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L'EUROPA PERDE LA RAGIONE, Il punto di vista di Joseph Stiglitz, professore alla Columbia University.

9 Gennaio 2015 - Autore: Redazione


NEW YORK – Alla fine gli Stati Uniti stanno mostrando segni di ripresa dalla crisi scoppiata alla fine dell’amministrazione del presidente George W. Bush, quando la quasi-implosione del suo sistema finanziario provocò onde d’urto in tutto il mondo. Ma non si tratta di una ripresa forte; diciamo che alla meglio non si sta ampliando il divario tra il punto in cui l’economia avrebbe dovuto essere e il punto in cui si trova oggi. Se si sta colmando, lo sta facendo in modo molto lento; i danni causati dalla crisi sembrano essere a lungo termine.

E potrebbe anche peggiorare. Dall’altra parte dell’Atlantico, ci sono pochi segnali di una ripresa anche modesta in stile Usa: il divario tra il punto in cui si trova l’Europa e il punto in cui dovrebbe essere senza crisi continua a crescere. Nella maggior parte dei Paesi dell’Unione europea, il Pil pro capite è inferiore al periodo precedente la crisi. Un mezzo decennio perduto si è rapidamente trasformato in un intero decennio perduto. Dietro alle fredde statistiche, ci sono vite rovinate, sogni svaniti e famiglie andate a pezzi (o mai formatesi) mentre la stagnazione – in alcuni posti la depressione – avanza anno dopo anno.

L’Ue vanta persone molto talentuose e con un alto grado di istruzione. I suoi Paesi membri contano su forti quadri giuridici e società ben funzionanti. Prima della crisi, la maggior parte aveva persino economie ben funzionanti. In alcuni Paesi, la produttività all’ora – o il tasso di crescita – era tra le più alte del mondo.
Ma l’Europa non è una vittima. Sì, l’America ha mal gestito la propria economia; ma no, non ha in alcun modo imposto l’onta degli effetti negativi globali sull’Europa. Il malessere dell’Ue è auto-inflitto, a causa di una serie infinita di pessime decisioni prese in materia economica, a partire dalla creazione dell’euro. Sebbene l’intento fosse quello di unire l’Europa, alla fine l’euro l’ha divisa; e, in assenza della volontà politica di creare istituzioni in grado di far funzionare una moneta unica, i danni non sono terminati.

Il caos corrente deriva in parte dalla ferma convinzione a lungo screditata di mercati ben funzionanti senza imperfezioni di informazioni e concorrenza. Anche l’alterigia ha giocato un ruolo. Come altro spiegare il fatto che, anno dopo anno, le previsioni delle autorità europee circa le conseguenze delle loro politiche siano state costantemente errate?
Tali previsioni sono state sbagliate non perché i Paesi dell’Ue non siano riusciti a implementare le politiche prescritte, ma perché i modelli su cui hanno poggiato quelle politiche erano gravemente viziati. In Grecia, ad esempio, le misure intese a ridurre il peso debitorio hanno di fatto lasciato il Paese più indebitato di quanto non fosse nel 2010: il rapporto debito-Pil è aumentato a causa dello schiacciante impatto dell’austerità fiscale sulla produzione. Almeno il Fondo monetario internazionale ha ammesso questi fallimenti politici e intellettuali.

I leader europei restano convinti che la priorità debba essere la riforma strutturale. Ma i problemi che menzionano erano evidenti negli anni precedenti la crisi, e non avevano fermato la crescita allora. All’Europa serve più che una riforma strutturale all’interno dei Paesi membri. All’Europa serve una riforma della struttura dell’eurozona stessa, e l’inversione delle politiche di austerity, che non sono riuscite a riaccendere la crescita economica.
Coloro che pensavano che l’euro non avrebbe potuto sopravvivere si sono ripetutamente sbagliati. Ma i critici hanno ragione su una cosa: a meno che non venga riformata la struttura dell’Eurozona, e fermata l’austerity, l’Europa non si riprenderà.
Il dramma dell’Europa è ben lungi dall’essere concluso. Uno dei punti forza dell’Ue è la vitalità delle sue democrazie. Ma l’euro ha lasciato i cittadini – soprattutto nei Paesi in crisi – senza voce in capitolo sul destino delle loro economie. Gli elettori hanno ripetutamente mandato a casa i politici al potere, scontenti della direzione dell’economia – ma alla fine il nuovo governo continua sullo stesso percorso dettato da Bruxellese, Francoforte e Berlino.

Ma per quanto tempo può durare questa situazione? E come reagiranno gli elettori? In tutta Europa, abbiamo assistito a un’allarmante crescita di partiti nazionalistici estremi, in contrasto con i valori dell’Illuminismo che hanno garantito all’Europa tanto successo. In alcuni Paesi sono in ascesa forti movimenti separatisti.
Ora la Grecia sta ponendo un altro test all’Europa. Il calo del Pil greco dal 2010 è un fattore ben più grave di quello registrato dall’America durante la Grande Depressione degli anni 30. La disoccupazione giovanile è oltre il 50%. Il governo del primo ministro Antonis Samaras ha fallito, e ora, a causa dell’incapacità del parlamento di scegliere un nuovo presidente greco, si terranno le elezioni anticipate il 25 gennaio.

Il partito di opposizione di sinistra Syriza, che si impegna a rinegoziare i termini del “bailout” della Grecia da parte dell’Ue, è avanti nei sondaggi di opinione. Se Syriza vincerà ma non salirà al potere, sarà per la paura di come potrà reagire l’Ue. La paura non è tra le emozioni più nobili, e non darà luogo al tipo di consenso nazionale di cui necessita la Grecia per andare avanti.

Il problema non è la Grecia. È l’Europa. Se l’Europa non cambia – se non riforma l’Eurozona e continua con l’austerity – una forte reazione popolare sarà inevitabile. Forse la Grecia ce la farà questa volta. Ma questa follia economica non potrà continuare per sempre. La democrazia non lo permetterà. Ma quanta altra sofferenza dovrà sopportare l’Europa prima che torni a parlare la ragione?

©Project Syndicate




            

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