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Italianità nella delocalizzazione: Mauro Redolfini racconta Confindustria Mantova

27 Aprile 2010 - Autore: Redazione


Nato a Mantova, Mauro Redolfini consegue il diploma di geometra nel ’75 e debutta in politica nel ‘78 come responsabile dell’Assessorato allo Sport e al Turismo nell’Amministrazione provinciale della città. Nell’89 è Dirigente organizzativo dell’Associazione Industriali di Mantova e nel 2008 riceve la nomina a Direttore Generale di Confindustria Mantova, incarico che tuttora ricopre. Tra le sue passioni di particolare rilievo quella sportiva, che lo ha portato ad essere prima membro della Giunta Provinciale e poi Presidente del Coni di Mantova, nonché – proprio quest’anno - alla Stella d’oro al merito sportivo.


Lei è Direttore Generale di Confindustria Mantova. Com’è strutturato il sistema della confederazione delle industrie del Mantovano?

Il nostro è un sistema abbastanza semplice: le oltre 530 aziende associate, per più di 700 unità produttive complessive, sono raggruppate in 43 sezioni merceologiche che spaziano dal settore alimentare al chimico, dal tessile all’industria delle costruzioni, ai prodotti per la cosmetica. Tutti questi settori sono rappresentati nella Giunta, che è l’organo a più alta rappresentanza composto da una settantina di imprenditori. Una versione più contenuta degli organismi dirigenti è rappresentata dal Consiglio Direttivo, del quale fanno parte il Presidente, i vice Presidenti ed i Rappresentanti di zona.


Cos’ha significato per lei assumere e rivestire questa carica?

Dopo vent’anni di lavoro in Confindustria in qualità di dirigente, ho avuto il piacere e l’onore di essere nominato Direttore Generale dell’Associazione. Sostanzialmente, si è trattato di un passaggio fisiologico dovuto all’età pensionabile del mio predecessore, al quale si è aggiunta la scelta operata dal Presidente, motivata sia dai rapporti personali che dalla fiducia nei miei confronti. Vorrei peraltro sottolineare che il mio debutto è avvenuto esattamente due anni fa. Quindi in uno dei momenti peggiori per entrare in campo. La partita resta quindi densa di sfide particolarmente impegnative, ma anche stimolanti. E’ infatti proprio in questi momenti di grande difficoltà, ma anche di profondi cambiamenti,  che un’associazione dev’essere concretamente al fianco delle aziende, al di là della rappresentanza e dello spirito di lobby.


Quale dovrebbe essere il ruolo di Confindustria Mantova nell’attuale scenario economico?

Le attività che noi riteniamo fondamentali sono quelle che canalizzano le nostre risorse assieme a quelle delle istituzioni e dei potenziali partner in direttrici fondamentali che riteniamo possano favorire le condizioni di sviluppo. Queste riguardano l’innovazione, i processi di ricerca, i rapporti con l’università, senza trascurare i processi di internazionalizzazione e di sviluppo delle aziende verso i nuovi mercati, le attività legate alla formazione ed alla riqualificazione del personale. C’è poi l’aspetto legato alle attività di natura finanziaria ed ai grandi temi del finanziamento anche partecipato nei confronti delle imprese. Senza trascurare le sollecitazioni nei confronti di partner ed istituzioni, ai quali chiediamo di imprimere una nuova spinta propulsiva per le dotazioni infrastrutturali del territorio. Mi riferisco alla mobilità delle persone, delle merci ed in particolare al nodo strategico rappresentato dal porto di Valdaro.


Come affrontano le aziende familiari presenti nella zona i problemi creati dalla successione generazionale?

Nelle nostre aziende, quasi tutte di prima generazione, la successione sta avvenendo gradualmente. Di queste tematiche spesso, all’interno dell’Associazione, abbiamo avuto modo di dibattere, cercando così di facilitarne la divulgazione culturale e le possibili prassi che possono essere più congruamente adottate. Abbiamo anche il riscontro di una serie di aziende nelle quali il coinvolgimento ed il passaggio della delega ai figli degli imprenditori fondatori sta avvenendo con un graduale processo che da noi non ha ancora generato particolari lacerazioni e spesso è anche fonte di ripartizioni organizzative all’interno delle imprese. Addirittura, provocando la gemmazione di nuove aziende.


Il 12 aprile scorso si è svolta la 65a Assemblea Generale di Confindustria dedicata a “Mantova, territorio delle tipicità”. Perché questa scelta tematica?

Perché riteniamo che la storia e le sue peculiarità rappresentino la forza che ogni territorio deve mettere in campo. Per noi le particolarità del territorio non derivano solamente dal grande patrimonio ambientale, storico, culturale e monumentale, che peraltro rappresentano sicuramente un fattore di sviluppo, pur non essendo il primo e certamente non l’unico. Con questa definizione, infatti, noi intendiamo comprendere anche le capacità produttive e la qualità del produrre, oltre alla spiccata caratterizzazione internazionale di aziende leader a livello italiano ed europeo. Penso in particolare al settore del legno, dell’abbigliamento e a tanti altri comparti dell’alimentare, del meccanico, delle macchine agricole, dove tutte queste eccellenze ci consentono di puntare  su mercati difficili quanto impegnativi.


Quali sono, a suo avviso, le peculiarità dell’industria mantovana?

A Mantova abbiamo 538 aziende associate, con oltre 700 unità produttive e poco meno di 28mila addetti. Il che vuol dire, mediamente, 40 dipendenti per ciascuna azienda. Se però teniamo conto che all’interno di queste aziende vi sono realtà produttive del calibro di Marcegaglia Spa, Iveco, Golden Lady, con dipendenti che superano le 2mila unità, ciò sta a confermare che la media della generalità delle imprese è molto più bassa. Il 93% delle aziende mantovane ha infatti meno di 30 dipendenti, con una struttura composta da chi ha fondato l’azienda, dai suoi familiari, dai dipendenti nelle attività amministrative e commerciali, mentre il resto delle unità è impiegato nella responsabilità della produzione.


Negli ultimi dieci anni ci sono stati mutamenti nella fisionomia dell’industria mantovana?

L’evoluzione più marcata ha riguardato l’ampliamento di diversi settori merceologici, creando così veri e propri distretti che hanno fatto nascere altre aziende specializzate in attività dello stesso comparto. Si è poi verificata una notevole evoluzione nelle organizzazioni imprenditoriali legate ai servizi ed alle prestazioni collocate al di fuori delle aziende. A fronte di un terziario particolarmente dinamico, sono coinvolti numerosi settori che vanno dai trasporti alla logistica, dalla sanità alla consulenza d’impresa, ai servizi informatici, finanziari, ambientali.


Insistere sulla tipicità locale, per i mantovani ha il significato di sottolineare il senso di comunità che dovrebbe stare alla base dell’imprenditoria. Può approfondire questo concetto?

Si tratta di un assunto particolarmente caro al presidente uscente Carlo Zanetti, ma recepito anche da quello entrante, Alberto Truzzi. Il concetto di fondo consiste nel fatto che l’impresa rappresenta una componente determinante della società perché è quella parte che genera reddito, lavoro e condizioni di benessere fondamentali per lo sviluppo sociale. Ecco perché dal benessere delle imprese e dalla loro capacità di resistere soprattutto in questa fase assai critica dipendono il livello occupazionale e, di conseguenza, tutte quelle condizioni che possono determinare lo sviluppo dell’intero territorio sia dal punto di vista economico che sociale”.


Si tratta di una peculiarità del tutto italiana?

Non credo, anche se la si avverte soprattutto in Italia, dove c’è un’imprenditorialità diffusa con la più alta percentuale di imprese del mondo per densità di abitanti, ma soprattutto dove esiste una vera e propria rete di aziende di natura familiare. E’ evidente che la sensibilità sociale e l’attaccamento al territorio di un’azienda multinazionale non potrebbe mai raggiungere quei valori che vengono vissuti dagli imprenditori nati ed operanti in quel territorio. Altrimenti non si capirebbe perché la sede della Marcegaglia Spa resta in un paese chiamato Gazoldo degli Ippoliti….


Come si può mettere in relazione questi principi con i fenomeni di delocalizzazione industriale e di fluidificazione dei mercati locali in mercati globalizzati?

Essere piccoli o medi imprenditori non vuol dire non avere consapevolezza delle difficoltà e dell’evoluzione dei mercati. Quel che avviene ormai da dieci anni a questa parte è che la competizione non si sviluppa più per territori contigui, ma tra Paesi, fornitori e mercati lontanissimi tra di loro. Il concetto di globalizzazione, negli ultimi 10-15 anni, è ormai acquisito da parte degli imprenditori, a prescindere dalle dimensioni dell’azienda. Delocalizzare non significa mettere in discussione l’italianità, la sede della propria azienda, ma cogliere in modo equilibrato le opportunità derivanti dagli altri mercati perché questa rappresenta la condizione fondamentale per salvaguardare la propria posizione competitiva sui mercati internazionali.


Confindustria Mantova è sempre stata molto attiva nel rilanciare costantemente l’imprenditorialità locale, ad esempio con la creazione di strumenti specifici quali Unimpiego. Di cosa si tratta?

Si tratta di un progetto che abbiamo lanciato due anni fa, poco prima che scoppiasse la crisi. Noi siamo fondamentalmente un sindacato, poiché rappresentiamo gli imprenditori e le aziende. Siamo inoltre un’organizzazione di servizi. Nell’ambito delle attività di natura sindacale, ci occupiamo di tutto quanto avviene dalla firma del contratto nazionale all’applicazione di quelli integrativi, dagli adempimenti legati alle aziende, ai rapporti con i lavoratori ed i sindacati fino ai temi della formazione e della riqualificazione. L’ultimo tassello che mancava riguardava il punto d’incontro tra l’offerta e la domanda di lavoro. Una sorta di anello di congiunzione tra tutti gli ambiti seguiti da Confindustria. Unimpiego nasce con questo spirito per facilitare le aziende mantovane nel trovare la figura professionale giusta in grado di rispondere alla richiesta giusta.


Quali altre soluzioni avete elaborato per aiutare i vostri associati?

Ricapitalizzare e finanziare il fondo di garanzia interno di Comfidi, determinare i meccanismi di utilizzo in deroga degli ammortizzatori sociale a livello locale – Mantova è stata la prima in Lombardia -, dare vita ad un tavolo di coordinamento delle attività di formazione e di utilizzo delle doti con tutti i soggetti istituzionali e pubblici, creare un tavolo unico di coordinamento delle iniziative legate all’internazionalizzazione. Tutti questi sono esempi dei percorsi che abbiamo avviato e sviluppato negli ultimi 18 mesi per andare materialmente incontro alle esigenze delle imprese, consapevoli del nostro ruolo e dei loro problemi”.


La crisi ha reso tutto più difficile?

La crisi ha creato una serie di difficoltà in capo alle aziende ed agli imprenditori, che poi sono ricadute a cascata sul soggetto più debole: i lavoratori. Le aziende stanno puntando su molte soluzioni per cercare di tamponare le difficoltà sotto l’aspetto finanziario, patrimoniale, organizzativo, ma anche per quel che riguarda la riorganizzazione ed i costi, compresa la malaugurata necessità di ridurre gli organici. Dal punto di vista associativo, paradossalmente Confindustria, in un momento di grave difficoltà per le aziende, ha reagito con forza sviluppando la propria rappresentanza – negli ultimi 18 mesi abbiamo iscritto circa 60 nuove aziende – e creando, con gli enti e le istituzioni, un livello ancora più elevato di rapporti che ci ha consentito di generare una serie di tavoli di concertazione operativi che ora intendiamo capitalizzare con progetti ancora più concretamente utili al mercato, alle imprese ed allo sviluppo del territorio.


Vi siete sentiti appoggiati o ostacolati dai provvedimenti presi dal mondo politico?

Premesso che sul piano nazionale la scelta di intervenire sulla crisi è stata particolarmente prudente, con un occhio di riguardo al deficit per non vederlo esplodere, non entro nel merito valutando se questa fosse l’unica operazione possibile. Di certo oggi si sta dimostrando la più corretta ed efficace perché ci troviamo in minore difficoltà rispetto ad altri Paesi europei che hanno fatto ricorso all’indebitamento ed al deficit in modo decisamente massiccio. E’ altrettanto evidente che gli interventi diretti a stimolare l’economia sono stati inferiori. In qualche modo, quindi, fino ad oggi le imprese italiane si sono dovute arrangiare un po’ di più rispetto a quelle di altri Paesi. Nulla da dire sugli interventi – peraltro stimolati anche da Confindustria – per gli ammortizzatori in deroga e per l’estensione della cassa integrazione ordinaria e speciale. Il nostro auspicio è che le coperture di questi strumenti possano essere ulteriormente finanziate, per poi veder partire davvero i grandi interventi di riorganizzazione finalizzati a rendere più efficace il sistema. Il tutto avendo per obbiettivo una riduzione dei costi. Costi che non sono generati dalle aziende e dai cittadini, che invece pagano le tasse in modo certo e fortemente pesante rispetto a tutti gli altri Paesi.
 




            

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