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Intervista esclusiva a Silvia Nicolis, Direttrice del Museo Nicolis di Villafranca e presidente di Confindustria Giovani Verona.

26 Maggio 2010 - Autore: Redazione


SILVIA NICOLIS è attualmente il Direttore Museo Nicolis di Villafranca (VR) e Vice-Presidente di Confindustria Verona. 36 anni, dirige oggi una delle più importanti realtà museali italiane e internazionali, che ospita straordinarie collezioni di storia dei mezzi di trasporto e della società degli ultimi due secoli.
Per diversi anni ha lavorato con il padre nell’Azienda di famiglia, la Lamacart, leader in Italia nel settore cartario.
Al Museo ha impresso una forte accelerazione, sviluppando una consistente attività Congressuale, promuovendo con le Istituzioni scolastiche numerosi programmi e laboratori didattici, aprendo lo "Spazio delle Idee", una nuova area creativa destinata a mostre tematiche, sperimentazioni artistiche e culturali, esposizioni, eventi. Oggi il Museo Nicolis è Associato a Museimpresa, l’associazione italiana dei Musei e Archivi d’impresa promossa da Confindustria e Assolombarda, AISA (Associazione italiana storia dell’automobile), ASI (Automotoclub storico italiano), Confindustria Verona e a numerose organizzazioni industriali e istituzionali.
Negli ultimi anni è stata Vicepresidente Confindustria Giovani di Confindustria Verona, Vicepresidente Sezione Turismo Confindustria Verona, Vicepresidente Commissione Musei ASI (Automoclub Storico Italiano), Vicepresidente Commissione Auto Storiche ACI Verona, Consigliere Museimpresa.


“Il lavoro come una continua sfida e come  una ricerca quotidiana. Non ostacoli, ma scelte di vita”.

Silvia Nicolis, la sua passione per il Museo ed il mondo dell’impresa provengono da suo padre, Luciano Nicolis, fondatore del Museo e noto imprenditore veronese? Quali sono i suoi ricordi, le eredità e le sfide che le ha trasmesso questa importante figura?

Sicuramente il fatto di essere figlia di un imprenditore quale è mio padre mi ha consentito di respirare e comprendere sin da piccola i principi e le nozioni del “rischio d’impresa”, onore ed onere che definisce in seguito la propria scelta professionale.

Grazie all’energia ed alla determinazione che mi trasmetteva quotidianamente ho sempre nutrito interesse per il mondo del lavoro, con il quale sono entrata in contatto giovanissima contestualmente allo studio. Il “regalo” più prezioso che ho ricevuto è senza dubbio legato al periodo della “gavetta”, periodo in cui ho maturato valori come la dignità ed il rispetto per qualsiasi ruolo/professione e la consapevolezza del sacrificio che è indispensabile fare per raggiungere gli obiettivi. Sono sempre stati e ancora oggi rimangono i miei punti saldi. Ovviamente conditi dalla passione e dall’entusiasmo per ciò che si fa.  


Come descriverebbe il suo spirito imprenditoriale ed il fare impresa? Quali sono le analogie e le differenze sperimentate nell’impegno prima come manager in Lamacart – azienda di famiglia – e poi in quanto direttrice a Museo Nicolis?

Mi definirei uno spirito poliedrico, curioso e proattivo. Affronto il lavoro come una continua sfida e come  una ricerca quotidiana; c’è la visione del macro progetto a lungo termine che però deve essere affinato, corretto e concretizzato giorno per giorno: ovviamente si compiono errori che però aiutano a migliorare.

Rispetto alle analogie fra Lamacart e Museo Nicolis, sono convinta che in linea di principio “l’impresa” sia tale in ogni sua espressione. Che l’oggetto del lavoro sia carta da macero, servizi o cultura, i principi lavorativi ed i relativi valori restano i medesimi. Sicuramente la sfida di condurre una Impresa culturale come questa, con tutte le complessità che questo comporta, mi consente di esprimermi e cimentarmi in molti più ambiti contemporaneamente ed è molto stimolante.


Lei ha lanciato, non appena approdata a Museo Nicolis, l’idea del Museo-Impresa. Può spiegare in cosa consiste questa nuova filosofia museale? In quali attività e caratteristiche strutturali Museo Nicolis si distingue dagli altri in quanto Museo-Impresa? Questo modello andrebbe applicato a tutti i musei?

Non si tratta di una nuova filosofia museale, per me è stato naturale applicare anche in questo contesto le  nozioni acquisite in azienda. Credo sia condivisibile il fatto che qualsiasi attività generi dei costi che debbono essere compensati e per farlo è indispensabile applicare una logica commerciale.

Per me un Museo non è un luogo di contemplazione statica, ma è una grande agorà dove ogni giorno accade qualcosa, in cui le persone debbono essere incuriosite, coinvolte e soprattutto motivate a tornare.

Per questo vedo la nostra attività come un servizio al pubblico che oltre alle collezioni, che peraltro vengono continuamente arricchite ed ampliate, include attività turistiche, congressuali, formative, partnership editoriali, servizi fotografici, co-marketing e quant’altro.

Non ho la presunzione di suggerire ad altri questo modello, posso però affermare che una visione trasversale e polivalente come la nostra ci consente di operare ed essere presenti su un mercato molto più vasto di quello che normalmente occupa un museo tradizionale.

Questa visione e questo approccio “imprenditoriale” sono molto più consueti a livello internazionale.


Museo Nicolis con la propria vocazione ha di fatto coniugato mondo dell’impresa e mondo della cultura. Queste sono realtà spesso viste in competizione, quasi che ne andasse dell’una o dell’altra. In Italia vi è un buon equilibrio negli investimenti dedicati a questi ambiti? Qual è la situazione dell’investimento pubblico e privato rispetto ad essi? Auspicherebbe cambiamenti?

Posso dire che in Italia vi è un segnale molto forte da parte delle Imprese verso la valorizzazione culturale del proprio patrimonio, delle proprie tradizioni, della propria storia, anche attraverso il brand che le stesse rappresentano. Un esempio concreto è la presenza sul territorio di Museimpresa, un’associazione nata per iniziativa di Assolombarda e Confidustria (di cui facciamo parte) e che si sviluppa come un prezioso network fra persone ed aziende che hanno una visione comune, e cioè quella di salvaguardare la cultura della propria impresa anche tutelando e valorizzando il patrimonio di esperienze, valori, oggetti  che quella impresa ha saputo esprimere e produrre nel tempo. Da questa condivisione nascono nuove opportunità e si alimenta un inarrestabile processo di scambio e di arricchimento che contribuisce a migliorare non solo il mondo delle imprese ma l’intera società


Da poco ai suoi impegni si è aggiunto l’ingresso nel direttivo di Confindustria Verona. Cosa significa questo per lei? Ha già fatto progetti per la sua attività nell’associazione imprenditoriale? Quale crede che siano il suo ruolo, la sua missione e le sue sfide future?

La mia esperienza confindustriale è un percorso del tutto personale che ho cercato e costruito frequentando il movimento associativo con motivazione ed entusiasmo.  Inizialmente l’obiettivo era soprattutto quello di potermi confrontare con persone che vivevano esperienze e percorsi manageriali e imprenditoriali simili ai miei. Proseguendo nella attività e approfondendo la conoscenza del “sistema confindustriale” mi sono resa conto di aver trovato dei compagni di viaggio da cui attingere esperienze, condividere opportunità e anche trovare sostegno, alcuni sono diventati amici. Ho conosciuto e sperimentato una organizzazione in grado di affiancare le aziende e gli imprenditori in modo lineare e molto qualificato, sia nella formazione che nella contingenza quotidiana. E’ un sistema che aggrega persone che hanno voglia di fare, di lottare e che non hanno paura di rimboccarsi le maniche per ricominciare ogni giorno e dare il proprio contributo al Paese. Queste sono le persone che conosco, con cui collaboro ogni giorno in Confindustria, che mi danno motivo ed entusiasmo per proseguire serenamente in questa esperienza


Finanzaediritto.it sta conducendo una serie di interviste volte a sottolineare l’esperienza delle donne all’interno del mondo del lavoro. Quali aspetti hanno caratterizzato il suo percorso imprenditoriale in quanto donna? Pensa vi siano delle peculiarità che le donne in particolare possano offrire al mondo della finanza e dell’economia? E’ giusto parlare di imprenditoria e carriere al femminile o si tratta di una indebita o non necessaria distinzione di piani?

Premetto che sono convinta che ogni essere umano, quale che sia, abbia una specifica indole, la predisposizione e tutti gli strumenti necessari  alla propria realizzazione.

Non ritengo quindi sia una questione di sesso, piuttosto di chiarezza dei propri obiettivi, di determinazione, di coraggio, di volontĂ  ed entusiasmo.

Può essere che una donna, soprattutto se molto giovane, venga “testata” più di quanto non si faccia con un uomo, ma è altrettanto vero che una volta affermata la propria serietà e capacità si abbattono i confini e – anzi -  capita che proprio grazie ad una intelligente sinergia uomo/donna nascano progetti  vincenti.

Una donna può dare il proprio contributo nel mondo della finanza e dell’economia tanto quanto un uomo con le medesime caratteristiche, certo è che ogni cosa ha il suo prezzo, bisogna vedere quanto una persona sia  disposta a scommettere. 


Quanto la sua carriera professionale ha ostacolato, limitato o condizionato la sua vita e le sue scelte private? Quali sono state le decisioni, le rinunce per lei piĂą significative? Quali suggerimenti potrebbe fornire ad una aspirante collega che si appresti a cominciare il suo percorso professionale?

Per me non si tratta di ostacoli o limiti, ma di scelte di vita.

La mia personalità mi spinge a creare, costruire, crescere, evolvere quotidianamente, il mio modo di esprimermi combacia perfettamente con il verbo “lavorare”, che significa dedicare le energie del corpo e della mente ad una attività produttiva che ci porti a realizzare qualcosa di positivo per noi e per gli altri.

Il successo non ha nulla a che vedere con il potere, il denaro, l’ostentazione; è piuttosto uno stato di equilibrio personale, che anche nella difficoltà mi fa addormentare la sera contenta di ciò che sono e che ho fatto, perché è risultato delle scelte che faccio con coraggio ogni giorno.   

Non si può certo pretendere tutto; mi definisco fortunata perché a me basta essere circondata da persone che condividono gli stessi valori e percorsi, con cui scambiare affetti sinceri e anche delle sane risate.

Crescendo ho imparato ad amare il dono della vita in tutte le sue sfumature, comprendendo che siamo noi  gli unici artefici della nostra felicità, che non è un atteggiamento, ma la scelta consapevole di essere “protagonisti” della propria vita, senza delegarla ad altri.

 




            

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