono tali domande, a una crisi del debito ne segue un’altra.

La ristrutturazione del debito della Grecia nel 2012 è un caso emblematico. Il Paese ha agito secondo le “norme” dei mercati finanziari ed è riuscito a portare a termine la ristrutturazione rapidamente; tuttavia l’accordo è stato negativo e non ha aiutato la ripresa economica. Tre anni dopo, la Grecia ha un disperato bisogno di una ristrutturazione.

I debitori in difficoltà hanno bisogno di una nuova partenza. Sanzioni eccessive portano a conseguenze negative, dove il debitore non può riprendersi e i creditori non traggono beneficio dalla maggiore capacità di rimborso che la ripresa comporterebbe.

L’assenza di una legge per la ristrutturazione del debito ritarda la ripresa e può portare al caos. Questa è la ragione per cui nessun governo si affida alle forze del mercato per ristrutturare i debiti nazionali. Tutti hanno concluso che i “rimedi contrattuali” semplicemente non sono sufficienti. Anzi, essi rendono esecutive le leggi sulla bancarotta volte a fornire le regole di base per la contrattazione tra creditore e debitore, promuovendo quindi l’efficienza e l’equità.

Le ristrutturazioni del debito sovrano sono anche più complicate della bancarotta interna, tormentate come sono da problemi legati alle molteplici giurisdizioni, ai ricorrenti impliciti e espliciti e ad attività indefinite alle quali i ricorrenti possono attingere. Questo è il motivo per cui riteniamo incredibile l’affermazione da parte di alcuni – tra cui il Tesoro degli Stati Uniti– che non c’è bisogno di una legge internazionale.

Certamente, potrebbe non essere possibile creare un intero codice di bancarotta internazionale; tuttavia si può raggiungere un consenso su molte questioni. Ad esempio, un nuovo quadro normativo dovrebbe includere clausole che provvedono a sospendere il contenzioso mentre è in corso la ristrutturazione, limitando così la possibilità di un comportamento destabilizzante da parte dei vulture fund.

Dovrebbe inoltre contenere norme per i prestiti in arretrato: i prestatori favorevoli a concedere credito a un Paese in fase di ristrutturazione riceverebbero un trattamento di favore. Tali prestatori avrebbero quindi un incentivo a fornire risorse nuove ai Paesi quando ne hanno bisogno.

Dovrebbe esserci un accordo, inoltre, in base al quale nessun Paese può cedere i suoi diritti base. Non ci può essere nessuna rinuncia volontaria all’immunità sovrana, proprio come nessuna persona può vendersi in schiavitù. Dovrebbero inoltre esserci dei limiti al punto che un governo democratico può vincolare i suoi successori.

Ciò è particolarmente importante a causa della tendenza dei mercati finanziari a indurre i politici dalle vedute strette ad allentare i vincoli di bilancio di oggi, o a concedere prestiti a governi palesemente corrotti come il regime di Yanukovych in Ucraina, a spese delle future generazioni. Un tale limite migliorerebbe il funzionamento dei mercati causando una maggiore due diligence nel prestare.

Un quadro normativo “morbido” che contiene tali aspetti, implementato attraverso una commissione di vigilanza che ha agito da mediatore e supervisore del processo di ristrutturazione, potrebbe risolvere alcune delle inefficienze e disuguaglianze di oggi. Ma,

se il quadro normativo dovesse essere consensuale, la sua implementazione non dovrebbe essere basata su un’istituzione che è strettamente associata a un lato del mercato o all’altro.

Ciò significa che la normativa sulla ristrutturazione del debito sovrano non può basarsi sul Fondo Monetario Internazionale, che è strettamente legato ai suoi creditori (ed è un creditore stesso). Per minimizzare i potenziali conflitti di interesse, il quadro potrebbe essere implementato dalle Nazioni Unite, un’istituzione più rappresentativa che sta prendendo le redini della situazione, o da una nuova istituzione globale, come già suggerito nel 2009 nella Relazione Stiglitz sulla riforma del sistema monetario e finanziario internazionale.

La crisi in Europa è solo l’ultimo esempio degli elevati costi – sia per i creditori che i debitori – derivati dall’assenza di una normativa internazionale per la risoluzione della crisi del debito sovrano. Tali crisi continueranno a verificarsi. Se la globalizzazione funzionasse per tutti i Paesi, le leggi sul prestito sovrano dovranno cambiare. Le riforme modeste che proponiamo sono il modo migliore per ripartire.

©Project Syndicate