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Intervista esclusiva a Yasar Ravi, avvocato, Studio De Polo & Ravi

31 Maggio 2010 - Autore: Redazione


Domande preparate da Alessia Rosa
Intervista di Katya Giorgi


Oggi incontriamo Yasar Ravi, avvocato dello studio legale di Lugano De Polo & Ravi. Può presentarci la storia, l’attività e gli obiettivi del suo studio?

Dopo la mia formazione Universitaria a Friburgo e dopo aver conseguito un master presso l’Università di Tübingen, Germania, ho ottenuto il brevetto di avvocato. Dal  2000 sono contitolare dello studio legale e notarile De Polo & Ravi, sito in via Soldino 22 a Lugano, che si avvale di 7 avvocati e collaboratori, nonché di 5 assistenti di segretariato. A seguito di una ripartizione e specializzazione interna, offriamo assistenza legale e consulenza in tutti gli ambiti del diritto. In particolare offriamo consulenza commerciale, contrattualistica, costituzione di società anonime in Svizzera ed all’estero. Disponiamo inoltre di un settore specialistico in contenzioso civile, commerciale, compreso il diritto bancario. Lo studio legale si occupa pure di diritto penale in generale, e anche di rogatorie internazionali. Altro settore d’interesse dello Studio e la rappresentanza del cittadino nei suoi rapporti con l’Autorità e dunque di diritto amministrativo in generale, dall’ambito dei permessi sino al diritto edilizio che del diritto degli stranieri. All’interno del nostro ufficio,  offriamo pure i normali servizi di notariato.
Quali obbiettivi abbiamo quello di offrire con professionalità, una consulenza legale completa ai nostri clienti, che spaziano dalla semplice consulenza appunto, alla contrattualistica fino alla rappresentanza dinanzi a tutte le Autorità giudiziarie cantonali e federali.
I nostri servizi possono essere forniti in diverse lingue: italiano, francese, tedesco, inglese, spagnolo, aramaico e turco. 


Lei è anche molto impegnato sul fronte politico, essendo deputato tra le fila del PPD (Partito popolare Democratico svizzero) in Gran Consiglio. Come è iniziata la sua esperienza politica?

Ho iniziato la mia carriera politica all’Università di Friburgo. Da diversi anni sono presidente dell’associazione Siro Cristiani di Antiochia. Appena finiti gli studi universitari (1998), mi sono messo a disposizione del movimento giovanile del PPD (Partito popolare democratico) e sono stato eletto nel Parlamento Cantonale il 5 maggio 2003 sulla liste di generazione giovani. Nel 2007, dopo 4 anni di attività parlamentare, mi sono ricandidato nelle fila del partito PPD e sono stato rieletto per un nuovo mandato sino al 2011. Durante la mia attività politica sono stato attivo in diverse commissioni parlamentari, tra le quali petizioni e ricorsi, scolastica,  sanitaria e diritti politici.  L’anno scorso ho presieduto la commissione petizioni e ricorsi.


La sua famiglia è di origine e lingua madre aramaica. Nel 1974 si stabilì in Svizzera. Per quali ragioni decise di trasferirsi in questo paese? Cosa ci può raccontare in merito?

Sono nato nel Sud Est della Turchia e sono Suryoyo, minoranza cristiana ancora presente nel Sud Est della Turchia. Di madre lingua sono aramaico. Nel 1974 io e miei fratelli abbiamo raggiunto i nostri genitori che si erano trasferiti in Svizzera, dopo aver chiesto asilo politico. Infatti, in quel periodo la situazione dei cristiani nel sud est della Turchia non era assolutamente facile e sicura. Come la nostra famiglia tante altre famiglie sono state costrette ad abbandonare le proprie terre per cercare un paese sicuro, a causa dell’intolleranza religiosa e politica nei confronti dei cristiani.


In questo periodo di crisi economia ormai quasi superata, molti sottolineano l’incapacità delle autorità federali ad adattarsi al nuovo ordine mondiale. Lei cosa ne pensa? In che modo la Svizzera sta affrontando questo periodo critico?

Siamo in un periodo di crisi internazionale, come molti dicono ormai superata. Lo spero.  Evidentemente la Svizzera come altre nazioni ha avuto non poche difficoltà ad affrontare questo periodo. Oltre ai problemi di crisi economica mondiale, la Svizzera ha dovuto affrontare anche una grave crisi bancaria interna i cui strascichi sono tutt’altro che conclusi. Infatti, il più grande istituto bancario Svizzero è stato coinvolto in una crisi senza precedenti. La Confederazione è intervenuta per evitare il tracollo dell’istituto bancario, che avrebbe avuto delle conseguenze assolutamente nefaste per tutto quanto l’ambiente economico elvetico. Per anni infatti le grandi banche sono state uno dei settori trainanti dell’economia elvetica e uno dei biglietti da visita principali del nostro paese nel mondo. Non siamo così lontani nel tempo dal tracollo di Swissair dall’aver dimenticato quali conseguenze indirette sull’immagine della Svizzera intera possono avere simili drammatici episodi. E ciò senza considerare le ripercussioni sui posti di lavoro e sull’economia interna tutta. Il Consiglio federale ha – a mio modo di vedere – gestito al meglio questa situazione estremamente difficile e preso l’unica strada percorribile per limitare i danni. Certo è che in futuro bisognerà evitare che gli errori commessi, e che hanno messo a rischio una delle vere e proprie istituzioni della nostra economia, non possano più essere ripetuti.
Allo stesso modo, non credo che il Governo abbia affrontato in modo sbagliato la crisi economica internazionale. Le misure di risparmio messe in atto negli anni precedenti la crisi hanno permesso di attutirne gli effetti più nefasti, così che oggi i conti della Confederazione, soprattutto se raffrontati a quelli di altri paesi europei, non appaiono in cattive condizioni. Gli ammortizzatori sociali oggi esistenti al momento funzionano e hanno saputo reggere l’urto più duro. È chiaro comunque che la ripresa da questi contraccolpi sarà lenta e laboriosa, e esigerà considerevoli sforzi non solo da parte dello Stato, ma anche dell’economia e del singolo cittadino. Anche se adesso si parla di fine della crisi, occorre tuttavia non abbassare la guardia e continuare sulla strada del risanamento delle finanze intrapresa fortunatamente per tempo. Concludendo, ritengo che il Consiglio federale abbia saputo tenere una linea corretta e coerente nel difficilissimo periodo appena attraversato dal nostro paese e questo ha contribuito ad attutire gli effetti della crisi. Certo le critiche non mancano mai, e se fatte nel modo giusto non possono che essere costruttive, ma tante volte sarebbe apprezzabile sentire delle proposte concrete e attuabili anche da quegli ambienti che di norma si limitano a contrapporsi alle scelte del Governo.


Quale è il suo giudizio in merito all’introduzione dello scudo fiscale da parte del governo italiano, per il rimpatrio dei capitali detenuti all’estero?

La misura dello Stato italiano è legittima e rientra nel margine di manovra di qualunque stato sovrano. Non mi sento dunque di criticare oltremodo una scelta che, per quanto possa risultare scomoda per certi ambienti economici elvetici, appare per certi versi necessaria e giustificabile se ci si pone nell’ottica delle Autorità della vicina penisola. In un periodo di crisi economica, durante il quale le risorse a disposizione dei singoli stati vengono pesantemente intaccate, è chiaro che misure atte a far rientrare capitali espatriati appaiono molto allettanti. Ma questo modo di fare rimane pur sempre una “toppa”, un rappezzo provvisorio, con effetti a lungo termine ancora tutti da valutare.
Infatti, l’esito di questa ennesima amnistia (vedi dati Banca d’Italia) dimostra comunque che il contribuente italiano è rimasto e rimane molto diffidente nei confronti dell’autorità fiscale. In questo senso, oltre a mettere in pratica misure che dovrebbero in ogni caso rimanere l’eccezione e non la regola, sarebbe auspicabile una revisione approfondita del regime tributario italiano, e meglio una diminuzione dell’imposizione fiscale e della pressione sul contribuente, uno snellimento burocratico e amministrativo, e evidentemente una maggiore tutela della privacy in modo da diventare più competitivi nei confronti dei paesi limitrofi.
 

A suo parere la “diversità svizzera” è finita? Il sentimento di crisi di identità che coinvolge gli svizzeri in questo momento potrà essere superato? In che modo?

È anni che si dice che la “diversità svizzera” è finita: è successo a seguito delle prime aperture verso l’esterno per quanto attiene a questioni politiche internazionali che apparentemente mettevano a repentaglio la neutralità, è accaduto in occasione della sottoscrizione degli accordi bilaterali,  dell’adesione allo spazio Schengen, e accade ancora oggi in tema di regolamentazione del segreto bancario. Eppure siamo ancora qui, non poi così tanto diversi da prima.
Io personalmente credo che il processo evolutivo che sta attraversando la Svizzera, perché è questo che sta accadendo, non sia da vedere con tanta negatività, da equiparare ad una perdita d’identità del nostro paese, quanto piuttosto alla necessaria evoluzione della nazione. Al giorno d’oggi la realtà politica ed economica internazionale è in continua evoluzione ed è un bene che anche la Svizzera intraprenda la strada del cambiamento, adeguandosi finanche alle normative vigenti negli stati confinanti e con i quali intratteniamo strette relazioni politico-economiche. Dopotutto non viviamo su di un’isola in mezzo al mare.
Non bisogna essere restii a cambiare rispetto al passato per paura di perdere le nostre peculiarità. Anzi, mostrare agli altri senza temere il confronto la nostra professionalità, capacità organizzativa ed efficienza sia nella vita economica che nella gestione della “res publica” non potrà che rafforzare l’”identità svizzera”, se così vogliamo chiamarla. Non dobbiamo caratterizzarci per la vantaggiosità del nostro regime fiscale, o il nostro segreto bancario, (non è questa l’“identità” svizzera) bensì per le qualità personali, professionali e morali degli abitanti del nostro paese. Di conseguenza non credo affatto che oggi gli svizzeri debbano sentirsi in “crisi d’identità”. Lo svizzero di oggi non è affatto diverso dallo svizzero di cinquant’anni fa. Anzi, oggi siamo più aperti e ricettivi rispetto al passato, più pronti a reagire positivamente ai cambiamenti, a volte rapidi, a volte anche difficili, che la società moderna impone.

 




            

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Ultimi commenti degli utenti

complimenti a RAVI YASAR

3 Giugno 2010 ore 00:50:21 - malas abramo

l'intervista è di chi fa le domande. chi le legge e aspetta la risposta fa solo ridere

7 Giugno 2010 ore 15:08:25 - Lucilla







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