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Intervista esclusiva a Stefano Romiti - presidente e amministratore delegato di Antares Investimenti

28 Giugno 2010 - Autore: Redazione


Da oltre 20 anni per il valore aggiunto delle PMI

Stefano Romiti, laureato in Economia e Commercio presso l’Università degli Studi di Roma, è iscritto all’Albo dei Dottori Commercialisti e dei Revisori Contabili.  Da oltre 20 anni si occupa di private equity e corporate finance. Da novembre 2006 a dicembre 2008 è Managing Director di Arner Corporate Finance.
Da gennaio ad ottobre 2006 è Amministratore Delegato e Socio Manager di Pentar S.p.A., società di investimento e consulenza per lo sviluppo delle piccole e medie imprese. Dal 2006 è membro del Consiglio di Amministrazione di Elica S.p.A., azienda leader nella produzione di cappe e componenti per cucine.
Dal 2001 al 2006 è Amministratore Delegato Deloitte Financial Advisory Services S.p.A. con la responsabilità delle divisione Advisory. Dal 1992 al 2001 è Amministratore Delegato di Ernst & Young Corporate Finance e precedentemente, dal 1982 al 1992, revisore presso Deloitte & Touche S.p.A.


Stefano Romiti, come si configura la vostra società? Chi sono i vostri sottoscrittori e come gestite le quote di partecipazione? Com’è la risposta del mercato al private equity in questo momento?

La società è una holding di partecipazioni iscritta al registro degli intermediari finanziari tenuto da Banca d’Italia secondo quanto previsto all’art. 106 del TUB. I nostri sottoscrittori, oltre al management team, sono principalmente imprenditori. I nostri investitori, oltre ad una quota del capitale sociale, hanno sottoscritto un impegno di investimento per un determinato importo. Gli impegni di investimento vengono richiamati di volta in volta in base alle esigenze della società e agli investimenti deliberati. Per ciò che riguarda il mercato, certamente nell’ultimo anno e mezzo l’attività di fund raising è stata molto più difficoltosa che in passato sia a causa del periodo di crisi che stiamo attraversando, sia per le performance non troppo brillanti di alcuni operatori del settore. Ma questo è un momento di grandi opportunità, che vanno colte senza speculare sulle difficoltà delle aziende, fornendo anche un contributo al rilancio delle strutture industrialmente sane.


Optando per la forma della holding e non della SGR avete fatto una precisa scelta strategica e metodologica. Può spiegare i motivi di questa decisione e quali conseguenze ha comportato nella vostra offerta ed organizzazione interna?

La scelta deriva da criteri di elasticitĂ  di gestione e di contenimento dei costi, sempre in relazione al periodo che stiamo vivendo e che impone scelte che consentano maggiore flessibilitĂ  anche nei cambi di direzione, strada facendo. Rispetto alle sgr la nostra struttura permette maggiore duttilitĂ  e snellezza mantenendo comunque rigore professionale.


Antares sostiene di avere un approccio personale ed esclusivo con i suoi clienti. Che cosa vi distingue dai competitor, rendendo la vostra offerta esclusiva?

Ci distingue il track record dei professionisti che lavorano in Antares e che da oltre 20 anni si occupano di PMI. Avere a che fare con un imprenditore è cosa molto diversa dal dialogare con un’azienda o un gruppo strutturato: ti devi conquistare la sua fiducia, senza pretendere di voler insegnare qualcosa a tutti i costi, mettendo a disposizione l’esperienza del team. E’ necessario far capire che si può dare del valore e non si vuole sottrarre l’azienda a nessuno, e non sempre ci si riesce. Solo l’esperienza unita alla professionalità può aiutare. Come detto, i nostri investitori sono imprenditori che spesso vengono da esperienze simili e parlano lo stesso linguaggio: proprio loro sono in grado di dare un contributo essenziale da un punto di vista industriale e non solo finanziario.


A quali investimenti vi rivolgete con particolare interesse?

Il focus di Antares è generalista in termini settoriali, purché le aziende abbiano un fatturato tra i 10 e i 100mln di euro, un ebitda positivo almeno nell’ultimo anno di esercizio, un livello di indebitamento pre e post acquisizione sostenibile in relazione a un business plan condiviso, buone e fondate aspettative di crescita nel medio periodo. Sono escluse dagli interventi le aziende in start up o in turnaround, il settore immobiliare e quello finanziario.


Quali sono i limiti maggiori che avete riscontrato nel modo, da parte degli imprenditori, di gestire la struttura aziendale?

Il limite più evidente è di tipo affettivo: l’imprenditore è una sorta di padre putativo dell’azienda che difficilmente ammette di avere un problema e accetta di voler essere aiutato. Spesso i nostri interlocutori hanno competenze uniche in una determinata area dell’attività aziendale, ad esempio l’idea e lo sviluppo del prodotto o la commercializzazione dello stesso, ma non hanno una visione completa di tutta l’azienda. Noi interveniamo là dove non arriva l’imprenditore, affinandolo e cercando di completarne le competenze per liberare le potenzialità di sviluppo dell’azienda stessa.


Il primo trimestre del 2010 sembra segnare, a livello globale, un leggero miglioramento dell’ammontare totale dei fondi chiusi. Pare che, nonostante tutto, i private equity fatichino a riprendere il terreno perso dall’avvento dell’attuale crisi economica. Perché questa difficoltà e in che modo la crisi ha abbattuto l’investimento in questo settore?

Dopo una crisi di queste proporzioni è impensabile tornare ai livelli di prima, abbiamo sicuramente perso qualcosa di non trascurabile. Come in tutti i settori, anche nel private equity ci sono state esperienze più positive di altre, con operatori più o meno bravi. C’è chi, ad esempio, ha utilizzato la leva in modo ragionato e non spregiudicato e ha valorizzato le potenzialità industriali delle aziende in portafoglio, riuscendo a dare un contributo importante alla crescita. Altri, invece, hanno esasperato solo gli aspetti finanziari con risultati meno confortanti. Ora bisogna dimostrare ai mercati che il private equity è in grado di contribuire alla ripresa, ma è necessario farlo con esempi virtuosi e non solo a parole, probabilmente sacrificando qualche punto di rendimento, focalizzandosi di più sul business e meno sulla finanza. In questo contesto, il Fondo Italiano d’Investimento recentemente avviato dal Ministero dell’Economia può fornire un contributo decisivo se, oltre all’investimento diretto (fatto con criteri di mercato, magari meno esasperati, ma di sempre mercato) destinerà una parte importante delle proprie risorse all’attività di fondo di fondi, indirizzando le politiche di investimento in modo da contemperare le reali esigenze delle aziende con le legittime aspettative degli investitori.


Come si colloca l’Italia rispetto agli altri paesi europei e al contesto mondiale? Pare che l’America continui ad essere in testa quanto a raccolta fondi. Come si configurano i rapporti tra l’Italia e gli altri fondi europei? Vi è propensione, oggi, ad investire nei fondi chiusi italiani?

Le statistiche parlano chiaro: l’Italia non si colloca certamente ai primi posti in questo settore. Altri mercati hanno seriamente lavorato anche destinando fondi pubblici al settore in maniera più mirata e con un monitoraggio serio per incentivare le iniziative “sane”. Ripeto, il Fondo Italiano di Investimento può rappresentare una importante opportunità di crescita e di attrazione per investitori sia italiani che esteri.


Un’importante occasione per i fondi italiani è rappresentata dal progetto organizzato da Aifi e American Chamber of Commerce. Che cosa ne pensa? Antares ha intenzione di prendere parte all’iniziativa?

Antares ha partecipato all’iniziativa, che a mio avviso è stata organizzata e condotta da AIFI davvero bene: abbiamo incontrato investitori, economisti, e autorità sia italiane sia statunitensi. Questo ci ha permesso di avere un termometro del mercato del Nord America e di come da li vedono noi europei.
Ma c’è stato un altro risultato importante: noi siamo sempre di corsa e non troviamo mai il tempo di parlarci, di confrontarci su tematiche comuni senza che squilli il telefono o siamo distratti dal blackberry. Bene, queste giornate insieme, con la complicità della nuvola di cenere che ci ha “costretti” ad una vacanza forzata di qualche giorno in più, ci hanno fatto parlare e hanno creato una complicità e uno spirito di collaborazione tra di noi, francamente, sorprendenti.


Ponendosi, invece, dalla parte di chi all’estero consideri di investire nel nostro paese, quali risultano essere le potenzialità peculiari del mercato italiano? Vi sono iniziative che potrebbero essere prese a livello governativo per facilitare gli investimenti esteri?

Esistono grandi opportunità da cogliere nel nostro Paese. Abbiamo aziende con competenze assolutamente peculiari, che sono però limitate dalla dimensione. Chi oggi ha la forza e la lungimiranza di investire da noi con un programma serio di crescita, ha la possibilità di realizzare risultati estremamente interessanti. Ma anche i nostri imprenditori devono rendersi conto che il valore della propria impresa è in funzione dei risultati e non, come spesso accade, di elementi affettivi e che, far entrare un socio in grado di liberare il valore dell’azienda, spesso non è la rinuncia a una effimera autonomia, ma è una opportunità da cogliere.

 




            

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