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LE JOINT-VENTURE

28 Aprile 2011 - Autore: Massimo Ferracci


LE JOINT-VENTURE Anche se il termine venture è correntemente utilizzato nella prassi del commercio internazionale, non sempre chi lo utilizza ne coglie appieno il significato, anche in considerazione dell’ampio numero di fattispecie contrattuali che nella pratica possono essere utilizzate per realizzare una joint-venture e dalle molteplici attività che vengono poste in essere mediante una qualche forma di collaborazione internazionale tra imprese, comunque riconducibili all’ampio fenomeno delle joint-ventures. A tale situazione hanno in certa misura contribuito anche i giuristi, specie quelli dei sistemi giuridici di civil law, - tra i quali vi è anche quello italiano - che, nel tentativo di definire e qualificare il concetto di joint-venture, hanno spesso cercato di ricondurre tale fenomeno a fattispecie contrattuali tipiche, già note ai singoli ordinamenti internazionali. Così, in Italia, si è posta una maggiore attenzione al rapporto di stretta cooperazione e di interrelazione che si viene a creare tra i venturers, si è cercato di definire i contenuti della fattispecie della joint-venture raffrontandoli a schemi societari già noti (società semplice, società commerciali di fatto, associazione in partecipazione, raggruppamento temporaneo di imprese, consorzio, società consortile), piuttosto che al mandato, mentre allorquando si è fatto riferimento all’attività effettivamente svolta dai venturers, per il tramite, per l’appunto, dalla joint-venture, sono stati evidenziati possibili punti di collegamento con le singole fattispecie contrattuali di volta in volta riconducibili a determinate attività (contratto di trasferimento di tecnologia). Tale approccio non può essere condiviso per una serie di motivi. In primo luogo esso ha spesso come risultato di confondere il concetto di joint-venture con lo strumento giuridico di volta in volta scelto dai partners per realizzare gli obiettivi che si sono prefissi con la loro collaborazione. Si pensi, per fare un esempio, a due società che intendono svolgere congiuntamente una determinata attività di ricerca e sviluppo. Esse possono, alternativamente, decidere di costituire una nuova società che abbia per esclusivo oggetto l’effettuazione del programma di ricerca comune, conferendole le opportune risorse finanziarie e trasferendo le specifiche conoscenze detenute ad ognuno dei soci del settore oggetto della ricerca, piuttosto che limitarsi, sulla base di u mero rapporto contrattuale, a condividere, sviluppare ed elaborare le proprie reciproche esperienze, ripartendosi le spese e gli oneri conseguenti all’attività di ricerca congiunta. In entrambi i casi la joint-venture che le parti intendono realizzare è la medesima, cioè che cambia è soltanto il “veicolo” attraverso cui le parti decidono di realizzarla. Inoltre un approccio meramente qualificatorio non tiene sufficientemente conto del fatto che il fenomeno joint-venture è essenzialmente riconducibile all’esperienza ed alla prassi del commercio internazionale, piuttosto che a quella di un singolo ordinamento giuridico, e che quindi il ricondurlo a una specifica fattispecie propria di un singolo ordinamento giuridico, oltreché per molti versi arbitrario, non potrebbe poi trovare applicazione al di fuori di tale ordinamento. A ciò si aggiunga che un tale approccio risulta riduttivo nell’interpretare un fenomeno, quale quello delle joint-venture che nella pratica trascendente le singole fattispecie societarie o contrattuali a cui si è cercato di volta in volt di far riferimento e che è anzi fenomeno sostanzialmente atipico, caratterizzato come è dalla possibilità che hanno i venturers di scegliere in via preventiva quale sia lo strumento giuridico, tra i tanti ipotizzabili, quello più adeguato per dare giuridica concretezza ad una decisine esclusivamente imprenditoriale, quale è per l’appunto quella di avviare una collaborazione di lunga durata come una terza parte. Per comprendere appieno il fenomeno joint venture occorre invece sottolineare come tale termine faccia riferimento ad un fatto di business piuttosto che a una ben distinta fattispecie giuridica. Qualunque sia la forma giuridica di volta in volta scelta dai venturers, normalmente la joint-venture sostanzia una cooperazione tra due o più imprese, tesa a mettere in comune le reciproche capacità e conoscenze al fine di raggiungere, usualmente in un periodo di tempo non breve, un obiettivo condiviso, capace di offrire un beneficio comune ad entrambi i venturers. Attraverso la joint-venture ognuno dei partner mira cioè ad allearsi con altri soggetti giuridici, così da allargare la sfera di attività della propria impresa. A fronte della potenziale espansione della propria attività, e dei conseguenti benefici che ognuno dei venturers si aspetta di ottenere dalla collaborazione instaurata per il tramite della joint-venture, in quanto essa è potenzialmente in grado di far raggiungere ad ognuno dei venturers obiettivi che da soli non sarebbero in grado di raggiungere, o che potrebbero raggiungere in maniera più costosa e quindi meno competitiva (addossandosi per intero gli oneri e i rischi conseguenti), si assiste, peraltro, ad una parallela limitazione imposta all’attività dei partners che, proprio per tutelare il buon esito della “comune avventura” intrapresa, sono normalmente chiamati a rinunciare ad entrare in diretta competizione con la joint venture o comunque rinunciare alla possibilità di perseguire, da soli – o con terzi diversi dal partner già individuato, - il raggiungimento di obiettivi analoghi a quelli che sono stati affidati alla joint venture. Nell’assumere l decisione di intraprendere una joint venture occorrerà quindi valutare in via preventiva i potenziali benefici derivanti dall’alleanza con il partner, comparandoli con le limitazioni della propria libertà imprenditoriali che verranno presumibilmente imposti dal co-venture. Le joint-ventures sono dunque caratterizzate dalla cooperazione tra i partecipanti, che mettono in comune delle specifiche conoscenze e capacità usualmente complementari tra loro; dall’esistenza di uno specifico obiettivo congiuntamente dai partecipanti alla joint-venture e dalla comune aspettativa di ottenere dei benefici dallo svolgimento in comune, per il tramite della joint-venture, di una certa attività. La nozione di joint-venture esprime quindi una realtà alla base della quale vi è una decisione imprenditoriale (intraprendere una “comune avventure” non da soli ma insieme a qualcun altro con cui dividere i rischi e, auspicabilmente, i profitti) prima che giuridica, che non può essere ricondotta ad una sola fattispecie specifica, societaria o contrattuale che sia. Ciò comporta che, da un punto di vista giuridico, si possa soltanto concludere che le joint-ventures costituiscono una fattispecie atipica, che consente ampia libertà alle parti nella scelta dello specifico strumento giuridico attraverso cui sostanziare la loro collaborazione, oltreché nella definizione delle reciproche obbligazioni e dei reciprochi diritti sia in merito al controllo della joint-venture e delle sue attività sia in merito alla ripartizione dei profitti e dei rischi derivanti dalla comune avventura. E’ quindi semplicistico, e per molti versi, fuorviante – in quanto non coglie la ricchezza delle esperienze tutte riconducibili al comune denominatore joint-venture – cercare di collegare tale fenomeno ad un’unica fattispecie contrattuale, o addirittura sforzarsi di far discendere da tale collegamento delle caratteristiche pressoché “tipiche” delle joint- ventures. L’unica eccezione al criterio della “atipicità” delle joint-ventures è data dalle norme specificatamente dettate dai singoli ordinamenti nazionali, specie dei paesi in via di sviluppo (PVS), per regolare tale fenomeno (normalmente in tale sede, come una collaborazione, usualmente di carattere societario, tra un soggetto locale, spesso una società di stato, ed un partner straniero) riconducendolo ad una precisa fattispecie, espressamente disciplinata dalla normativa locale. Va comunque sottolineato come simili normative, più che alla mera codificazione del fenomeno joint-venture, normalmente sono principalmente rivolte a disciplinare gli investimenti esteri nella nazione che li ha emessi, sottoponendoli alla preventiva autorizzazione delle Autorità locali, spesso limitando i poteri del partner straniero in favore di quello locale. Massimo Ferracci Roma, 28 aprile 2011




            

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