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LA NON SOLUZIONE DEL 4%. Le riflessioni di Kenneth Rogoff, Professore di Economia alla Harvard University

18 Giugno 2014 - Autore: Redazione


PARIGI – Da qualche tempo, ormai, aleggia la preoccupazione che i banchieri centrali abbiano "esaurito le cartucce" a disposizione. Dopo aver abbassato i tassi fino a sfiorare lo zero, infatti, hanno proposto misure sempre più stravaganti, come il "quantitative easing" e la "forward guidance". Vista la nebbia in cui si è ritrovata immersa l'attività economica reale per via della crisi finanziaria, è difficile stabilire in maniera conclusiva se tali riforme siano state efficaci o meno. È chiaro, però, che deve esserci un modo migliore per fare le cose.

Non c'è più ragione di lasciare che il vincolo "zero bound" sui tassi d'interesse nominali continui a ostacolare la politica monetaria. Una soluzione semplice ed elegante può essere quella di passare gradualmente al denaro elettronico, grazie al quale poter pagare gli interessi positivi e negativi con un semplice click. E visto che la moneta cartacea – in particolare le banconote di grosso taglio – è forse più un male che un bene, la modernizzazione valutaria avrebbe dovuto realizzarsi già da tempo. Utilizzando una moneta elettronica, le banche centrali potrebbero continuare a stabilizzare l'inflazione esattamente come fanno adesso. (Willem Buiter, capo economista di Citigroup, ha suggerito diversi modi per aggirare i limiti della cartamoneta, ma eliminarla resta la soluzione più facile.)

Una seconda idea, meno elegante, è che le banche centrali portino il tasso programmato di inflazione dall'odierno 2%, considerato la norma, a un valore superiore, ma pur sempre contenuto, pari al 4%. L'idea di aumentare in modo permanente gli obiettivi di inflazione al 4% è stata espressa per la prima volta in un documento interessante e illuminante firmato da Olivier Blanchard, capo economista del FMI, ed è stata appoggiata da altri studiosi, tra cui, più di recente, Paul Krugman. Purtroppo, forse il problema più insormontabile è attuare una transizione verso il nuovo obiettivo che sia tanto graduale quanto convincente.

Quando Blanchard ha esposto questa idea per la prima volta ero incuriosito ma anche scettico. Intendiamoci, due anni prima, all'inizio della crisi finanziaria, io stesso avevo suggerito di portare l'inflazione al 4% o più per un periodo di alcuni anni al fine di ridurre l'eccesso di debito e accelerare l'aggiustamento dei salari. Ma c'è un'enorme differenza tra aumentare temporaneamente l'inflazione per affrontare una crisi e scardinare prospettive a lungo termine.

Dopo due decenni trascorsi a dire alla gente che un’inflazione al 2% è il paradiso, i banchieri centrali susciterebbero non poche perplessità annunciando di aver cambiato idea, per di più non solo in parte, bensì totalmente. Basti ricordare i "capricci" manifestati dal mercato quando, nel maggio 2013, l'allora presidente della Fed Ben Bernanke suggerì con il tapering una svolta nella politica monetaria ben più modesta. Se i banchieri centrali possono modificare i propri obiettivi di lungo termine dal 2% al 4%, la gente potrebbe benissimo pensare che, in seguito, nulla impedirebbe loro di innalzarli al 5% o 6%.

E poiché è probabile che la gente, oltre a essere confusa, sia anche diffidente, è difficile trovare una motivazione valida per un target del 4%. Se non altro, l'attuale obiettivo di inflazione al 2% ha un suo perché in quanto i banchieri centrali possono presentarlo come l'equivalente morale del valore zero. (La maggior parte degli esperti ritiene che un vero e proprio indice dei prezzi basato sul benessere mostrerebbe un'inflazione notevolmente inferiore rispetto a quella indicata dalle statistiche governative, in quanto i dati ufficiali non riescono a catturare i benefici del flusso costante di nuovi beni nell'economia.)

C’è un'analogia con i problemi che alcuni paesi dovettero affrontare nel tentativo di ristabilire il "gold standard", cioè il sistema aureo, dopo la prima guerra mondiale. Fino alla guerra, il denaro era stato garantito dall'oro e poteva essere convertito a un tasso fisso. Sebbene il sistema fosse estremamente vulnerabile all'assalto agli sportelli e vi fosse poco margine per una politica di stabilizzazione monetaria, la fiducia dei cittadini consentiva al sistema stesso di rafforzare le prospettive.

Purtroppo, dopo lo scoppio della guerra nell'agosto del 1914, questo sistema crollò. Combattenti alla disperata ricerca di entrate furono costretti a fare ricorso a una finanza inflazionistica: non potevano, infatti, svalutare la valuta e contemporaneamente agganciarla all'oro a tasso fisso.

Dopo la guerra, man mano che la situazione andò ristabilendosi, i governi cercarono di tornare all'oro, anche perché ciò suggeriva un ritorno alla normalità. Alla fine, però, il resuscitato gold standard crollò definitivamente, e uno dei motivi principali fu l'impossibilità di ripristinare la fiducia della gente. Oggi, un intervento da parte delle banche centrali verso un obiettivo di inflazione al 4% sul lungo termine rischia di innescare la stessa dinamica.

Fortunatamente, esiste una strada molto migliore. Passare alla moneta elettronica non richiederebbe una modifica – con il rischio di potenziali effetti destabilizzanti – dell'obiettivo di inflazione. Eventuali piccoli problemi tecnici si risolverebbero con facilità. Ad esempio, si potrebbero concedere ai cittadini, entro un certo limite, saldi per transazioni a tasso zero. Presumibilmente, i tassi di interesse nominali diventerebbero negativi solo in risposta a una grave crisi deflazionistica.

Ma qualora si verificasse una crisi del genere, le banche centrali riuscirebbero a tirarsene fuori molto più rapidamente di quanto accadrebbe oggi. E, come ho sostenuto altrove, i governi sono stati per lungo tempo parsimoniosi da un lato, ma prodighi dall’altro nell’erogare banconote di grosso taglio, considerato che una quota cospicua viene utilizzata nell'economia sommersa e per finanziare attività illecite. Passare a un sistema monetario al passo con i tempi renderebbe molto più semplice anche passare a un regime bancario centrale degno del ventunesimo secolo.




            

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