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Intervista esclusiva a Paolo Gila, giornalista economico-finanziario di Rai TV

14 Luglio 2010 - Autore: Redazione


Paolo Gila è giornalista economico-finanziario per la Rai di Milano, dove segue i mercati finanziari e le attività produttive sia per testate televisive che radiofoniche. È anche l’ideatore dell’Indice Ifiit, il primo indice di fiducia sugli investimenti in innovazione tecnologica, accreditato presso la Camera di Commercio di Milano, l’Agenzia dell’Innovazione e il Ministero dello Sviluppo economico.


Imprenditori si nasce ma il lavoro si inventa


Paolo Gila, come comincia la sua carriera all’interno del mondo giornalistico? Fu subito televisione?

Ho cominciato l’attività giornalista come collaboratore di quotidiani e di agenzie di stampa, sempre e soprattutto in campo economico-finanziario. In particolare mi ero creato una nicchia: a metà degli anni ’80 seguivo le notizie economiche e le attività di Borsa per alcuni quotidiani del Sud che non potevano permettersi un corrispondente fisso. Ero pagato pochissimo, lavoravo molto. Poi ho cominciato con altri quotidiani tra cui La Repubblica, L’Arena e L’Indipendente, prima di approdare in televisione.


Quali sono le peculiarità del giornalista televisivo?

Brevità, chiarezza e sinteticità: bisogna dire in 12 righe quello che richiederebbe magari mezza pagina di quotidiano.


Lei ha partecipato a svariati aperitivi filosofici ed incontri culturali esprimendosi in merito agli influssi socio-antropologici del mezzo televisivo. Come descrive la situazione attuale della televisione italiana?

Condivido l’opinione di alcuni sociologi che definiscono il nostro sistema come un “duopolio segmentato”. Nel senso che a fianco di due grandi gruppi convivono altre realtà in fermento e pronte a crescere. Compresa l’offerta Sky sul satellite, che esprime numeri sempre crescenti e un’offerta sempre più variegata.


Come giudica la qualità dell’informazione in Italia? Quali modifiche andrebbero fatte per migliorarne il livello?

Non credo che l’informazione in Italia sia migliore o peggiore di quella che si trova in altri paesi europei. Diciamo che, per quanto riguarda gli aspetti economico-finanziari, in alcune altre nazioni ci sono più spazi e più programmi di approfondimento. Talvolta la qualità può dipendere anche dalla quantità.


Nelle società contemporanee, per citare le sue parole: “La televisione può ancora creare consenso”? Qual è il valore politico della televisione?

La mia è una domanda e non un’affermazione. Infatti in molti altri paesi, la rete internet si sta affermando come nuovo media per creare consenso e per allargare la riflessione sulla politica. La televisione, come i giornali e gli altri media, è un’importante strumento di comunicazione e di consenso, ma non è più il più forte come è avvenuto negli anni passati. I giovani, ad esempio, seguono altri media, come YouTube e Facebook. E la politica – oltre che la pubblicità – se ne è già accorta.


In un periodo di tagli alla cultura la pratica del giornalismo rischia di fare una brutta fine, tra contratti precari e pubblicazioni sempre meno pagate. Qual è la sua opinione in merito?

La ristrettezza di risorse e l’austerity riguardano tutti i settori. Anche il giornalismo – che già oggi sta registrando significative ristrutturazioni – uscirà trasfigurato da una crisi e da una serie di cambiamenti tecnologici importanti. La web tv è a portata di tutti, ormai. E i giornali elettronici si stanno diffondendo a macchia d’olio. Anche da noi accadrà quello che sta avvenendo negli Stati Uniti, dove un sito come huffingtonpost.com ha soppiantato quotidiani come il Washington post.


Lo scorso aprile è uscito il libro scritto a quattro mani con Vito Frugis “Inventarsi un’impresa”. Può spiegare meglio com’è nata l’idea di questo testo e qual è il suo fine?

Imprenditori si nasce, ma anche si diventa. Per molti l’attività imprenditoriale è una passione, per altri una necessità. Di fronte alla crisi e al cambio di passo dell’economia molte persone sono nella necessità di reinventarsi un lavoro, un’attività, un’occupazione. Non solo. Nel viaggio esplorativo del libro si è visto che molti nuovi imprenditori lo sono diventati per competenza: hanno studiato discipline particolari come la genetica, il riciclaggio dei rifiuti, la sicurezza digitale. Si sono trovati a 35 – 40 anni con un bagaglio di conoscenze elevato che li ha convinti a mettersi in proprio. Nel panorama c’è un po’ di tutto. Comprese le licenziate di una fabbrica tessile che si sono messe insieme per rilevare una parte dell’azienda in cui lavoravano e ricrearsi così uno spiraglio di produzione.


Quali sono attualmente i settori trainanti dell’economia? Dove si giocheranno le future occupazioni?

Ci sono alcuni settori che stanno mostrando tassi di crescita significativi. Si pensi alla green economy, alle energie alternative, al commercio elettronico, alla sicurezza ambientale e digitale, alla purificazione delle acque e dell’aria, al franchising, ai servizi alla persone, alla diagnostica clinica. Certo, sono tutti comparti i cui numeri, di fatturato e di occupazione, non sono ancora in grado di pareggiare i conti negativi della crisi. Tuttavia esistono e meritano attenzione anch’essi.


Quali previsioni per l’economia italiana  nel secondo semestre 2010? Come pensa che evolverà la crisi economica?

Istituzioni internazionali come il Fondo Monetario internazionale sostengono che a fine del 2010 il tasso di crescita dell’economia mondiale supererà il 4%. Le aziende italiane che riusciranno ad agganciare questo processo saranno le più fortunate. Attualmente sono circa 6 mila le medie e grandi imprese fortemente internazionalizzate. Più difficoltà ci potranno essere per le imprese che vivono di mercato interno, dove i consumi sono visti in calo a causa della manovra. Al momento non c’è inflazione sul mercato, ma alcuni Paesi potrebbero pensare di uscire dalla crisi immettendo nuova  liquidità per rilanciare i consumi e abbassare il debito. Bisogna vedere come giocheranno tra loro questi e altri fattori.


Quali consigli darebbe ai giovani di domani che si apprestino a scegliere il proprio futuro lavorativo?

Una volta non lo pensavo, ma ora sta diventando un tema ricorrente. Credo che visti i tempi  il suggerimento da dare a persone giovani  - come anche a mio figlio - non potrebbe che essere: non cercare un lavoro, inventatelo!

  




            

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