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La responsabilità dell'avvocato

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10 Dicembre 2008

Autore: Avvocati Plenteda e Maggiulli (www.plentedamaggiulli.it)

Fonte: www.plentedamaggiulli.it

Gli avvocati, ed i professionisti in genere, non sono più visti come una casta di intoccabili, ai quali affidarsi confidando ciecamente nelle loro capacità. I clienti, oggi, hanno sempre meno remore a mettere in discussione l'operato del professionista del foro al quale si erano rivolti, affidandogli la cura di un proprio affare o di una controversia. Ne caso in cui i risultati raggiunti dall'avvocato siano inferiori alle iniziali aspettative, l'atteggiamento che si va diffondendo è quello di verificare se il professionista abbia commesso errori nell’espetamento del mandato affidatogli. In caso affermativo, la conseguenza è di agire nei confronti del proprio (ex) avvocato per ottenere il risarcimento dei danni che siano imputabili alla sua negligenza.

Si parla, in questi casi, di responsabilità civile dell'avvocato, per identificare l'insieme dei principi e dei canoni giuridici che regolano la possibilità per il cliente, danneggiato dall'opera difettosa e negligente del professionista legale, di ottenere il risarcimento del danno.

Tradizionalmente, l'attività dell'avvocato è concepita come espressione di una cosiddetta "obbligazione di mezzi". In altre parole, l'avvocato è chiamato a svolgere diligentemente l'opera che gli è stata affidata, ma non è tenuto a garantire un risultato al suo cliente, sicché l'eventuale mancato raggiungimento del risultato finale voluto non può essere a lui rimproverato e, in estrema analisi, non può essere fonte di responsabilità, cioè di un diritto al risarcimento del danno.

Ciò non è sempre vero e, anzi, lo è sempre meno.

I Tribunali, le Corti d'Appello ed anche la Corte di Cassazione, infatti, segnano progressive aperture e, ricorrendo determinati presupposti, condannano gli avvocati a ristorare i clienti dei danni subiti per gli errori commessi dai professionisti.

A tal fine, è necessario prima di tutto accertare che l'avvocato abbia effettivamente commesso un errore. Una simile verifica non è sempre agevole: esistono, infatti, una serie di attività discrezionali, di competenza esclusiva del professionista (definizione della strategia difensiva, interpretazione della legge, risoluzione delle questioni opinabili, ecc.) che sono, entro certi limiti, insindacabili. Rispetto a queste attività, non può definirsi in modo oggettivo il comportamento corretto che l'avvocato avrebbe dovuto assumere e, quindi, è difficile individuare un suo inadempimento. Diverso è il discorso per le attività "rituali" (rispetto dei termini per il deposito di un atto, per il compimento di determinate attività, per la proposizione di un ricorso, ecc.), alle quali si aggiunge l'interpretazione delle norme chiare e univoche: in questi casi, infatti, è possibile individuare in modo più certo l'eventuale negligenza dell'avvocato.

Per ottenere il risarcimento del danno, non è sufficiente che sia accertato l'errore dell'avvocato, ma è necessario, altresì, che il risultato negativo lamentato dal cliente sia dovuto proprio a quell'errore e non ad altre cause.

Molto spesso, il danno che lamenta l'assistito è rappresentato dalla perdita di un processo. Ebbene, l'esito di un processo non è mai il risultato di una sola causa, ma, al contrario, è l'effetto di una serie di fattori, molti dei quali imponderabili e irripetibili. La vera questione che pone la responsabilità dell'avvocato, dunque, è un problema di causalità: al cliente occorre dimostrare che la causa è stata persa proprio "per colpa" dell'errore dell'avvocato, sicché, se l'avvocato si fosse comportato correttamente, la causa avrebbe avuto un risultato diverso.

Su questo terreno si registrano le più importanti innovazioni introdotte dalle recenti sentenze della Corte di Cassazione, che ha modificato progressivamente il criterio richiesto per la prova del nesso causale tra inadempimento dell'avvocato e perdita della lite, passando dalla "certezza morale" alla "ragionevole certezza" e, da ultimo, alla probabilità. Per ottenere il risarcimento, oggi, è sufficiente dimostrare che il corretto comportamento dell'avvocato avrebbe, con probabilità, condotto ad un risultato più vantaggioso per il cliente.

Sulla scorta di queste regole e principi elaborati nelle più recenti sentenze della giurisprudenza, le possibilità concrete, per il cliente, di ottenere il risarcimento del danno causato dalla negligenza del proprio avvocato sono sensibilmente aumentate



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bell'articolo

24 Febbraio 2009 ore 19:17:49 - aristide

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