corporatecounsel
FinanzaeDiritto sui social network
15 Ottobre 2018  le interviste  |  professionisti  |  chi siamo  |  forum  |  area utenti  |  registrati

            




Intervista esclusiva a Otto Bitjoka, vicepresidente della prima banca per stranieri Extrabanca

7 Maggio 2010 - Autore: Redazione


Otto Bitjoka, nato in Camerun e da più di trent’anni a Milano, nel ’76 arriva in Italia per studiare. Dopo la laurea in Scienze economiche e bancarie, pressa all’Università Cattolica di Milano  con il massimo dei voti, ed una formazione post-laurea in amministrazione aziendale alla Bocconi, lavora come consulente per importanti aziende italiane e per i governi africani e collabora con la Banca Africana di Sviluppo. Nel ’99 crea una società che offre servizi telematici. In seguito fonda Imprendim - Associazione Imprenditori Immigrati - che punta ad ottenere maggiore capacità contrattuale nei confronti di istituzioni, interlocutori sociali e soprattutto banche. Attraverso l’associazione Bitjoka ha intrapreso e tuttora coltiva assiduamente un intenso dialogo di confronto con gli imprenditori italiani, con l’Assolombarda, le Camere di Commercio, la Confederazione Nazionale Artigianato. L’obiettivo è quello di rendere Imprendim nota, diffusa, partecipata e rispettata su tutto il territorio nazionale. Nonostante l’assenza di una politica d’integrazione a livello cittadino che sappia investire sul fronte delle opportunità che offrono gli immigrati, Otto Bitjoka continua a coltivare il sogno di una Milano – città a cui è tanto legato – in grado di coinvolgere i propri cittadini immigrati, di percepirne e saperne sfruttare il valore e la ricchezza. La Fondazione Ethnoland e il progetto degli Stati Generali degli Immigrati sono altri successi a suo carico nel segno dell’integrazione reciproca.
 

Non un imprenditore, ma un intellettuale a cui piace lavorare
Sfide ed esperienze del più noto imprenditore africano in Italia, vicepresidente della prima banca per stranieri


Otto Bitjoka, ad oggi lei è uno dei più noti dirigenti di banca italiani e il primo banchiere africano in Italia. Una laurea in filosofia, una in economia e un master in amministrazione aziendale, il suo arrivo in questo paese risale a 33 anni fa. Può raccontarci la sua esperienza? Dove ha svolto il suo percorso di studi? Come prese la decisione di trasferirsi e come fu l’arrivo in un altro paese?

Io sono arrivato in Italia nel ’77. Perciò sono quasi 34 anni che ho lasciato la Francia. Ricordo bene che quando ho iniziato a frequentare l’Università Cattolica a Milano come studenti stranieri eravamo proprio “mosche bianche”. Mi pagavo lo studio lavorando. Ho lavorato anche al Savini di Milano, come cameriere, quando quel ristorante rappresentava davvero qualcosa, un mondo, anche un crocevia di personalità della cultura.


Come mai ha scelto l’Italia come paese?

In verità non saprei rispondere. Sono quelle cose che un giovane fa ancora quasi senza motivazione. Ad esempio non sono venuto per frequentare l’università. Da parigino un giorno mi sono fermato a Perugia per trovare un amico che studiava da interprete. Doveva essere per qualche giorno invece è probabilmente lì che è maturata la decisione di trasferirmi in Italia.
Io sono nato in Camerun ma la mia famiglia è sempre stata a Parigi. Allora, siccome lo scopo era quello di approfondire gli studi in scienze bancarie, mi sono informato e mi hanno fatto capire che in Italia vi erano solo due facoltà che facevano al caso mio: la Cattolica di Milano e l’Università di Siena. A Siena, però, c’è un indirizzo declinato più sul versante giuridico, mentre alla Cattolica l’indirizzo è prevalentemente economico. Così mi sono iscritto alla Cattolica.


Come ha deciso di intraprendere studi economico-bancari?

Finchè ero in Francia volevo studiare scienze bancarie a Lione; quanto poi sono arrivato in Italia ho deciso di studiarle qua. Però io sono molto più macroeconomista. E poi in Cattolica c’era un professore presidente della società italiana degli economisti e professore a Cambridge, Pasinetti. Quindi andai lì anche attratto dal nome del professore. Prima, a Parigi, avevo studiato Filosofia e quell’impostazione me la sento addosso. Non amo definirmi un imprenditore, resto e sarò sempre anzitutto un pensatore. Avrei voluto continuare a coltivare la passione per la filosofia, ma mio padre, più realisticamente mi ha invitato a considerare il fatto che dal punto di vista lavorativo gli studi economici mi avrebbero reso meno complicato l’ingresso nel mondo del lavoro. Ha avuto ragione. Comunque, ribadisco, il mio approccio rimane più filosofico.


Lei ha affermato in più occasioni che l’Italia senza immigrati, senza il loro contributo e la loro partecipazione, non avrà possibilità di sviluppo. Può spiegare questa affermazione? Qual è la sua opinione circa come viene gestito il fenomeno immigrazione? Può fare un quadro della situazione italiana in merito alla presenza di stranieri? Qual è la partecipazione ed il livello di inserimento degli stranieri nel tessuto economico del nostro paese e come si configurerà in futuro?

In 34 anni il sottoscritto ha visto cambiare assai questa città. Moltiplicare la sua popolazione. Un mutamento a dir poco vertiginoso. Per questo ritengo di definirmi un afro-lombardo. Dopo 34 anni di vita, studio e lavoro a Milano penso sia legittimo e non una forzatura né una definizione folcloristica. Infatti nel lessico italiano bisognerebbe cominciare ad aggiungere quei vocaboli che ben esprimono il cambiamento, il nuovo stato della cose, la nuova normalità. Beninteso non sono certo neologismi, piuttosto il segno di una ineluttabilità, di un incroci fra esistenze che alla radici esprimono il senso e la ricchezza della cultura della diaspora: razza tra le razze; razza con le razze. Un “mischiarsi” che fa bene. I neri lo fanno da 600 anni. Perciò come è normale dire che oggi questi cittadini sono afro-americani, afro-inglesi, afro-francesi, non capisco perché non si accetti che vi siano anche afro-italiani. L’anormalità è negare tale evidenza. Andare contro i fatti. Voltare le spalle alla realtà. Impossibile. Per questo affermo di essere afro-lombardo. E non credo che nessuno possa smentirmi se non prendendo a sberle la ragione.
Rimane il fatto che Milano su queste questioni manifesta ritardo e imbarazzo. Dilaga il pressappochismo, i valori di fondo annaspano, la cultura sembra desaparecida. Il risultato di tale degrado è ormai l’assenza in città di artisti con la maiuscola, di personalità che diano l’impronta. Milano non elabora più niente. All’epoca c’erano artisti del calibro di Paolo Stoppa, Giovanni Testori, Giorgio Strehler e adesso? C‘è il Mc Donald’s invece del dopo Scala, con tutto quello che ne consegue. Io chiamo questa deblacle una omogeneizzazione speculativa che tutto appiattisce, annulla, svilisce. In definitiva si è persa la centralità della persona e si tende a far finta di niente mentre la società plurale è sotto gli occhi di tutti. Occorre svegliarsi dal sonno della ragione, anche solo per mera convenienza economica.
Restando all’esempio economico, mi pare che Il mutamento economico non può essere assunto quale spiegazione di questo decadimento complessivo. Domando: Quale mutamento economico giustifica la scomparsa della cultura? La cultura dev’essere in un paese ciò che sopravvive quando tutto muore, non il contrario. La cultura antecede sempre la rivoluzione economica. L’Italia è un caso un po’ particolare. Non c’è mai stata una rivoluzione culturale che abbia prodotto quello che gli Stati Generali hanno prodotto con la Rivoluzione Francese, la cultura illuminista.

Milano poi ha la sua peculiarità; la storia di Milano passa attraverso l’immigrazione. Non c’è nessun simbolo a Milano che non sia fatto da qualcuno che provenga da fuori città. Se vogliamo parlare di immigrazioni esterne, la madonnina che è sopra il Duomo è stata fatta da un frate croato. La Torre Velasca è stata fatta da Nathan. Il Cotonificio Cantoni, le librerie Hoepli, sono tanti i contributi stranieri. Ma anche gli intellettuali che hanno reso celebre Milano venivano tutti da fuori: Verdi non era milanese, veniva dalla provincia di Parma.  Milano deve recuperare il suo splendore, ma comunque il suo splendore passa attraverso lo straniero. Perché l’unico elemento che può introdurre una novità nel dibattito, nella panoramica, è lo straniero.

Personalmente non ho alcuna difficoltà ad interagire con il tessuto milanese, ma io sono una eccezione, perché fondamentalmente sono di cultura francese. Dunque non ho mai elaborato il senso di inferiorità; la verità è che ho sempre elaborato il senso di superiorità.


Come ha iniziato la sua attività imprenditoriale in Italia? Quali sono stati i vantaggi e le difficoltà posti dalla burocrazia, dal sistema legislativo e dalla società italiani? Lei trova che oggi un imprenditore straniero faccia più fatica ad avviare la propria attività rispetto ad un imprenditore italiano?

L’imprenditore straniero qui è decontestualizzato. E allora trova la struttura della società ostile, ma questo è fisiologico per chiunque si trovi ad operare in un ambiente diverso da quello a cui è abituato. Certo, l’Italia a questo aggiunge l’aggravante di un’arretratezza culturale enorme – che non è colpa degli italiani. E’ difficile sintetizzare quest’impressione, lo si percepisce quando si cammina, si vede che non c’è più un buon discorso, un caffè letterario come lo erano quelli di Brera. Manca l’estetica, manca la bellezza del pensiero, mancano le virtù e la coscienza collettiva.

Come le dicevo io non mi considero un imprenditore, io sono un intellettuale. Mi piace lavorare, ecco tutto. Quello che faccio lo faccio per portare il pane a casa. Mi sono inventato un lavoro per “sbarcare il lunario”. Imprendim ed Ethnoland sono la dimostrazione della mia prospettiva sociale. Io credo che l’esaltazione dell’ego del singolo debba avere una prospettiva sociale, mentre invece spesso nell’imprenditoria l’ego viene utilizzato per annichilire l’altro, per i soldi. Certo, l’imprenditoria può essere utilizzata anche a scopo sociale, l’importante è che tenga presente la dignità e la centralità dell’uomo stesso come perno del suo agire.

Io sono decisamente per l’economia sociale di mercato più che per il libero mercato. Io credo che questa sia la sfida del terzo millennio. E non parlo dell’etica, della banca etica. Parlo dell’economia sociale di mercato, dove tutto il nostro comportamento mette al centro l’uomo. Il capitalismo, al contrario, considera l’uomo come un fattore di produzione, il cui destino è interamente deciso dall’economia di mercato. Il capitalismo ha innestato un processo di mercificazione dell’uomo come valore assoluto. L’uomo non è utilizzabile. Il denaro deve tornare al suo ruolo originario di mezzo di scambio ed unità di misura, e allora ritorniamo alla banca del tempo, al baratto.


Da qualche mese lei è stato nominato vice-presidente di Extrabanca, la prima banca in Italia dedicata esclusivamente ad immigrati. Come sono nati questo progetto ed il suo coinvolgimento in esso? Quale la “mission” di Extrabanca? Come pensa che saranno i prossimi anni di questo nuovo soggetto economico? Come potrebbe descrivere Extrabanca?

Extrabanca è fondata sul valore della speranza; quello che conta al suo interno sono le persone, gli ideatori. Ogni azione si basa sulla condivisione collettiva, e su un diffuso senso di giustizia e correttezza dell’azione. Il progetto nasce dal fatto di guardare – per la prima volta – con interessa a un target, un target che era un po’ messo all’angolo: l’immigrato.

E non è solo il nome a riportare l’attenzione verso l’immigrato ma la struttura intera di Extrabanca. Il nostro personale interno è costituito per il 50% da immigrati, parla 11 lingue e sono madrelingua, non interpreti. Mediamente in una banca vengono parlate correntemente non più di 2 lingue.


Ci sono soci stranieri nel capitale di Extrabanca?

Ci saranno. Abbiamo pensato anche a questo. Intanto c’è il vicepresidente che è un italiano di diaspora afro, e non è poco.


Adesso Extrabanca è la sua principale attività lavorativa?

No. Non mi piace mai focalizzarmi solo su una cosa. Ci saranno sorprese in futuro sulla Finanza Islamica, e anche qualche altro progetto. Il 35% degli immigrati in Italia sono musulmani, penso che questo dato non possa essere ignorato. Non parto tanto dal presupposto che vi sia un mercato o non vi sia, ma dalla circostanza non certo trascurabile di quel 35% di musulmani, il che rappresenta una minoranza culturale assai consistente.


Il recente interesse per la finanza islamica da parte degli operatori finanziari può essere letto come una risposta al dibattito circa il rapporto concernente norme etiche e mondo della finanza aperto dall’attuale crisi economica?

Chiamare in causa il rapporto tra etica e finanza quando si parla di finanza islamica mi sembra oltremodo una forzatura. Finanza etica è un concetto complicato, di difficile attuazione, perché, al di là dei buoni propositi e dei tentativi più o meno riusciti, non è semplice introdurre la categoria della moralità a proposito di una materia insidiosa come la finanza dove le tentazioni a cui resistere – e abbiamo visto che non è facile tenerle alla larga - sono all’ordine del giorno. Tornando alla finanza islamica, il Corano prevede un regime teocratico; non si tratta perciò di un problema di ordine etico. E’ semplicemente che noi, qui in Italia, non abbiamo un regime teocratico.


Cosa può dirci circa la crisi economica attuale? E’ finito un modello? Ne sopraggiungerà un altro?

Non lo so. Credo però che in un futuro non così lontano andrà a prevalere l’economia sociale di mercato. Come nei fatti avverrà è difficile dirlo. Una cosa è certa: Sarà la fine del neoliberismo selvaggio. Ma non sarà certo lo Stato a prendere in mano le redini di tutto; esso dovrà piuttosto limitarsi ad arbitrare, mentre toccherà al mercato agire con giudizio per promuovere e salvaguardare il bene comune. Ma chi ha studiato Keynes sa che egli poneva nella sua equazione comportamentale la variabile esogena. E questa variabile non rappresenta altro che la misura di ignoranza che abbiamo nella previsione di un determinato comportamento economico. Il sottolineare il fatto che ignoriamo sempre e comunque qualcosa dei futuri scenari che ci proponiamo di delineare, dà maggiore importanza all’imperativo categorico: Ovvero che c’è una variabile esogena che ti scombussola le carte, la famosa mano invisibile di Adam Smith.


Lei si è reso promotore di svariate iniziativa concernenti l’immigrazione, dalla promozione degli Stati Generali degli Immigrati alla Fondazione Ethnoland e a Imprendim. Può descrivere le due esperienze di cui sopra? Come sono nate e per risolvere quali tipi di esigenze?

Imprendim è il mio tentativo di mettere insieme gli imprenditori immigrati per avere un potere contrattuale. E’ una sfida tutt’oggi ancora aperta. Gli imprenditori immigrati possono introdurre una grandissima ricchezza nel mondo imprenditoriale perché sono portatori di “tipologie letterarie” differenti, una nuova maniera di leggere i fenomeni. In questo sta la necessità che il mutamento all’interno di questa realtà sia di tipo qualitativo prima che quantitativo.
Gli Stati Generali degli Immigrati rappresentano un punto di visione e sintesi di assoluta importanza, che promuoverò sempre. Come dimostrato dalle edizioni fin qui realizzate, tale iniziativa vuole essere l’appuntamento fisso di una piattaforma dialogante, dove si crea un rapporto dialogico fra gli immigrati. E’ fondamentale che questo scambio si mantenga. Extrabanca da dove è nata, secondo lei, come idea?


Siete mai stati aiutati dalle istituzioni nella realizzazione dei progetti nati da questi laboratori di dialogo e scambio?

Con franchezza: Mai. Ci siamo sempre arrangiati, facevamo la questua. Non abbiamo mai cercato finanziamenti esterni per poter conservare sempre la nostra autonomia di pensiero e di azione. Gli Stati Generali li ho finanziati interamente io, un impegno gravoso, ma così facendo l’agenda la dettiamo noi.


All’inaugurazione di Extrabanca lei ha accennato allo stretto legame che oggi intercorre tra immigrazione e problema sicurezza e criminalità. Lei in questi ultimi anni ha notato un intensificarsi della connessione, nel pensiero comune, tra questi due discorsi? Come crede che ci si dovrebbe approcciare in merito, sia da parte di cittadini italiani che di stranieri, per cercare di superare questo scoglio?

Il vero problema è che dietro a questa logica associativa c’è un preciso disegno politico. La destra ha sempre concentrato tutte le sue energie sull’industria della paura, e questo sforzo si è poi declinato in quella che io definisco un’apologia dell’odio. In base ad essa la paura è percepita, ma non è reale. Naturalmente, il concetto di sicurezza è un bisogno di tutti. Quest’ultima, a sua volta, viene generalmente attuata con azioni positive di prevenzione o tramite interventi punitivi di contrasto, ovvero di repressione. Purtroppo in Italia nessuno ha mai fatto la sintesi tra queste due modalità: la destra ha sempre usato la repressione come strumento per portare la sicurezza, e questo è stato un grave errore perché ha addossato determinate responsabilità solo a una parte della popolazione, mentre la responsabilità è sempre collettiva. La responsabilità – così come la sicurezza – si attuano attraverso la condivisione. E la condivisione significa anche che l’immigrato possa avere accesso a concorsi pubblici, che un regio decreto non gli vieti di guidare un pullman, che possa essere un vigile urbano, che possa portare una divisa perché messo nelle condizioni di poter partecipare ad un concorso per entrare nell’arma dei carabiniere.
Si tratta, a dire il vero, di un problema che parte da lontano, dal colonialismo italiano – che io ho sempre chiamato il “colonialismo straccione”. Esso infatti non ha mai portato alla nascita di una borghesia post-coloniale, capace di mediare i conflitti.


Potrebbe fare un confronto tra l’Italia e gli altri paesi europei per quanto concerne il modo in cui essi sviluppano e curano impresa ed immigrazione? Si può dire che l’atteggiamento del nostro paese in merito abbia subito sostanziali mutamenti negli ultimi anni? Quali ha subito e quali invece dovrebbe in futuro operare per un migliore progresso collettivo?

Posso fare un confronto attendibile, per quanto riguarda la mia esperienza personale, solo con la Francia. E in questo senso non c’è paragone. In Francia sono molto più avanti nel saper gestire le dinamiche proprie del multiculturalismo.  E’ stato il colonialismo stesso che li ha aiutati, perché cittadini provenienti da paesi colonizzati hanno cominciato molto presto a migrare nel paesi colonizzatori. Questi godevano però del privilegio di conoscere la lingua madre – il francese – e di provenire, sostanzialmente, da una dependance dello stesso paese. Quindi la Francia ha potuto sviluppare sin da subito buone politiche di gestione dell’immigrazione e un abitudine alla composizione multietnica del proprio tessuto sociale. Vi è stato anche più tempo per lavorare all’elaborazione del concetto di senso dell’inferiorità, un processo dovuto al fatto che le coscienze vengono plasmate nel lungo periodo per certe cose. In Italia, al contrario, non c’è ancora stata una rivoluzione culturale in reazione all’avvento della multiculturalità. Ma tutti gli indicatori dicono che anche nel nostro Paese la speranza è l’ultima a morire. La strada verso l’inclusione è un processo che non si può fermare. L’ignoranza sì.


 

 




            

Per essere sempre aggiornati su interviste e articoli di Bitjoka, Otto iscriviti alla nostra newsletter


Ultimi commenti degli utenti

Il fenomeno dell'immigrazione dell'uomo fu dai primi tempi dell'esistenza nostra su questo globo, quando uomo cerc? sempre la buona erba e l'energia per la sua sopravvivenza. Quello che conta per? ? lo ritengo fondamentale nel gestire questo fenomeno ? l'interagire in reciproco rispetto, da uomo a uomo a prescindere di tutte le condizioni, che ci facevano incontrare, personalmente, socialmente e culturalmente.

1 Aprile 2013 ore 14:48:36 - Tawfik Nasredeen







cfsrating



Powered by Share Trading
Everlasting