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L'investimento etico: capirlo ed essere liberi di scegliere

4 Ottobre 2010 - Autore:


Finanza ed etica: un binomio di cui si parla molto, soprattutto da quando si sono toccati con mano gli effetti della sua assenza negli ultimi trenta anni, quando l’economia, eccessivamente “finanziarizzata” ha iniziato a distaccarsi dall’economia cosiddetta reale.

Ma qual è l’approccio della finanza etica ? Partiamo da un presupposto, ovvero quello che i principi cardine della finanza classica - ad esempio la raccolta di denaro piuttosto che il prestito - non vengono ripudiati, ma rimangono funzionanti in qualità di meccanismi di fondo. Sul crinale della diversificazione rispetto alla finanza classica, corrono invece i valori di riferimento a cui si fa capo: la centralità del capitale viene sostituita con quella della persona, così come la speculazione è soppiantata dall’equa remunerazione. Altro pilastro della finanza etica è la valutazione approfondita di ogni investimento sull’economia reale, così da non perdere il contatto con il funzionamento dell’economia: in quest’ottica tutte le attività che vanno verso uno sviluppo umanamente ed ecologicamente sostenibile sono le benvenute, come ad esempio quelle tradizionali del settore non profit, o quelle relative al commercio equo e solidale o che, più in generale, producono sul territorio un beneficio sociale ed ambientale.

Non dobbiamo tuttavia vedere la Finanza etica come una forma di beneficienza o collegarla esclusivamente alle associazioni benefiche: investire in modo etico porta con sé la denuncia alle storture del sistema economico attuale, e considera il denaro come un mezzo e non come un fine, facilitando per esempio l’accesso al credito soprattutto per le fasce deboli, e distribuendolo in maniera equa fra coloro che hanno contribuito alla sua realizzazione, senza divari abissali e ingiustificati.

Ed è nell’ultimo paio di decadi che la Finanza Etica ha avuto una maggiore propensione allo sviluppo, passando da un ruolo più passivo, essenzialmente diretto alla battaglia per la trasparenza bancaria, ad uno più attivo e propositivo, ritagliandosi una sua identità all’interno del sistema economico.

Scorriamo i punti cardine della Finanza etica italiana attraverso il Manifesto stilato dall’Associazione Finanza Etica in occasione di un importante convegno tenutosi a Firenze nel 1998. Agire essendo consapevoli delle conseguenze a livello umano, sociale ed ambientale. Questo il punto di partenza imprescindibile dal quale muove i passi la finanza etica che:

1.      Ritiene che il credito, in tutte le sue forme sia un diritto umano: quindi non discrimina i destinatari sulla base di elementi quali sesso, razza, religione o impiego lavorativo, e valuta i progetti dal punto di vista economico e sociale. Da un punto di vista di garanzie, oltre a quelle di tipo patrimoniale, valuta quelle di tipo personale come altrettanto valide.

2.      Considera l’efficienza una componente della responsabilità etica: fare uso del risparmio messo a disposizione in modo da conservarne il valore, è un punto fondamentale.

3.      Non ritiene legittimo l’arricchimento basato sul solo possesso e scambio di denaro: il tasso d’interesse dunque dovrebbe essere tenuto ai livelli minimi sulla base di valutazioni sociali ed etiche.

4.      E’ trasparente: i risparmiatori hanno il diritto di conoscere i processi di funzionamento dell’istituzione finanziaria, nonché delle sue decisioni d’impiego e di investimento. La trasparenza comporta anche la conseguenza che i risparmi siano sempre nominativi e che le informazioni sui risparmiatori siano trattate con il massimo della riservatezza.

5.      Prevede la partecipazione alle scelte importanti dell’impresa non solo da parte dei soci, ma anche da parte di risparmiatori che quindi prendono parte alle decisioni per la destinazione dei fondi, unendosi ad una comunità di migliaia di investitori che fa sentire la propria voce agli amministratori delle imprese quotate, aiutandole ad indirizzarle verso pratiche più responsabili. L'azionariato si esprime partecipando alle assemblee ed alla votazione di mozioni.

6.      Ha come criteri di riferimento per gli impieghi la responsabilità sociale ed ambientale: sono dunque escluse quelle attività economiche che ostacolano lo sviluppo umano e violano i diritti fondamentali della persona, come il commercio di armi e le attività lesive della libertà e della salute umana. Questi sono i cosiddetti “criteri negativi” (o di esclusione) che riguardano i settori banditi dagli investimenti: non si riferiscono solo alle imprese operanti in un determinato settore, ma anche gli Stati,  ad esempio nell’esclusione di titoli di stato di paesi che applicano la pena di morte o che violano sistematicamente i diritti umani. Di contro, la selezione degli investimenti viene effettuata con i “criteri positivi” , individuando imprese o stati che si impegnano nella tutela del capitale umano, sociale ed ambientale: nella prima ipotesi si è soliti parlare di criteri positivi nell’ambito della governance che, nel caso degli stati, sono rappresentati dal rispetto dei diritti civili e politici, dall’impegno della salvaguardia della pace o ancora dagli interventi a sostegno di popolazioni del terzo mondo o colpite da catastrofi e calamità naturali. I criteri di tipo sociale sono attinenti al tema dei diritti umani e dell’impegno verso le categorie svantaggiate e del dialogo con le comunità. Infine, adottare criteri di tipo ambientale significa privilegiare imprese sensibili all’impatto dei processi produttivi oppure gli Stati impegnati nella salvaguardia del patrimonio ambientale e delle specie vegetali e animali.

7.      Richiede un’adesione globale e coerente da parte del gestore: qualora l’orientamento etico fosse solo parziale, andrebbero spiegate le ragioni della limitazione adottata.

Esiste una classifica per responsabilità dei fondi etici ? Per garantire che un prodotto di investimento risponda a criteri di responsabilità sociale, non è sufficiente l’etichetta di Fondo Etico. Infatti l'analisi condotta dall'Osservatorio finanza etica è indipendente e basata su criteri oggettivi, prendendo in esame i sopra menzionati 7 parametri di valutazione che corrispondono a dei veri e propri filtri, attraverso cui l'universo investibile viene scremato fino ad identificare i titoli più socialmente responsabili da inserire in portafoglio.

Sulla base di queste procedure di analisi, l'Osservatorio finanza etica attribuisce ad ogni fondo etico un punteggio da 1 a 7, che esprime il suo rating etico, cioè la sua "classe di eticità": maggiore è il numero di filtri, maggiore è il punteggio raggiunto, che l'Osservatorio finanza etica attribuisce a quel fondo. L'Osservatorio non si propone di coniare una definizione di eticità universalmente accettata, ma si propone di mettere nelle mani del risparmiatore uno strumento per capire come un fondo etico è strutturato, quali sono le regole e le procedure adottate dal gestore nella definizione dell'universo investibile di riferimento, e di conseguenza, poter scegliere il prodotto d'investimento più adatto alla propria sensibilità individuale.

Chi sono gli investitori dei fondi d’investimento ? Appartengono generalmente alla fascia medio alta, hanno un notevole livello culturale ed una certa disponibilità di risorse che gli consentono di diversificare i propri investimenti. L’investitore etico, che si aggira sui 40-50 anni, si pone costantemente domande su dove finiscono i propri soldi, proprio perché non è impossibile che chi sottoscrive un fondo d’investimento tradizionale si trovi, per esempio, a finanziare l’industria delle armi senza saperlo.

Il primo fondo etico è partito in Italia nel 1997 sotto il cappello di casa San Paolo, ma non si può certo affermare che i fondi etici abbiano conquistato l’ampio mercato dei piccoli investitori, nonostante il costo degli stessi non sia maggiore dei classici fondi d’investimento, non avendo, per esempio, neanche commissioni di sottoscrizione e di uscita.

Mentre negli Stati Uniti e nel resto d’Europa i fondi SRI crescono a ritmi serrati - secondo una recentissima indagine realizzata da Eurosif, il mercato europeo del Sustainable and Responsible Investiment avrebbe ormai raggiunto i 2.665 miliardi di euro, con una crescita del 102% in due anni - in Italia il settore dei fondi etici rappresenta una fetta ancora trascurabile del risparmio gestito.

L’informazione nei confronti del risparmiatore italiano non è ancora come dovrebbe, oltre che essere il nostro paese partito in netto ritardo rispetto agli altri. I nuovi prodotti di investimento potrebbero/dovrebbero essere promossi anche dalla banche ai quali, in questo senso, spetterebbe il compito di dare maggiore formazione ai promotori finanziari che generalmente non hanno una conoscenza approfondita in materia di investimento etico. L’investitore da parte sua deve impegnarsi a capire quali sono le strategie di gestione seguite dal gestore, quali sono i criteri di inclusione e di esclusione, comprendendo come il prodotto d’investimento è confezionato: ciò presupporrebbe alla base un lavoro educativo che parta per esempio dalle scuole primarie.

Concludo con le parole di Davide Dal Maso, Segretario Generale del Forum per la Finanza sostenibile, l'associazione italiana senza scopo di lucro che promuove la cultura della responsabilità sociale d'impresa nella pratica degli investimenti finanziari: "In un contesto di crisi come quello che stiamo attraversando, l'investimento socialmente responsabile può rappresentare una risposta, per quanto parziale".

 




            

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