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Politiche diplomatiche europee, un'analisi: un'ambasciata con 28 bandiere

14 Ottobre 2013 - Autore: Impresa Formazione Worldwide Company

“Qual è il numero di telefono dell’Unione Europea?” si chiedeva Henry Kissinger alludendo alla mancanza di una politica estera europea e di un rappresentante che parlasse a nome degli stati membri. È un dibattito che si trascina da decenni, soprattutto da quando lo scoppio improvviso della guerra nell’ex Jugoslavia restituì al mondo un’Europa incapace di agire tempestivamente e di fermare il più cruento conflitto europeo dopo la seconda guerra mondiale.

Da allora, l’Europa si è dotata di una politica estera comune, ha avviato importanti missioni civili e militari e con il recente trattato di Lisbona ha introdotto una serie di norme che mirano alla creazione di un vero e proprio ministero degli affari esteri europeo, il SEAE (Servizio Esterno di Azione Europeo), strutturato in delegazioni dislocate in diverse parti del mondo. Adesso, almeno in teoria Kissinger potrebbe chiamare il numero telefonico del SEAE; purtroppo però, come scherzosamente ha detto la baronessa Ashton, si sentirebbe rispondere una segreteria telefonica: "premere uno per la posizione francese, premere due per quella tedesca, premere tre per quella inglese, etc".  La scelta di chiamare Alto Rappresentante colui che di fatto svolge le funzioni di un Ministro degli Esteri e la nomina di una personalità opaca come la baronessa Ashton a ricoprire tale ruolo rappresentano due esempi emblematici delle resistenze ad un processo già in atto. Possiamo continuare a chiederci se serva più o meno Europa in politica estera, ma la domanda è fuorviante: bisogna ragionare su come organizzarla e renderla più efficiente.

La crisi economica sta fornendo un ulteriore stimolo all’abbattimento di vari orpelli nazionali e si assiste ad un lento fiorire di rapporti che sottolineano il taglio di costi di cui ogni Stato membro beneficerebbe se si cresse una vera diplomazia europea (un recente studio della Rand Europe stima questi risparmi in 1,4 miliardi di Euro gia' a seguito di un accorpamento di alcuni servizi diplomatici, consolati e ambasciate). D’altra parte, vari paesi europei – tra cui l’Italia – stanno già procedendo ad una razionalizzazione della spesa pubblica destinata al mantenimento di ambasciate e consolati, soprattutto dove i costi di questi superano di gran lunga la rilevanza politica o i servizi resi ai cittadini e alle imprese.   

A parere di chi scrive, tuttavia, la prospettiva entro cui inquadrare la questione della diplomazia non può essere solo quella dei tagli alla spesa. Un eventuale superamento della crisi economica nell' Eurozona lascerebbe cadere nel vuoto un dibattito ricco di implicazioni positive per tutta l’Europa. La drastica riduzione delle quasi 3.000 ambasciate e consolati dei paesi membri esistenti in tutto il mondo (che diventanto piu' di 3.200 se si includono le rappresentanze UE...) non solo consentirebbe un risparmio notevole, ma permetterebbe anche un maggiore coordinamento e una maggiore coerenza negli orientamenti di politica estera.

Lo scotto che l’UE paga per la sua contraddittorietà non è solo una questione d’immagine: le politiche energetiche dei vari paesi europei - spesso discordanti - nei confronti della Russia non hanno solo creato la falsa immagine di un’UE dipendente dal mercato energetico russo, ma hanno anche fatto lievitare i costi del rifornimento di gas per alcuni paesi, a scapito della competitività delle imprese e del costo della vita dei cittadini. I recenti esempi della Libia, dell'Egitto e della Siria dove gli stati membri si sono presentati in ordine sparso o hanno preso iniziative senza interpellare né gli altri né il SEAE hanno danneggiato l'immagine dell'Europa in generale.  Un’Europa divisa conta meno a tutti i livelli e questo ha ricadute negative anche dal punto di vista economico difficilmente misurabili.

Purtroppo, come nella difesa, la politica estera dell'UE risente ancora della presenza di due forti voci contrarie: la Francia e il Regno Unito. Nel caso del Regno Unito non si tratta di manie di grandezza di qualche politico, ma di una genuina convinzione da parte della grande maggioranza dei cittadini dell'unicità della propria nazione, il cui destino sarebbe quello di rafforzare i rapporti con il c.d. Commonwealth e mantenere un ruolo di "power broker" internazionale, ruolo che il Regno Unito però ormai ha perso da tempo.  Come per la politica della difesa, la nostra risposta a queste velleità è che gli inglesi facciano il loro referendum, lo vincano ed escano una volta per tutte dall' UE se lo desiderano. Se però Cameron lo perde, allora la politica sia quella di uno stato europeo, isolano quanto si vuole, ma europeo per davvero.

Per la Francia, il discorso è più complesso, in quanto sembra trasparire nell'amministrazione Hollande una tendenza perlomeno a consultare altri paesi membri su decisioni fondamentali, anche se il Paese a volte continua ad esprimere le stesse velleità del Regno Unito, per esempio nel rapporto con gli USA dove tendono a soppiantare il Regno Unito.  E che dire poi del fatto che la Francia e il Regno Unito continuano ad avere un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza dell'ONU con diritto di veto?  La presenza di quest’anomalia, oltre ad essere anacronistica, rende un organismo già indebolito da un continuo uso, abuso ed elusione del diritto di veto da parte dei membri permanenti ancor più sbilanciato.  Ma qui entriamo in un altro campo minato: di riforma del Consiglio di Sicurezza si è parlato per anni e non se n'è fatto nulla.  Si è parlato addirittura di aggiungere membri permanenti con diritto di veto, invece di eliminare questo anacronismo che indebolisce l'ONU. Chi scrive propugna che l'Europa dovrebbe avere un seggio unico al Consiglio di Sicurezza, razionalizzando, integrando e potenziando i vecchi seggi inglese e francese.  Ovviamente, senza il consenso degli interessati questo non sarà possibile.    

Giungere ad una diplomazia europea non è un’operazione semplice. Tuttavia, è un’operazione dovuta, che necessita tempo e che dovrebbe partire in primo luogo dalla formazione di una cultura diplomatica europea che peraltro è sempre esistita e va rafforzata, dalla notevole riduzione dei consolati – che svolgono delle mere funzioni amministrative – e dal graduale accorpamento delle ambasciate coordinato a livello europeo sotto un'unica egida UE, tanto per cominciare.  Ciò consentirebbe anche a tutti gli Stati membri, piccoli o grandi, un'adeguata rappresentanza in aree dove questi non hanno potuto stabilire una presenza autonoma nonchè  un miglioramento di qualità e di efficienza nei servizi e nell'accesso alle informazioni.

 

Alessandro Politi, Director, NATO Defense College Foundation

Marco Marazzi, Consigliere, Rifare l'Europa

Alessandra Briganti, Ricercatrice, CIME  

 

 

Articolo sponsorizzato da:

·        Impresa Formazione Worldwide Company, Società di orientamento normativo internazionale

·         Associazione Nuova Organizzazione d’Imprese per lo sviluppo dell’imprenditoria italiana




            

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