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Intervista esclusiva ad Angelo Lazzari, Managing Director Arc Asset Management

23 Marzo 2010 - Autore: Redazione


Angelo Lazzari è Presidente e Amministratore Delegato di arc Asset Management. Lazzari, classe ’68, una Laurea in Ingegneria all’Università di Brescia, inizia la sua carriera nel 1994
come promotore finanziario prima in Mediolanum e poi in Unicredit Banca dove svolge anche attivitĂ  manageriali e di coordinamento.
Dall’aprile 2004 diventa membro del board di Arcobaleno Fund Sicav. Dal maggio 2007 entra anche nel board di Iris Fund Sicav.
Lazzari è’ socio fondatore di arc Asset Management e dal luglio 2007 è “conducting person” e amministratore delegato di ARC arc Asset Management.


Oggi incontriamo Angelo Lazzari. Lei è Managing Director per Arc AM, una società con sede in Lussemburgo autorizzata alla gestione di fondi collettivi. Diversamente da altre società di gestione, che dispongono già di un fondo pronto alla vendita, Arc crea strumenti finanziari su misura per i distributori italiani. Ci può illustrare le peculiarità, gli obbiettivi e la storia della sua società?

Arc Asset Management è una società indipendente con sede in Lussemburgo, specializzata nella creazione e nella gestione di soluzioni d’investimento per:
• Investitori Istituzionali e Professionali (Banche, Sim, Asset Managers Indipendenti, Financial Advisors, Fiduciarie, Family Office e SGR)
• Investitori Privati e Famiglie (grandi Clienti, Famiglie facoltose, consulenti)
Autorizzata dalle competenti autorità lussemburghesi il 12 luglio 2007 (articolo 77, capitolo 13° della Legge 20 Dicembre 2002), arc A.M. è sottoposta al controllo della CSSF (Commision de Surveillance du Secteur Financier).
 
Arc A.M. è quindi una società di gestione di patrimoni armonizzata che può offrire i propri servizi a qualsiasi Paese della Comunità Europea, secondo la Direttiva UCITS.

Suo obiettivo è progettare strumenti finanziari su misura (approccio “tailor-made”) in linea con le necessità del Cliente - sia Istituzionale e Professionale che Privato - sfruttando l’esperienza e l’internazionalità dell’industria dei fondi lussemburghesi.
 
Al mercato italiano arc A.M. offre il proprio know-how nella creazione di prodotti di investimento, sia per la Clientela Istituzionale che per la gestione integrata del patrimonio familiare, offrendo una consulenza completa durante tutto l’iter di costituzione, di autorizzazione e di commercializzazione dei fondi nei Paesi dell’Unione Europea.
 
La società si avvale di uno staff multilingue, affidabile e altamente professionale ed è totalmente indipendente.
Oltre gestore dei propri fondi, arc AM è anche distributore di quote di essi, rivolgendosi direttamente al cliente finale.


Quali sono i vantaggi di operare in uno Stato come il Lussemburgo e quali le prospettive future per diventare uno dei piĂą rilevanti centri di investimento in fondi del mondo?

Nel 1988 il Lussemburgo è stato il primo Paese membro dell'UE ad adattare la propria legislazione alla Direttiva Europea UCITS. Oggi è il primo Paese nell'industria degli investimenti collettivi ed è anche il maggior centro mondiale per la distribuzione dei fondi.
L'alta internazionalitĂ  nel settore dei fondi di investimento in Lussemburgo beneficia anche di un ambiente politico e sociale molto stabile.
L'atteggiamento flessibile e disponibile delle AutoritĂ  locali, e lo stretto rapporto tra il mondo finanziario e il Governo, dovrebbero consentire al Lussemburgo di continuare a rafforzare la sua posizione come uno dei piĂą attrattivi centri d'investimento in fondi del mondo.


In un recente articolo riguardante la microfinanza, lei ha sostenuto che questa viene spesso confusa con la carità, mentre invece rappresenta un business rivolto a categorie che la finanza tradizionale non può e non vuole servire. Ci può offrire un commento in merito? Quanto sono sicure e redditizie le istituzioni di microfinanza e quali sono i vostri progetti in questo settore?

La microfinanza è la creazione di sistemi finanziari inclusivi per i soggetti cosiddetti “non bancabili” (cioè coloro che per la loro condizione economico sociale hanno difficoltà di accesso
al settore finanziario tradizionale).
E’ nata nei Paesi in via di Sviluppo (PVS), e si sta sviluppando anche
nei paesi industrializzati, come valido strumento per instaurare uno sviluppo economico sostenibile e per creare la “cultura del credito”, finanziando le idee di tutti quei soggetti che, privi dei mezzi finanziari e garanzie patrimoniali adeguati, ma consapevoli dei vantaggi derivanti dall’intermediazione finanziaria, potrebbero davvero creare attività produttive funzionali (micro-imprese) volte all’emancipazione della loro condizione di povertà.
Più che di “diritto al credito”, si può parlare di diritto all’iniziativa economica, la quale deve poter essere equamente accessibile a tutti e deve avvenire impegni precisi da parte di chi accede a un credito.
In questo senso, nel parlare di microfinanza, è bene portare l’attenzione tanto sul valore dell’accesso al credito quanto sulla responsabilità che esso comporta per tutti i suoi protagonisti, beneficiari compresi: sulla necessità di investimento e sull’importanza della costruzione collettiva del capitale (risparmio).
Molto spesso, come indicato dalla domanda, la microfinanza viene confusa con la carità, che è, invece, una cosa ben diversa. La prima rappresenta un vero e proprio business, con l’obiettivo di fornire credito per la realizzazione di un progetto, la seconda è sicuramente rivolta allo stato più basso della società, ma possiede fini diversi, più di aiuto verso coloro che vivono situazioni disagiate, di povertà ed emergenza.

Arc-Am è Management Company del Community Investing Fund, una SICAV UCITS III multi -comparto di diritto lussemburghese armonizzata UE, costituita in Lussemburgo il 19 Maggio 2009 in base alla parte 1 della legge del Lussemburgo del 20/12/2002 relativa agli organismi di investimento collettivi (UCIITS). La SICAV, che si rivolge sia agli investitori istituzionali che a quelli privati, attualmente è composta da un unico comparto: Dialogue . La SICAV Community Investing Fund-Dialogue è autorizzata dal 14 novembre 2009 alla commercializzazione in Italia dalla CONSOB.
Community Investing Fund ha una visione innovativa sia per le componenti finanziare che per le finalità sociali. Si tratta, infatti, del primo fondo armonizzato europeo autorizzato che investe in asset class MIVs-Microfinance Investment Vehicles autorizzata alla distribuzione retail in Italia. Il fondo ha caratteristiche obbligazionarie, con una composizione peculiare nel panorama dei fondi etici. La strategia del fondo è quella di investire con una visione etica di impatto sulle comunità, selezionando veicoli diversificati in un’ottica sia di minimizzazione del rischio per gli investitori che di massimizzazione del possibile risultato per le finalità sociali. Proponendosi come collegamento fra il mondo della finanza tradizionale e l’attività operativa sul territorio delle istituzioni di microfinanza, il nuovo fondo armonizzato consente a tutti gli investitori di partecipare in maniera professionale allo sviluppo sostenibile generato da questi progetti. Innovazione finanziaria e finalità etiche si fondono grazie al contributo dell’Ethical Affairs Advisor Carità Politica, associazione laica di diritto pontificio, e di arc Asset Management, società di gestione della SICAV.
Community Investing Fund, oltre all’introduzione dei principi etici cristiani, inaugura un nuovo approccio alla finanza etica ponendo un particolare attenzione alle persone, ossia all’impatto che i progetti di microfinanza possono avere sulle singole comunità locali.
La SICAV attraverso il suo investimento in MIVs-Microfinance Investment Vehicles arriva infatti a sostenere clienti con difficoltà di accesso al settore finanziario tradizionale, attraverso il modello del microcredito, così da fornire anche un supporto allo sviluppo dei paesi più poveri. Community Investing Fund rappresenta inoltre un unicum nel panorama attuale della finanza etica nella quale prevalgono fondi con caratteristiche screening.
La SICAV è invece un fondo di tipo funding che non investe in società quotate o strumenti di finanza tradizionale, ma ha come unico criterio di selezione l’investimento in progetti di microfinanza ponendosi obiettivi non speculativi. Community Investing Fund è indipendente da qualsiasi gruppo bancario, assicurativo e finanziario. Potendo così rispondere al meglio alle finalità etiche e sociali che si propone, non ha retrocessioni, né commissioni di performance e di sottoscrizione, ma prevede solo management fee contenute, pari allo 0,95%, di cui lo 0,20% è destinato all’Ethical Affairs Advisor Carità Politica per lo sviluppo di un progetto formativo di livello universitario in Congo e lo 0,75% ad arc Asset Management, Società di gestione della SICAV.


La recente crisi finanziaria globale porterĂ  ad un rapido sviluppo degli investimenti in fondi etici? Cosa ne pensa?

L’etica è la condotta pratica dell’uomo che porta alla libera scelta fra bene e male: e l’atto moralmente buono presuppone la bontà dell’oggetto, del fine e delle circostanze. Bisogna dare risposte nuove al crescente numero di sottoscrittori che cercano i fondi etici: oggi più che mai. Oggi i fondi etici si muovono spesso con i limiti dello screening  (cioè il buono deriva dalla mera esclusione di elementi negativi). Oppure investono proattivamente (in microfinanza o progetti specifici) non più del 10%. Penso che gli investitori, sia privati che istituzionali, siano invece non solo pronti ma ansiosi di trovare formule di investimento con maggiore finalità sociale. L’intera concezione di fondo etico deve cambiare, in una nuova ottica di dare e avere che premi sia la comunità su cui va a investire la parte di microfinanza che la comunità di investitori che si riconosce in tale scelta.
Bisogna anche considerare che la crisi economica nella quale versiamo dal 2008 e verso la quale siamo stati condotti da principi capitalistici portati avanti senza alcun criterio, con la sola finalità di accumulare profitti, senza porsi il problema di coinvolgere tutti gli attori sociali all’interno dell’attività economica complessiva e basandosi su parametri di “affidabilità” estremamente rigidi e retrodatati, suggerisce la microfinanza come una delle migliori exit strategy per superare la situazione attuale. Bisogna evitare che questa crisi passi senza aver condotto ad una maggiore consapevolezza dei limiti del sistema economico perseguito in precedenza e di una rivalutazione del microcredito quale attività di business pari in dignità e qualità economica alle altre, e non quale prassi propria di pochi “managers caritatevoli”. Bisogna superare la superstizione secondo la quale la povertà sarebbe una sfortuna, una falla del sistema e considerarla invece quale risorsa, principio catalizzatore per la concretizzazione di progetti ed idee ancora più motivati. L’Unione Europea ha eletto il 2010 “Anno europeo della lotta alla povertà e all’esclusione sociale”, sottolineando pesantemente come la drammaticità di tante situazioni di estrema povertà non sia tanto costituita dall’indigenza, quanto dalla tremenda e difficilmente superabile esclusione sociale incontro alla quale – specialmente nei paesi europei ed occidentalizzati – vanno incontro le persone nullatenenti. Nelle società occidentali ed occidentalizzate senza soldi non è possibile far nulla, nemmeno avere una vita sociale in senso relazionale. Allora le faccio un esempio: ero a Milano questo ottobre per sbrigare alcune questioni di lavoro. Era una giornata molto calda, dal clima ancora pienamente estivo. Passando sul marciapiede incontro mamme e bambini all’uscita da una scuola elementare; sono tutti tremendamente accaldati ed assetati. Lì fuori, proprio vicino al cancello d’uscita, una signora sudamericana vende dal suo carretto gelati ed acqua fresca. Ecco, questo per me è il microcredito: finanziare qualcuno perché possa comprarsi un carretto che gli permetterà di avviare un’attività con la quale ripagare il prestito ricevuto; dare la possibilità a persone con idee e progetti di poterli realizzare costruendosi un futuro dal nulla. Oggi, nella maggior parte dei casi, è assolutamente impossibile per chiunque costruire qualcosa dal nulla. In Europa, poi, siamo tremendamente indietro. In Sudamerica sono molto più avanti di noi; in Messico esiste già una banca che fornisce servizi di microcredito. L’Italia non è che l’esempio più eclatante ed estremo del male che affligge il nostro continente: non solo una notevole reticenza nel credere alla pratica del microcredito ma, in aggiunta, una burocrazia terribile che imbavaglia l’iniziativa, rendendo le cose difficili anche qualora si decida poi effettivamente di concedere il prestito.


Potenziali sistemi economici etici come la finanza islamica potranno rappresentare un valido modello per la finanza tradizionale? Qual è il suo pensiero in merito?

La Finanza Islamica rappresenta un fenomeno in grande sviluppo, basato sul divieto di creare interessi. Credo che in futuro esso possa dar vita ad una bella sfida, proponendosi come sistema economico etico alternativo alla finanza tradizionale. Le molte iniziative elaborate in questo periodo sul tema, fanno ben sperare!
Del resto, una delle sfide maggiori lanciate agli attori della finanza dalla situazione attuale e dalla proposta del microcredito e di nuove forme di finanza etica è proprio quella di dover elaborare nuove schemi concettuali e parametri di giudizio a seconda delle differenti realtà locali in questione. E’ chiaro che i criteri utilizzati per concedere un micro-prestito non potranno essere i medesimi in ogni paese, ed è giusto e doveroso che le banche tengano conto delle differenti esigenze non solo da paese a paese ma anche – e soprattutto – all’interno di società sempre più connotate dal multiculturalismo (si pensi ai progetti, estremamente caratterizzati in senso localistico, portati avanti in India da Muhammad Yunus, guru del microcredito e premio Nobel per la pace 2006). Non è accettabile che l’appartenenza a differenti culture possa implicare un’esclusione dal sistema creditizio e funga da elemento discriminante all’interno del panorama finanziario. Per quanto riguarda poi il riferimento al Corano e ad un’etica di matrice esplicitamente religiosa, citavo prima l’esempio di Community Investing Fund, la quale si basa appunto su principi etici di tipo cristiano, affermati in maniera talmente generale e riguardosa da non costituire tuttavia elemento discriminante rispetto alle linee guida della maggior parte delle altre confessioni religiose. Naturalmente, il nesso tra finanza e confessione religiosa rappresenta un tema estremamente interessante della nuova sfida posta dal progetto della finanza etica. Parlavo prima di Carità Politica, la quale, ad esempio, ha appena pubblicato un libro molto interessante in merito: “Etica e finanza crisitana”, a cura del cardinale Alfredo Luciani. Lo stesso papa Benedetto XVI nella sua ultima enciclica “Caritas in  veritate”, individuando nella globalizzazione, nello sviluppo economico, nella precarietà e nella disoccupazione le maggiori sfide economiche del nostro tempo, ha sottolineato come tutti gli uomini e le donne del mondo abbiano diritto ad un lavoro che sia “decente”. Al contrario, lo sfruttamento e la mancanza di garanzie sociali hanno contribuito a trasformare il mercato in un luogo dove si registra la sopraffazione del più forte sul più debole. Il mercato dovrebbe invece comporsi, oltre che di imprese tradizionali, anche di imprese che perseguano tanto il raggiungimento degli utili quanto finalità sia umane che sociali. Anche per il papa il rischio è che dalla crisi che stiamo vivendo non venga tratto alcun insegnamento, e che gli stessi errori siano commessi in futuro, quando invece l’economia e la finanza dovrebbero tornare a crescere in maniera più equa e solida. Insomma, nell’enciclica si rileva un grande appello alla responsabilità nell’era della globalizzazione unitamente ad una grande forza morale nell’ottica di uno sviluppo sostenibile


Un aspetto in Italia ancora poco conosciuto è la possibilità della dematerializzazione dei fondi. In cosa consiste e quali soluzioni è possibile adottare per diffonderne l’applicazione nel nostro paese?

Sotto questo aspetto, l’Italia è ancora molto indietro, se si pensa che non esiste ancora, in pratica, il riconoscimento della firma elettronica. Le società sono vincolate alla firma cartacea del cliente, anche per il collocamento diretto online. La vera soluzione sarebbe la creazione di un mercato borsistico dei fondi, come per gli etf, ma in cui la contrattazione del comparto avviene una volta in giornata e non in maniera continuativa. Ciò renderebbe il mercato veramente concorrenziale sui prezzi. Un altro vantaggio sarebbe quello dell’eliminazione dei conflitti d’interesse esistenti spesso, tra chi gestisce il fondo e l’azionista stesso della SGR.

 




            

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1 Aprile 2013 ore 11:38:28 - Angelo de Vincentis







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