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SHUTDOWN, LA BATTAGLIA INFINITA DEL BILANCIO AMERICANO. L'analisi di Kenneth Rogoff, Professore di Economia alla Harvard University

8 Ottobre 2013 - Autore: Redazione


 GINEVRA – Forse gli investitori si stanno abituando alla debacle del tetto del debito statunitense che anche quest'anno, per la terza volta consecutiva, è stato raggiunto. E mentre gli interventi insensati di breve termine diventano sempre più di routine, si fanno più evidenti i rischi di una disfunzione di lungo termine, di cui lo shutdown del governo federale è stato un segnale.

 

Il presidente Barack Obama parla di ricatto, e non a torto. Il Congresso degli Stati Uniti non può pensare di utilizzare lo spauracchio del default, cioè un'arma di distruzione finanziaria di massa, come un normale mezzo per strappare delle concessioni. Purtroppo, poiché lo stesso Obama ha istituito una tradizione di concessioni per contrastare la politica del rischio calcolato del Congresso, il dibattito sul tetto del debito si è trasformato in qualcosa di più di una semplice lotta politica a breve termine.

Sempre più spesso, la disputa sul tetto del debito USA riflette una ben più profonda battaglia tra il presidente e il Congresso per il potere costituzionale. Se lasciata insoluta, essa rischia di minare gravemente la futura capacità del governo di prendere decisioni importanti in campo economico.

Ovviamente, la fine della civiltà politica non sarebbe una caratteristica esclusiva degli Stati Uniti; fin troppi paesi, infatti, sperimentano un certo grado di disfunzione politica. Ad esempio, bisognerebbe impegnarsi per uguagliare (o superare) il record di paralisi governativa dell'Italia. Tuttavia, il continuo dirottamento della politica economica da parte del Congresso non può che essere di cattivo auspicio per le prospettive dell'economia sul lungo periodo, che altrimenti sarebbero più che buone.

Almeno per ora, il mondo sembra nutrire una fiducia illimitata – confermata da tassi debitori molto bassi – nella capacità degli Stati Uniti di rimettere la propria camera (dei rappresentanti) in ordine. È difficile immaginare che un paese con vantaggi economici così unici e numerosi possa rischiare un autogol così pesante come quello del default.

Stavolta, però, potrebbe essere diverso. Obama deve costringere i suoi avversari repubblicani a cedere, e non vi è alcuna garanzia che questi lo faranno. In passato, era stato lui a cedere, consapevole che un catastrofico default del debito, seppure perlopiù causato dai repubblicani del Congresso, avrebbe gettato parte della colpa su di lui, influendo sull’esito delle elezioni. Ora che queste sono ormai un ricordo, Obama potrebbe essere disposto ad assumersi più rischi, al fine di mettere al sicuro la sua eredità economica.

In cosa consiste questa eredità? Malgrado gli impulsi distruttivi del governo federale, l'economia americana sta dimostrando grande capacità di ripresa e sembra destinata a rafforzarsi. A Obama, come d'altronde a quasi tutti gli altri, piacerebbe che questa tendenza continuasse, su questo non c'è dubbio. Purtroppo, un default del debito USA, anche se tecnico, avrebbe conseguenze imprevedibili che potrebbero minacciare questa ripresa.

Pensiamo a ciò che è successo quando la Federal Reserve ha commesso l'errore di accennare a una riduzione dei suoi acquisti di asset a lungo termine. Dopo mesi di volatilità del mercato, combinata con una rivalutazione della politica e dei fondamenti economici, la Fed ha fatto marcia indietro. Il danno, però, era ormai stato fatto, soprattutto nelle economie emergenti. Se il semplice accenno a una stretta finanziaria ha scombussolato i mercati monetari internazionali fino a tal punto, quali potrebbero essere gli effetti di un default del debito USA sull'economia globale?

La stampa si è perlopiù concentrata su una serie di dislocazioni da controproducenti misure di sequestro, ma il rischio reale è ben più profondo. È vero, il dollaro resterebbe la principale valuta di riserva a livello mondiale anche dopo un default ingiustificato, ma questo semplicemente perché non esiste un'alternativa valida – sicuramente non l'euro nella sua condizione attuale. Ma anche se gli Stati Uniti mantenessero l'esclusiva sulla valuta di riserva, il suo valore potrebbe uscirne fortemente compromesso.

Il privilegio di emettere la valuta di riserva mondiale conferisce enormi vantaggi agli Stati Uniti, non solo in termini di tassi di interesse più bassi corrisposti dal governo USA, ma anche di riduzione di tutti i tassi di interesse pagati dagli americani. Secondo calcoli ufficiali, il vantaggio degli Stati Uniti ammonta a oltre cento miliardi di dollari l'anno.

C'è stato un tempo, nel corso del 1800, in cui era il Regno Unito a godere di questo "esorbitante privilegio", come Valéry Giscard d'Estaing lo ha definito una volta, quando era ministro delle finanze del governo de Gaulle. Tuttavia, con lo sviluppo dei mercati esteri, gran parte del vantaggio britannico è andato diminuendo, fino a scomparire quasi del tutto allo scoppio della prima guerra mondiale.

Lo stesso destino, naturalmente, attende il dollaro, soprattutto a causa della crescita e dell'approfondimento dei mercati asiatici. Anche se il dollaro conserverà la corona ancora a lungo, non sarà sempre un monarca potente. Un default del debito volontario adesso, però, potrebbe accelerare notevolmente il processo e costare agli americani centinaia di miliardi di dollari in pagamenti di interessi più elevati sul debito pubblico e privato nei decenni a venire.

Ironico a dirsi, la disputa sul tetto del debito non riguarda propriamente il debito. I repubblicani sono dei falchi del debito abbastanza spiumati quando controllano le cose. L'ultimo candidato repubblicano alle presidenziali, Mitt Romney, e il suo compagno di corsa nonché vice, Paul Ryan, hanno basato la campagna elettorale del 2012 su un programma che avrebbe probabilmente innalzato di migliaia di miliardi di dollari il tetto del debito USA nel prossimo decennio, attraverso sgravi fiscali e l'aumento della spesa per la difesa. Al contrario, il dibattito sul tetto del debito riguarda la dimensione e la portata del governo.

Sì, gli Stati Uniti dovrebbero preoccuparsi per la rapida crescita del loro debito pubblico, così come per l'aumento dei costi legati al sistema pensionistico e all'assistenza sanitaria, che lo sta alimentando. Nonostante infondate affermazioni politiche del contrario, la ricerca accademica continua a indicare in modo lampante che un debito molto elevato rappresenta un freno per la crescita a lungo termine.

Di certo, gli americani dovrebbero preoccuparsi allo stesso modo per la qualità dell'istruzione e delle infrastrutture – per non parlare dell'ambiente – che lasceranno alle generazioni future. Soprattutto, però, dovrebbero pensare di tramandare loro un'eredità di strategie politiche improntate alla civiltà, una caratteristica essenziale per un governo efficace, oggi a rischio.




            

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