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Intervista esclusiva a Maurizio Pozzi, Senior partner Studio Pozzi & Partners

4 Febbraio 2010 - Autore: Redazione


Maurizio Pozzi, avvocato attivo nel settore del diritto internazionale, assiste fin dal 1991 imprese straniere e nazionali in operazioni di espansione commerciale, acquisizioni e fusioni. Ha gestito la contrattualistica di numerose reti produttive e commerciali espansesi in Italia e all’estero nel corso dell’ultimo ventennio. Esperto di problematiche transnazionali e poliglotta, assiste  imprese italiane in Turchia e turche in Italia.


La prospettiva di un prossimo allargamento dell’Ue invita a considerare la Turchia con una particolare attenzione, sia per l’importanza economica del paese, che per la sua posizione strategica di cerniera verso la sponda sud del Mediterraneo, il mondo arabo e islamico e le ex repubbliche sovietiche dell’Asia Centrale. Alla luce di questa considerazione, come giudica le future opportunità di business tra Italia e Turchia?

Sono molti decenni che le relazioni con la Turchia costituiscono un’opportunità di rilievo importante, anche se meno pubblicizzata di altre,  per le nostre imprese. Già nel 2009 il nostro è stato il quarto partner commerciale della Turchia: un mercato di 72 milioni di abitanti, con realtà urbane, culturali e imprenditoriali di assoluto rilievo mondiale. L’ingresso della  nella UE è auspicato e sostenuto dal nostro governo, che vede in esso un possibile rafforzamento dell’asse mediterraneo.   Ma non è mai stata una condizione per lo sviluppo di rilevanti cooperazioni di business, che già prescindono dalle barriere politiche. Due esempi pratici? Tradizionalmente la Turchia viene trattata come area Sud-Europa da molte azienda multinazionali con dipartimenti regionali, e il relativo mercato viene gestito  in Italia; d’altro canto, le imprese turche spesso dispongono di società produttive o commerciali in Bulgaria o Romania, paesi  che, pur avendo  una struttura economica più arretrata e una tradizione democratica meno recente rispetto alla Turchia, sono già parte ella UE. L’immagine che si ha di solito della Turchia in Europa – complice anche una certa stampa ostile o solo disinformata – è molto diversa e più arretrata della realtà.  Il paese ha dato voto e parità di diritti alle donne dal 1927, molto prima della maggior parte dei paesi europei; ha mutuato il codice civile dalla Svizzera e il codice penale dall’Italia; come la Francia, ma da molto tempo prima, vieta l’ostentazione sulla persona di simboli religiosi – incluso il velo; dispone di un’amministrazione e di una diplomazia efficienti e rigorosamente laiche. Le opere pubbliche realizzate in Turchia (i ponti sul Bosforo, le  dighe che irrigano le regioni orientali, gli oleodotti che attraversano il paese) non hanno nulla da invidiare a quelle di paesi più evoluti. D’altro canto, la Turchia, con la Cina, è uno dei principali appaltatori di lavori pubblici al mondo. Se l’avvicinamento progressivo della Turchia a un modello culturale europeo è un processo in corso, non ritengo che l’ ingresso formale nella UE, per quanto auspicabile, sia una condizione per il proseguimento di proficue relazioni culturali e economiche.     


In quali settori l’Italia rappresenta un partner fondamentale per la Turchia? Quali si riveleranno strategici in futuro?

I servizi, prima di tutto: telefonia e telecomunicazioni sono diffusissimi tra i turchi come tra gli italiani, complice una struttura sociale in cui la famiglia svolge un ruolo centrale, come da noi. Poi le banche e la finanza, necessarie per lo sviluppo del sistema paese. Il sistema bancario turco è in forte espansione: Unicredit e altre importanti banche mondiali se ne sono accorte. Poi i lavori pubblici e l’expertise relativo.
Vi sono poi settori nei quali la collaborazione commerciale è oramai consolidata, ma continua ad essere un’opportunità significativa per le nostre imprese. Come mercato di sbocco, va segnalato l’interesse dei consumatori turchi ai nostri prodotti della moda e del lusso. 
C’è poi il mercato culturale: i turchi sono affamati di informazioni, sia su carta che su internet e molti editori europei “vendono” a colleghi turchi “format” o notizie da utilizzare in loco. Istanbul è quest’anno la città europea della cultura: i nostri operatori potrebbero visitarla in quest’occasione e potrebbero non rimanere delusi. Personalmente ritengo molto interessante anche il mercato immobiliare turco, soprattutto a Istanbul, anche se per i grandi investimenti è opportuno avere affidabili partners locali.
   

La Turchia rappresenta un importante mercato di sbocco soprattutto per le forniture “Made in Italy” di beni strumentali che sfruttano una consolidata complementarietà con il sistema industriale locale. A questo proposito, il nostro paese può davvero rappresentare, oltre che un partner commerciale di prima grandezza, anche un modello culturale e di sviluppo di riferimento? Cosa ne pensa?

Indubbiamente vi sono maggiori affinità strutturali e culturali tra l’Italia e la Turchia che con altri modelli culturali europei attuali. Tuttavia sono pochi i giovani turchi che vengono a studiare da noi, preferendo destinazioni anglosassoni, la Francia o la Germania.  Il nostro paese è amato e rispettato più che conosciuto; anche se in questo senso si sono fatti negli ultimi tempi notevoli passi avanti.
  
 
La struttura proprietaria delle imprese turche si mostra particolarmente compatibile con quella italiana, data la coesistenza di grandi gruppi, con un vivace tessuto di piccole e medie imprese. Questa prospettiva può rappresentare un vantaggio per i reciproci investimenti? Quali altri aspetti positivi occorre sottolineare?

La famiglia svolge, in Turchia come da noi, un ruolo centrale nella vita economica. Nelle imprese turche come nelle nostre il peso della famiglia non viene automaticamente  meno col crescere delle dimensioni dell’impresa: le principali imprese turche manifatturiere, ma anche nel terziario avanzato o nelle telecomunicazioni, hanno di solito un azionariato familiare di riferimento.  Questo dà luogo ad una certa flessibilità e dinamismo a cui i nostri imprenditori sono ben abituali e che sanno apprezzare e valorizzare nelle relazioni commerciali.  Le relazioni commerciali sono anche un po’ meno “fredde” e asettiche di quanto avviene nelle grandi aziende spersonalizzate. Una certa lealtà al fornitore o al cliente, una certa etica commerciale… ma non bisogna dare nulla per scontato! Molti italiani hanno del resto saputo adattarsi nei secoli a un simile ambiente con successo senza subire alcun disagio dal fatto di operare in oriente: il proverbiale levantino è un italiano formatosi in oriente, ma prima di tutto è un italiano.


Un settore in grande evoluzione è quello delle energie rinnovabili. Come reputa l’atteggiamento della Turchia nei confronti di questo ambito? L’Italia potrà ricavarne delle opportunità?

Negli anni 90 era già comune che gli appartamenti vacanze sulla costa egea turca fossero equipaggiati con pannelli solari per il riscaldamento dell’acqua e la produzione elettrica. La sensibilità ambientale era già diffusa in alcuni ambiti della società turca, soprattutto attraverso l’influenza culturale tedesca e l’intraprendenza delle imprese germaniche. La Turchia dispone di importanti e diversificate risorse energetiche, ma i consumi sono in crescita con lo sviluppo della società. Oltre ad essere un hub fondamentale dello scacchiere energetico è anche un mercato di consumo di tutto rispetto. L’incremento della produzione è essenziale, e se sarà da fonti anche rinnovabili i turchi non perderanno l’opportunità, purché economicamente valide.

 




            

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