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Intervista esclusiva ad Alessandro Pistochini, Avvocato penalista

11 Gennaio 2010 - Autore: Redazione


Nato a Novara il 12 Ottobre 1969.
Laureato in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Milano, con la votazione di 110/110 e lode.
Dottore di Ricerca in Diritto Processuale penale comparato presso l’Università degli Studi di Milano.
Dal 2003 è socio fondatore dello studio legale Crippa Pistochini di Milano.
Per informazioni sulle aree di competenza dello Studio legale Crippa Pistochini, vedi  www.crippapistochini.it

Oggi incontriamo Alessandro Pistochini, Avvocato Penalista. Lei è Socio Fondatore dello Studio Legale Crippa-Pistochini. Ce ne può illustrare le attività e le principali competenze?

Lo studio si occupa esclusivamente di diritto penale e, in particolare, di  “penale dell’impresa”: ovvero di quelle fattispecie di reato con le quali l’imprenditore può entrare a contatto nella quotidiana gestione (non sempre così spregiudicata come si potrebbe pensare) del proprio business. Del resto, oggi è sempre più importante conoscere i contorni del penalmente rilevante, stante la necessità per l’imprenditore di assumere “rischi” operativi sempre più rilevanti per contrastare le difficoltà economiche e congiunturali nelle quali si  trovano le imprese.
Il mio Studio affronta e gestisce, tanto in ottica pre-processuale (e quindi consulenziale), quanto nel contesto “patologico” della consumazione del reato (e quindi nel processo penale), questioni di diritto penale del lavoro (es. infortuni sul lavoro, violazioni in materia di sicurezza ed igiene sul lavoro), di penale tributario (pensi al mondo delle “scelte di fiscalità d’impresa” che trascolorano in illecito penale), di penale fallimentare (quantomai di attualità in questi anni di crisi economica), di penale della “pubblica amministrazione” (corruzione, concussione, abuso d’ufficio, ecc..), di “colpa professionale” (si pensi alle responsabilità dei medici e delle strutture organizzate in ambito sanitario, farmaceutico, ecc…), di frodi comunitarie (illeciti finanziamenti comunitari, illeciti finanziamenti alle imprese ex L.488/92), di penale dell’ambiente, degli alimenti, dei rifiuti, dell’edilizia, della privacy, di penale dell’informatica (cyber-crimes, controlli a distanza con sistemi informatici, accessi abusivi, concorrenza sleale con sottrazione di dati da sistemi e data-base aziendali).
Grande impegno è poi  profuso dai professionisti dello Studio nell’attività di consulenza a grossi gruppi di società internazionali, in collegamento con Studi legali di primario standing e di matrice anglosassone e nord-americana, nell’analisi delle  criticità connesse ad operazioni straordinarie nonché nella individuazione dei contorni di ciò che è penalmente rilevante in relazione alla diverse tipologie di business che società straniere, o brench di multinazionali straniere, decidono di intraprendere nel nostro paese.
Lo Studio ha anche spiccate competenze nella gestione delle questioni connesse alla c.d. Responsabilità Amministrativa degli Enti (D.lgs. n. 231/01): i professionisti dello studio, infatti, sono in grado di fornire sia assistenza alle società nella fase di creazione dei Modelli di Organizzazione di cui al D.lgs. n. 231/01 (dal risk assessment, alla gap analysis, fino alla redazione del Modello e dei Protocolli operativi tesi a prevenire la commissione di reati), sia di gestire le ricadute processuali di violazioni di tale normativa, intervenendo nella difesa dell’Ente (della Società) nel processo penale; non ultimo, di contribuire alla “vita” e all’aggiornamento dei Modelli adottati in azienda, partecipando come membri esterni degli Organismi di Vigilanza. Per chi volesse maggiori dettagli (penso alle pubblicazioni e all’attività accademica del sottoscritto), invito a consultare il sito dello studio, www.crippapistochini.it
 

Come giudica l’evoluzione del Diritto penale societario? Ritiene che in futuro, esso possa svilupparsi ulteriormente?

Sicuramente. Dal punto di vista politico e, quindi, del legislatore italiano, la tendenza è da sempre attribuire stigma penale ai più svariati comportamenti, senza alcuna seria programmazione della legislazione penale e degli ambiti entro i quali l’illecito penale debba essere circoscritto. Ad una irrazionale proliferazione della normazione penale seguono poi, puntualmente, con cadenze pressochè costanti, provvedimenti di clemenza, motivati da ovvie esigenze di sfoltimento delle carceri. In questo riposa un evidente cortocircuito di politica criminale, i cui effetti si misurano in termini di incertezza della sanzione. Se questo è vero in generale, lo è ancor di più nel diritto “penale dell’impresa”: soprattutto in una fase storica in cui le situazioni di “crisi” aziendale ed economica portano gli imprenditori ad assumere rischi sempre maggiori nella prospettiva – spesso vana – di salvare l’azienda dal tracollo o dal fallimento. A ciò si aggiunge il progressivo ampliamento, anche su impulso della legislazione sovranazionale e comunitaria, dell’ambito di applicazione del D.lgs. n. 231/01: oggi il decreto “copre” più di 100 fattispecie di reato, in relazione alle quali l’azienda può essere chiamata a rispondere nel processo penale in caso di violazione (o assenza) dei Modelli di Gestione e Controllo.


La crisi porterà molte imprese a fare scelte sbagliate e operazioni azzardate. In questo caso, l’assistenza del penalista si renderà necessaria. In che modo? Pensa che la crisi possa esporre i difetti dei sistemi di controllo interno delle aziende?

In Italia non c’è grande cultura della “prevenzione”. L’imprenditore, mediamente, non interpella il “penalista” prima di fare l’operazione o di sviluppare un nuovo business. Dal “penalista” si va, solitamente, quando è già arrivata l’informazione di garanzia o la perquisizione o l’arresto. E’ più della cultura anglosassone e nord-americana consultare professionisti di diversa estrazione a cui chiedere conferme circa la liceità delle evoluzioni (o involuzioni) dell’attività d’impresa. Devo dire che la pressione sulle società operata dal D.lgs. n. 231/01 sta producendo effetti benefici, perché è una legislazione improntata alla cultura della “verifica del rischio penale” e non alla gestione del “fatto di reato”. Quanto ai sistemi di controllo, come ho già detto, la situazione di tensione in cui versano molte realtà aziendali (sia a livello di liquidità, di affidamenti bancari, di operatività e produzione) proprio perché induce l’imprenditore – già ontologicamente portato ad assumersi rischi – a scelte sempre più estreme, può mettere a nudo la tenuta e l’effettività di questi presidi, interni ed esterni, dell’azienda. Tenga conto, però, che uno dei maggiori problemi di “sistema” è che, mentre per un verso, negli anni, si è assistito alla proliferazione di organi di controllo (di cui spesso l’imprenditore non comprende la reale alterità rispetto ai preesistenti, vivendoli quindi come un inutile aggravio economico e come una ulteriore limitazione alla rapidità e alla libertà d’azione/reazione), per altro verso, questo novum troppo spesso - nella pratica - risulta privo di effettiva indipendenza, privo dei necessari requisiti di terzietà, privo dei necessari poteri di spesa, quantomai indispensabili per assicurare una effettiva verifica sulla correttezza dell’azione imprenditoriale.  Ma questo è un problema endemico, con cui il nostro sistema-impresa convive da decenni, spesso con profitto. L’attuale sfida dei professionisti è - a mio avviso - costruire meccanismi di controllo integrato (tra i vari organismi esistenti), riducendo le maglie dei filtri (e quindi gli spazi non presidiati dalla verifica) ed ottimizzando l’efficacia del controllo con scambi costanti di informazioni.


Dal 2005, in Italia, negli studi d’affari hanno iniziato a trovare posto practice dedicate e professionisti specializzati nel settore del diritto penale d’impresa. Come vede la situazione attuale? La scelta prevalente è ancora quella di alleanze con penalisti esterni?

Mi pare che la situazione sia ancora quella di preferire alleanze esterne (of counsel). Anche se, ultimamente, alcune grosse law firm internazionali hanno iniziato a creare dipartimenti di criminal law (come pure hanno recentemente potenziato i settori del litigation – in passato il più negletto tra i dipartimenti esistenti – per effetto dei mutamenti che l’attività professionale ha subito a seguito della crisi economica). Non credo, però, che sia questo il futuro della nostra professione. Il rapporto tra cliente e penalista è caratterizzato da un forte legame diretto e fiduciario. E’ un rapporto “a deux”: l’imputato sceglie il proprio avvocato non perché è già all’interno della struttura professionale che gli gestisce, ottimamente, le problematiche di business aziendale, ma perché individua in quel professionista la persona adatta a governare una situazione di crisi che tocca, anzitutto, la persona, l’uomo-imprenditore. Questo non significa che si possa e si debbano favorire alleanze e collegamenti con differenti realtà professionali, così da gestire - in sinergia - il contenzioso penale, tenuto conto che esso ha sempre ricadute che esulano dal perimetro del processo penale. Ma vedo improbabile una progressiva incorporazione degli studi di penalisti nelle grosse law firm.


Le problematiche derivanti dai crescenti profili di extraterritorialità del settore sono molte. Che commenti può fare riguardo all’aspetto internazionale?

Come dicevo prima, il diritto penale subisce gli influssi del diritto extraterritoriale: si pensi alle fattispecie penali imposte dal recepimento di legislazioni comunitarie. Non credo però che a breve si possa arrivare alla creazione di uno “spazio comune penale” comunitario: ovvero ad un sistema processuale “comunitario”, con un procedura penale comune e corti territoriali comuni. Troppo diversi sono i sistemi processuali, troppo diverse le culture giuridiche di riferimento. Il sistema penale è, e resta, fortemente territoriale: e ciò radica profondamente l’attività professionale al paese di provenienza o a quello nel quale si consegue la necessaria formazione tecnica. Esistono forme di collegamento e facilitazione nella gestione dei fenomeni criminali internazionali (reati transanzionali, mandato d’arresto europeo, Eurojust), ma il fatto penale e la soluzione del case resta una prerogativa territoriale.
 




            

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