NIENTE DI NUOVO SUL FRONTE DEL RISCHIO FINANZIARIO. Il punto di vista di Simon Johnson, prefessore al MIT Sloan

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29 Aprile 2015  Scritto da: Redazione


WASHINGTON, DC – Il principale rischio finanziario che oggi affrontano gli Stati Uniti appare molto simile a quello che causò enormi problemi nel 2007-2008: grandi istituti bancari con troppi debiti e troppo poco patrimonio netto in bilancio. La scarsa armonizzazione dei regolamenti globali, per non parlare dei regolatori nazionali che a volte si addormentano al volante, aggrava questa vulnerabilità strutturale.
Si tratta di un film già visto che va a finire male e che, la prossima volta, potrebbe finire anche peggio.

Tutti i boom sono diversi, ma ogni crisi finanziaria importante ha come fulcro lo stesso problema, cioè quello delle grandi banche che finiscono nei guai e si ritrovano sull'orlo del fallimento. Quando un sistema finanziario viene scosso dalle fondamenta, la disponibilità di credito si riduce, con effetti negativi sull'economia reale. Nel nostro mondo moderno, in cui finanza ed economia sono strettamente collegate fra loro, le conseguenze possono essere particolarmente gravi, come si è visto nel 2008 e 2009.
L’informazione più importante da sapere su qualunque sistema finanziario riguarda l’ammontare del capitale partecipante alle perdite che le grandi banche hanno in bilancio. Quando un'azienda registra delle perdite, il suo capitale azionario diminuisce di valore, e meno capitale significa un maggior rischio d'insolvenza per l'azienda.

I rapporti di capitale più spesso evidenziati da banche e funzionari sono fuorvianti perché includono il ricorso a componenti – come l'avviamento e le imposte differite attive – non in grado di assorbire le perdite. Ciò a cui bisogna guardare, invece, è il capitale netto tangibile riferito ad attività tangibili. Inoltre, occorre fare particolare attenzione alla contabilità dei derivati. Riguardo a questo aspetto tecnico ma fondamentale, i principi contabili generalmente accettati (GAAP) statunitensi sono molto più generosi (poiché sottovalutano le perdite potenziali) dei principi contabili internazionali (IFRS) omologati dalla Commissione europea.   

Thomas Hoenig, vice presidente della Federal Deposit Insurance Corporation, ha reso noti i suoi calcoli sui livelli di capitale delle maggiori banche del mondo, e questi dati sono ora disponibili fino alla fine del 2014. La Morgan Stanley, l'istituto americano con il rapporto d'indebitamento più elevato, detiene meno del 4% di patrimonio netto, il che vale a dire che il 96% del suo bilancio è costituto da una qualche forma di debito. Per le grandi banche statunitensi, la percentuale media di capitale proprio è appena al di sotto del 5%.
Si tratta di una quantità di capitale maggiore, anche se non molto maggiore, di quella detenuta da alcune banche che versavano in cattive acque nel periodo precedente alla crisi finanziaria del 2008. Secondo i calcoli di Hoenig, Citigroup, ad esempio, nel novembre del 2008 disponeva di un patrimonio netto non superiore al 4,3%. Alla fine del 2012, quando cominciò a divulgare i dati ricalcolati sulla base dei principi contabili GAAP-IFRS, emerse che la percentuale media di patrimonio netto delle banche statunitensi più grandi era all’incirca del 4%. Si può affermare che questo essenziale strumento di valutazione stia andando nella giusta direzione, ma la velocità con cui i progressi avvengono è paragonabile, nel migliore dei casi, a quella del movimento dei ghiacciai.

Ancor più importante è il fatto che difficilmente un patrimonio pari al 5% potrà essere sufficiente ad assorbire il tipo di perdite che un mondo caratterizzato da estrema volatilità è destinato a produrre. Shock importanti potrebbero provenire da fonti inattese. Ad esempio, alcune attività potrebbero rivelarsi meno liquide di quanto ipotizzato dagli investitori, come avvenne con i fondi di mercato monetario nel 2008; oggi, gli scettici nutrono preoccupazione per i fondi indicizzati quotati (ETF). Oppure, potrebbe diventare difficile fissare il prezzo di titoli estremamente complessi. È allarmante il fatto che oggi chi vende prestiti garantiti (CLO) non sia in grado di spiegare in modo completo i rischi implicati.

Un’altra possibilità è che lo shock abbia ripercussioni sul valore del debito sovrano in luoghi remoti, come avvenne nel 1982. Fa specie che nessun esperto, sia pubblico sia privato, abbia un quadro chiaro di ciò che potrebbe accadere se emergessero altre difficoltà in relazione al debito greco.

Ma gli shock più pericolosi sono quelli che potrebbero scaturire dalle grandi banche stesse. Un importante sviluppo emerso di recente è ciò che Better Markets, un gruppo pro-riforme che ha diffuso un opuscolo molto utile, definisce "controllate estere garantite de facto"che trattano derivati – un fenomeno poco trasparente che probabilmente coinvolge tutti i grandi giocatori. Il trucco è che una controllata estera di una banca statunitense garantita de jure sarebbe soggetta a molteplici norme Usa, comprese quelle che regolano la condotta, la trasparenza e la compensazione (cioè il modo in cui di fatto vengono scambiati i derivati). Una controllata estera presumibilmente indipendente è invece esente da tali obblighi. 

Tuttavia, come sottolinea Dennis Kelleher di Better Markets, quando la pressione sale e la crisi sembra dietro l'angolo, le banche sono sollecitate a riportare tali controllate nel loro bilancio. Ciò è esattamente quanto è avvenuto nell'ultima crisi, di cui Citigroup è l'esempio più eclatante.

La principale ragione per cui questi buchi restano aperti è che i regolatori scelgono di non chiuderli. A volte ciò può dipendere da una mancanza di informazioni o di consapevolezza. In molti casi, però, i regolatori credono davvero che non vi sia nulla di sbagliato in questo comportamento, sia perché vengono persuasi in tal senso dal faccendiere di turno sia perché loro stessi hanno già lavorato nel settore (o potrebbero iniziare a lavorarvi presto).

Per caso tutto ciò vi suona familiare?