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Intervista esclusiva a Padre Luciano Larivera, Gesuita e scrittore della Civiltà Cattolica

19 Febbraio 2010 - Autore: Redazione


Nato a Milano nel 1968. Laurea in Economia Aziendale, indirizzo economia delle aziende industriali, all’Università Bocconi nel 1992. Sono entrato nel noviziato dei gesuiti nel 1993. Ordinato sacerdote nel 2004, mentre ho concluso la formazione accademica nel 2005 con la Licenza in Teologia Morale alla Pontificia Università Gregoriana di Roma. Dal 2006 sono iscritto all’albo dei giornalisti professionisti. Vivo e lavoro al quindicinale La Civiltà Cattolica, scrivendo ordinariamente di politica estera ed economia internazionale.


In un interessante articolo pubblicato sulla Civiltà Cattolica lo scorso Aprile, lei afferma che la finanza islamica può aiutare l’Occidente “offrendo un modello di gestione più sostenibile socialmente” e alleandosi con la dottrina sociale della Chiesa può costruire la “responsabilità sociale d’impresa”. Può offrire un commento a questa dichiarazione? La finanza islamica può davvero proporsi come possibile modello di capitalismo etico?

Ritengo che ciò sia pienamente possibile dal punto di vista islamico; esso propone il proprio modello capitalistico. L’obiettivo è riuscire ad accumulare capitale in modo tale da favorire lo sviluppo. Il tentativo islamico è quello di mettere in pratica il modello nell’ambiente in cui esso deve operare. Gli aspetti interessanti sono la creazione di concorrenza e l’intento di incoraggiare una maggiore cultura di prodotti finanziari etici. E’ importante valutare se un simile modello potrebbe rafforzare certi valori anche nella nostra cultura. 
Tra i più rilevanti vantaggi, sono da annoverare: la grande attenzione alle attività reali, la  vigilanza preventiva nell’assunzione dei rischi, in modo tale che siano proporzionati e la formazione di una cultura aziendale, aspetto per loro strutturante. Un limite può sorgere al momento dell’elaborazione dell’offerta, in cui occorrerà formare finanzieri ed operatori ad una sensibilità morale ed etica.
Un aspetto che il mondo islamico ci ricorda, è la dedizione al confronto e allo studio. Sia cattolici che laici, nell’assumersi le proprie responsabilità, necessitano di formazione e dialogo con gli altri. Ciò che mi colpisce della finanza islamica è la creazione di modelli organizzativi che puntano al rispetto dell’operatore interno, consentendogli di formarsi, crescere e sentirsi difeso. Si tratta di una cultura di responsabilizzazione delle persone. Per il mondo arabo, la questione è di tipo dogmatico: il Corano impartisce i principi (es. non praticare usura) ed è molto chiaro. Nella nostra cultura e religione, il rapporto con la parola di Dio va mediato, non è così diretto.
Il problema dell’usura è storico in Occidente. Nel Medioevo, ad esempio, gli ebrei erano accusati di essere degli usurai. Essi però facevano prestiti al 20/30%, definiti dall’autorità. Quello era il tetto massimo, coloro che si indebitavano erano persone in grado di pagare. Il problema sorgeva quando piccoli creditori chiedevano: il loro costo opportunità era il 20%. Non c’era il microcredito.

Tutte le elaborazioni che il mondo islamico sta compiendo, devono essere integrate dall’invenzione di nuovi prodotti. Molte possibilità offerte dalla finanza occidentale, come ad esempio, un mercato monetario liquido o la creazione di moneta attraverso gli assegni, devono ancora essere messe a punto dal sistema islamico. E’ probabile che un modello totalmente incentrato sull’Islam non riesca a crescere pienamente.
Un altro punto interessante è la formazione dei giovani, l’aspetto educativo. Il boom della finanza islamica consente al mondo arabo di formare molti giovani ai valori dell’Islam e far rinascere in loro un forte sentimento religioso. Da parte nostra, noi possiamo valorizzare tale aspetto, grande risorsa ed elemento di integrazione culturale ed economica. Non si tratta solo di confrontare il nostro modello economico con il loro, bensì di arricchirlo e perfezionarlo.
Ovviamente, esistono problemi anche per noi; la nostra cultura non accetta tutti i principi del modello economico generale arabo. Prendiamo il caso di un conflitto tra cliente e banca: chi lo risolve? L’autorità amministrativa o privatistica? Ma questa non conosce il Codice Islamico. In questo caso occorrerebbe creare una magistratura parallela, al pari di alcune nazioni che hanno dato vita a corti arbitrali dedicate alla finanza islamica.


All’interno del testo, lei riporta poi due critiche che vengono mosse nei confronti della Finanza islamica...

Le due critiche alle quali faccio riferimento nel mio articolo riguardano, nello specifico, gli strumenti di finanza islamica. Molti li considerano, al pari di quelli “etici” occidentali, puri meccanismi cerebrali per ottenere profitti e pensano che possano essere utilizzati per islamizzare il mondo e colonizzarlo. Ovviamente entrambe le accuse risultano generiche e poco affidabili. E’ pur vero che il finanziamento al terrorismo impiega anche strumenti di finanza islamica, ma la cooperazione a livello internazionale si sta impegnando per contrastare simili reati. Un vero e proprio “dialogo tra civiltà” è in corso!


Da quali fattori dipende, secondo lei, la rilevanza della finanza islamica? Quali sono i punti di forza e gli svantaggi rispetto alla finanza “tradizionale”?

La rilevanza è dovuta al fatto che l’intero sistema islamico sta riprendendo un posto nell’economia. Prima, il mondo arabo dava i propri soldi, i petrodollari, agli americani per gestirli; non possedendo capacità manageriali per gestire il rischio ed investire, esso delegava ad altri tale attività. Il problema è che le banche americane e altre hanno finanziato molto e in maniera spregiudicata l’America Latina, ad esempio, e ciò ha provocato la crisi del debito e svariati altri problemi.
Ora, i paesi arabi hanno interiorizzato tali competenze e si sono resi conto che la finanza, se gestita direttamente, può arricchirli. Essi stanno puntando a diversificare le attività energetiche, stanno aumentando il capitale tecnico e professionale e dispongono di una grande domanda giovanile di risparmio, più motivata dal punto di vista religioso, rispetto a noi. In definitiva, hanno capito che se offrono servizi finanziari possono guadagnare di più! Inoltre, presentano un importante punto di forza, ovvero quello di distinguersi eticamente, rispetto ai cittadini europei. 
Nel futuro, credo che il mercato islamico possa essere interessante per l’Italia, in cerca di nuove piazze, soprattutto per le esportazioni. L’idea che i paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo possano disporre di  una moneta unica, di qui a 4 anni, può rappresentare una vera ricchezza per tutto il mondo e diminuirebbe la leadership statunitense.
L’Italia può lavorare bene nei paesi arabi. Innanzitutto, nei prossimi cinquant’anni, il petrolio sarà ancora una risorsa preziosa. Il nostro paese, da parte sua, può offrire tecnologia. Il lavoro a cui siamo chiamati è di tipo culturale, i cristiani devono collaborare con il mondo islamico. Certamente, una nazione è più portata ad operare nella propria finanza tradizionale, però, vi sono ambiti nei quali una cooperazione è possibile: il credito allo sviluppo, territoriale o straniero, il microcredito o la microfinanza. Esistono già delle  banche italiane che hanno aperto sportelli interni, al fine di favorire alcune minoranze etniche. Occorre aiutare le varie comunità a creare propri meccanismi di credito e incoraggiarne gli individui a diventare sempre più imprenditori di sé stessi, poiché questo è il destino di molti. La gente di mezza età è ostile ed impaurita e non ha urgenza di integrarsi con le minoranze musulmane; al contrario, i giovani devono imparare a conviverci e a promuovere l’integrazione.

 

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Ultimi commenti degli utenti

complimenti. E' bello che il dialogo interreligioso anche sui temi economici parta dalla Chiesa. Speriamo che anche gli altri si apriranno al confronto

20 Febbraio 2010 ore 18:49:46 - Samuele Meriti








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