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Intervista esclusiva a Maurizio Lupoi, Professore Ordinario di Sistemi Giuridici Comparati all’Universitŕ di Genova, Presidente dell’Associazione “Il trust in Italia” e Direttore Scientifico della rivista “Trusts e attivitŕ fiduciarie”

7 Gennaio 2010 - Autore: Redazione


Laureato in Giurisprudenza con lode e dignità di stampa nell’Università di Roma “La Sapienza”, a.a. 1963-1964.
Diploma in Comparative Law, UniversitĂ  di Oxford, a.a. 1964-1965.
Periodi di studio in Francia, Stati Uniti e Inghilterra.
Assistente ordinario (1968), libero docente di Diritto privato comparato (1969) nell’Università di Roma “La Sapienza”.
Professore incaricato di Diritto Privato Comparato nell’Università di Perugia (1970-1974).
Professore straordinario, poi ordinario, di Diritto Privato Comparato nell’Università di Perugia (1975-1984).
Professore ordinario di Sistemi giuridici comparati nell’Università di Genova (1997-).
Segretario generale dell’Associazione Italiana di Diritto Comparato (1972-1982).
Presidente della Associazione “Gino Gorla per lo studio delle fonti extra-legislative del diritto” (1999-).
Visiting Professor, University College London (2003).
E’ stato Vice-president della International Academy of Estate and Trust Law e membro del Comitato esecutivo; componente la Commissione ministeriale per la riforma del diritto internazionale privato.
Presidente della Associazione “Il trust in Italia” (1999-).
Direttore scientifico della rivista “Trusts e attività fiduciarie” (2000-), componente il comitato direttivo delle riviste Trust Law International e Journal of International Trust and Corporate Planning.


Lei è Presidente e Fondatore dell’Associazione “Il Trust in Italia”. Ce ne può illustrare, nello specifico, le attività e gli obiettivi?

L’associazione “Il Trust In Italia” è nata nel 1999, quando non esisteva alcuna giurisprudenza recente sul trust e si tendeva a confondere quest’ultimo con l’antitrust. In quel periodo, in Italia, quasi nessun notaio ammetteva che si potessero istituire trust. Tutta la dottrina giuridica era contro tale istituto. L’associazione aveva lo scopo, innanzitutto, di spiegare il trust nel suo ambiente originario e studiare come esso potesse adattarsi al nostro ordinamento. L’obiettivo non era tanto divulgare il trust come fosse un’attività promozionale di prodotto quanto piuttosto esporne e capirne le caratteristiche. Da allora abbiamo organizzato numerosi convegni e congressi sul tema. Attualmente, contiamo in media 650 soci, il che, per un paese non trust, è un bel numero! Si tratta di professionisti, avvocati, commercialisti e notai, i quali rappresentano il cuore dell’associazione, per il 95%.


Oggi il trust non è più percepito come un istituto “estraneo” al nostro ordinamento, un “capriccio d’importazione”, come avveniva intorno agli anno ’80. Lei cosa ne pensa? Ci può offrire un commento sulla sua evoluzione?

Premetto che vi è un importante merito da attribuire, in particolare a due categorie: i magistrati e i soci dell’Associazione. I primi poiché hanno compreso le ragioni per le quali si faceva e si fa ricorso al trust. Se essi avessero notato delle strutture elusive, le avrebbero colpite, soprattutto avendo alle spalle una dottrina giuridica contraria.
Noi possediamo un caso unico nella nostra storia giuridica, di istituto straniero che entra nell’ordinamento grazie non ai professori né al legislatore, ma ai magistrati. Altri istituti hanno avuto una vita travagliata ma sono stati sostenuti dalla dottrina. Nel caso del trust la magistratura ha, invece, da subito appoggiato “l’esperimento”, perché ha compreso che si trattava di soluzioni lecite e meritevoli che in diritto interno non è possibile raggiungere. La maggior parte delle procedure giudiziarie hanno visto protagonisti i soci dell’Associazione. Negli ultimi anni, il nostro legislatore ha tentato, in alcuni casi, di creare istituti di diritto interno competitivi rispetto al trust ma ha sempre fallito: patti di famiglia, vincoli di destinazione, ecc..tutti nuovi istituti che funzionano pochissimo! Vi è una serie di fattispecie vastissima, per la quale la legge italiana non fornisce risposta. La magistratura e i nostri soci hanno colto l’occasione di svecchiare l’ordinamento.
La grande scelta che noi abbiamo operato è stata quella di istituire trust in Italia, in lingua italiana e, normalmente, con trustee italiani. Si è trattato di una grande decisione, non priva di coraggio a quel tempo. Basti solo pensare agli atti istitutivi di un trust: per realizzarli in inglese vi sono già modelli pronti, in italiano occorre rielaborare tutto. Inoltre, posso affermare con assoluta certezza che i nostri trust, nella media, risultano molto più giuridicamente corretti rispetto a quelli istituiti nei paradisi fiscali. Da noi non esiste una prassi per cui un disponente, una volta istituito il trust, continui a gestirlo come vuole. Fin dall’inizio, abbiamo ritenuto di doverci porre sulla linea della massima ortodossia.


I trust risultano realmente utili per tutelare un patrimonio nel passaggio generazionale o dallo sperpero di soggetti incapaci di amministrarlo? Quali sono i vantaggi rispetto ad altri istituti?

Torno al punto che ho sollevato prima, cioè che il trust colma delle lacune, inidoneità del nostro ordinamento giuridico. Occorre domandarsi: perché l’ordinamento italiano non consente un corretto passaggio generazionale?
Quando un cliente propone ad un professionista un trust, quest’ultimo deve chiedersi: “E’possibile risolvere questa esigenza in diritto interno? Esiste un contratto o un negozio atipico soddisfacente?”. Non ha senso ricorrere al diritto straniero se si può utilizzare quello italiano. Questo è il punto di partenza; anche nell’ambito del passaggio generazionale, bisogna assicurarsi che l’operazione non sia perseguibile in modo efficiente, con gli strumenti a nostra disposizione. Voglio citare un esempio: i patti di famiglia sono stati creati per il passaggio generazionale. Il capo famiglia sceglie il figlio prediletto, gli trasferisce l’azienda e gli altri legittimari vengono liquidati in vario modo. Può accadere però che il figlio in questione muoia all’improvviso dopo un anno. Quale è il risultato? Che, magari, i bambini del figlio prediletto si trovano ad ereditare l’azienda; ma non è questo ciò che desiderava il capo famiglia. Egli voleva che il figlio dirigesse l’azienda! In questo caso, noi non disponiamo di un modo per risolvere il problema. Nel diritto italiano non si può dire: do a tizio e se tizio muore deve andare a caio. Ciò che ho dato a tizio gli appartiene. Ecco un primo caso ovvio, senza andare troppo lontano.
Noi non possediamo un modo per preordinare una o più successioni, è contro i nostri principi. Il patto di famiglia non ha compreso che questo è un problema, una lacuna del diritto. Attraverso il trust, essa può essere colmata: il capo famiglia trasferisce l’intero patrimonio al trustee, non solo l’azienda, la cui direzione viene comunque affidata al figli prediletto. Finché egli vive, tutto rimane nel trust. Al momento della morte del capo famiglia il trustee non avrà ancora diviso nulla, chiaramente nel momento in cui dividerà, si saprà con certezza quanti sono il legittimari e quali sono le spettanze di ciascuno. In questo modo, si posticipa il momento della divisione, in cui non è più possibile sbagliare perché il disponente è morto e non vi sono altri figli. Un problema si risolve: il giorno della divisione tutti i legittimari sono allineati. Si sa esattamente chi siano e quanto debbano ricevere. Il trustee farà le parti. Se il disponente muore dopo molti anni, consentendo al figlio prediletto di formarsi e fare esperienza, tutto funziona come previsto. In caso contrario, il trustee avrà le indicazioni su come agire e a chi effettivamente trasferire l’azienda; al limite venderà l’azienda e dividerà il ricavato.
Ho citato un caso molto elementare per far capire come i trust colmino lacune nel nostro ordinamento. Essi non superano divieti di ordine pubblico. Il diritto italiano non vieta di pensare per più di una generazione. Esso prescrive che se un bene è trasferito a tizio quale erede, gli appartiene. Non si pone il problema del dopo. Si tratta di una nostra lacuna concettuale. Si prendano il fondo patrimoniale o i vincoli di destinazione. Entrambi necessitano di beni immobili. E’ palese che non vi si possono costituire somme di denaro, inoltre il vincolo di destinazione guarda al bene in maniera statica e non consente il passaggio automatico da un bene ad un altro. Ciò mostra un altro motivo per cui il nostro legislatore latita. I trust, non si limitano a conservare un bene, ma a mantenere il valore di un fondo anche mediante il cambiamento dei beni. Prima ho fatto l’esempio del trustee che vende l’azienda: il valore viene preservato poiché trasforma l’impresa in una somma di denaro, da poter ripartire.
Il trust è un negozio che guarda ai beni in maniera attiva; un bene cambia, si diversifica, viene venduto o se ne acquista un terzo. Il valore rimane ma i beni cambiano.
Un punto molto importante riguarda la morte. Ho citato prima il caso del figlio prediletto che riceve l’azienda ma muore prima del previsto. Questa circostanza può riguardare anche il classico negozio fiduciario: io trasferisco un bene ad una persona, con un certo incarico fiduciario, e questa muore dopo pochi giorni, proprietaria del bene trasferito. Ciò cagiona una serie di problemi. Occorrerebbe un meccanismo giuridico, inesistente da noi, per cui, se muore il fiduciario, i beni affidati passano ad un altro fiduciario. Questo meccanismo manca. Ci si domanda: chi mai potrà portare a termine l’incarico? Gli eredi del fiduciario defunto e, se si tratta di un incarico lungo anche gli eredi degli eredi? Sarebbe una situazione insostenibile. Per queste ragioni i trust hanno successo. Se muore un trustee, ne subentra un altro e il trust continua.


Continua su Family Office n.1 - 2010
http://www.finanzaediritto.it/familyoffice.php
 




            

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Vorrei far parte dell'associazione Il Trust in Italia. Coem posso fare? Son Laureata in Italia e USA in giurisprudenza e avvocato a New York.

20 Gennaio 2010 ore 17:01:47 - Gabriella Albano







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