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Intervista esclusiva a Maimuna Feroze Nana, Artista pakistana conosciuta a livello internazionale, moglie del consulente Alberto Galgano, vive in Italia da molti anni

6 Maggio 2010 - Autore: Redazione


Maimuna Feroce Nana è nata nella città di Hyderabad, nel deserto si Sindh. Ha frequentato le scuole delle suore francescane in Pakistan e accademie d’arte in India, Inghilterra e a Milano. I suoi veri maestri sono Krishnamurti, i mistici Sufi e Cristiani e i Maestri Zen.
I suoi lavori recuperano la valenza simbolica del ricamo e di oggetti quotidiani. Temi centrali della sua arte il ricordo, il legame spezzato ed una reinterpretazione quasi psicanalitica della vita passata.


Maimuna Feroze Nana – in arte Maimuna – la sua arte, che ha ormai visto numerose esposizioni nel nostro paese, porta in sé lo spessore di esperienze che cominciano da molto lontano. Lei stessa ha più volte insistito sul valore formativo ed esistenziale della sua infanzia e della sua vita estremamente varia. Tutto comincia nel torrido deserto di Sind, in Pakistan. Giusto?

Si, tutto è cominciato in una città, Hyderabad, che allora era una tranquilla città nel deserto, oggi irriconoscibile per la  spaventosa crescita. Mio padre, giudice, era stato trasferito in un angolo molto remoto del deserto dove non c’erano ospedali.

Terza figlia, i miei genitori volevano farmi nascere a Karachi, dove vivevano i loro familiari. Sono nata in anticipo durante il viaggio fra i due posti proprio nel “Dak” Bungalow riservato ai giudici in transito. Penso che questo fatto abbia segnato tutta la mia vita. Hyderabad ha una storia antica; famosa per la sua università, gli intellettuali, il suo artigianato e le migliaia di Santi Sufi. Prima della “Partition” (la divisione fra India e Pakistan) era abitata da ricchissimi mercanti Hindu che facevano mandare da Parigi e Londra le loro camicie, scarpe e vestiti.

Alcune donne Sindhi viaggiavano con i parrucchieri personali francesi. Hyderabad era chiamata la Parigi del Sindh grazie a queste famiglie e per il fatto che le strade erano bagnate dal grande fiume Indo, da cui viene il nome Hindostan. A pochi chilometri dalla città stanno i terreni e il villaggio murato Tando Thoro della famiglia di mia madre, dove è nato il mio bisnonno Mirza Kalichbeg nel 1853, uno dei più noti scrittori della letteratura moderna Sindhi.

Uomo di vasta cultura, ha tradotto i classici inglesi in lingua Sindhi e ha scritto più di 200 romanzi, molti dei quali sull’importanza dell’educazione e dell’emancipazione della donna. È stata un’infanzia privilegiata, dove tutte le famiglie di un certo ceto si conoscevano. Un’élite liberale, colta, molto anglicizzata. Studiavamo solo la storia e la letteratura inglese, parlavamo solo l’inglese fra di noi, le lingue locali come Sindhi, Hindustani, Gujerati erano per comunicare con i tanti servitori.

Mia madre - di discendenza Georgiana/Inglese - parlava molte lingue. Scrittrice, ha tradotto le poesie di Garcia Lorca e San Giovanni della Croce nella nostra lingua Sindhi. Cantava le arie delle opere in italiano, francese e tedesco. Viaggiava, anche nel deserto più remoto con il suo pianoforte che suonava tutte le sere. All’inizio della sua carriera  mio padre veniva trasferito ogni due anni nei posti più torridi e pericolosi del deserto, perché rifiutava di accontentare i politici corrotti e i ricchi proprietari terrieri nelle sue sentenze giudiziarie.

C’erano periodi in cui non vedevamo nessuno per mesi interi, chiusi assieme ai nostri guardiani, entro le alte mura che ci proteggevano dai banditi. Di questi anni di esilio mi ricordo le scuole scadenti che frequentavamo, il caldo feroce, le tempeste di sabbia che duravano giorni, e io bambina seppellita sotto una pila di copertine cucite da noi, con la febbre alta e gli incubi che la malaria procura; l’assenza di luce e dell’acqua corrente. I nostri unici compagni il pericolo e la paura.

Mio padre era costretto a mandare all’impiccagione o all’ergastolo i banditi e gli uomini della famiglia che avevano ucciso per vendetta. Poiché allora il tribunale, la prigione e la casa del giudice erano l’uno vicino all’altro un po’ come nel Far West, noi bambini abbiamo sentito e vissuto l’angoscia di questa situazione e ne abbiamo sofferto. Per evocare questa dolorosa esperienza piena del terrore, che sentivamo sotto il cielo stellato del deserto, con i guardiani armati che si chiamavano durante la notte per tenersi svegli, ho ideato “In my little bed I lie”, un'installazione per una mostra presso il Palazzo Doria Pamphili di Valmontone.

Mio padre aveva la passione dell’archeologia e raccoglieva di tutto: tessuti, gioielli, vestiti delle tribù nomadi del deserto, sculture Gandhara che risalivano al primo secolo A. C. Non potendo fare vacanze e non sapendo neppure cosa fossero rispetto a come le intendiamo oggi, andavamo a cercare siti preistorici, stupa buddisti, cimiteri abbandonati. Tutto attorno e per chilometri niente altro che il silenzio del deserto.

Tornati a Karachi, la nostra casa divenne un porto di mare fino alla morte di mio padre, perché la  sua fama di collezionista attirava studiosi, archeologi, personaggi di passaggio. Fra questi ospiti ricordo Agatha Christie, con suo marito archeologo; l'orientalista Giuseppe Tucci; Annemarie Schimmel, l’Islamista e Sufi tedesca; Sir Mortimer Wheeler, archeologo di Ur; Hermann Buhl, conquistatore di vette Himalayane e perfino il fratello dell’allora Imperatore del Giappone.

Mio padre è morto a Parigi rappresentando il Pakistan all’UNESCO per ottenere il finanziamento per il salvataggio di  Moen-Jo-Daro, uno dei siti archeologici più antichi del Pakistan. Ora a Karachi e Hyderabad strade, musei, portano il suo nome, mentre parte delle sue raccolte sono nei musei di Londra e di Washington. In questo ambiente sono cresciuta non sapendo che era anche la fine di un’era particolare. Da allora il Pakistan, Karachi, Hyderabad sono molto cambiati.


Dopo il Pakistan fu la volta dell’India. Come avvenne la scelta di trasferirsi? Lì lei ebbe modo di incontrare il pensiero ed il  movimento di Gandhi. Quanto e come questo incontro influenzò la sua vita e la sua produzione successive? Quali sono le maggiori differenze che potrebbe individuare tra il modo di fare e studiare arte in India e quello che ha sperimentato in Italia e in Inghilterra?

Come molti genitori, i miei hanno investito nella migliore educazione possibile per i loro 6 figli, a costo di grandi sacrifici. Per questo motivo è stata scelta per me la Sir J. J. School of Art a Bombay, ritenuta la migliore scuola in Asia. Inoltre, a causa della “Partition” (un momento tragico della storia tra India e Pakistan), a Bombay si era trasferito un amico fraterno dei miei genitori vissuto sempre a Hyderabad: Bhai Pratap Dialdas, amico di Nehru, Gandhi e dei  membri della lotta per l’indipendenza dell’India.
Per due anni ho vissuto proprio nella casa di questo illuminato e ricchissimo mercante Hindu che ha fondato il porto di Gandhidam e che, come Gandhi, si vestiva solo della ruvida stoffa “Khadi” tessuta in India.

A casa sua, a parte i personaggi storici e i loro discorsi politici che si sentivano, si era circondato delle pitture di Tagore, Jamini Roy e di altri artisti della scuola Shanteniketan fondata da Tagore, dei bronzi dell’India del sud, dei reperti dall’antico Egitto. Ad arricchire la mia cultura e la conoscenza del mio Paese c'erano poi in casa una ricca biblioteca e una ricca raccolta di musica classica indiana e occidentale, alle quali si aggiungeva la lettura dei classici della religione Hindu.

Però il personaggio che più mi ha influenzato, cambiando radicalmente il mio modo di pensare, è stato il filosofo Krishnamuti, amico della famiglia. Un'influenza riscontrabile in taluni aspetti di molti miei lavori, come il liberare la mente da ogni pregiudizio, da ogni incatenamento, privilegiando al già noto ciò che ci è sconosciuto. Detto con le sue parole:  “from the known to the unkown”, “osserva te stesso costantemente senza giudicarti”.

L’insegnamento nella Sir J. J. School of Art era severo, accademico, un piede nell’Oriente l’altro nell’Occidente. Copiavamo i calchi delle sculture greche e indiane, però si vedeva anche una certa sperimentazione nel lavoro degli studenti più maturi. Un'insegnamento comunque molto diverso dall’ambiente e dai metodi che ho incontrato alla Birmingham School of Arts and Crafts, dove per 4 anni sono stata incoraggiata a sperimentare e a trovare la mia voce da professori veramente eccezionali. E’ stato un processo molto difficile trovare una via fra le due culture.


I primi anni della sua vita l’hanno vista frequentare la scuola di un convento cattolico di suore francescane. Allo stesso tempo, però, il Pakistan è terra di  conflitto anche per una forte presenza musulmana, e contiene al proprio interno svariate confessioni: buddista, induista, protestante e via dicendo. Lei visse sulla propria pelle tale conflitto (fisico e spirituale)? La globalizzazione spinge le società occidentali – e non solo – a chiedersi se più religioni possano convivere pacificamente e come debba intendersi il loro ruolo all’interno di collettività pluraliste. Qual è la sua opinione in merito? Ha mai affrontato simili tematiche attraverso la sua arte? E quale pensa che possa essere il contributo dell’arte in tal senso?

È stato il recente fenomeno del fondamentalismo islamico a fare del Pakistan una terra di conflitto. Ai nostri tempi il Subcontinente India era un pacifico “melting–pot” di culture e religioni che, nei secoli, avevano trovato un modo di vivere pacificamente l’uno accanto all’altro, rispettandosi a vicenda.

Basta descrivere la situazione della mia famiglia, fino a un certo punto specchio di quella di molte altre famiglie dell’epoca, che vivevano pacificamente in contatto con tante religioni diverse: mia madre, di discendenza georgiana-inglese, aveva una madre protestante praticante e padre musulmano. Tutte e due Teosofi impegnati. Mio padre era figlio di padre musulmano e di madre zoroastra. La balia di noi tre sorelle - come  altri servitori - era Hindu, mentre il badante dei miei tre fratelli era un giovane pashtun musulmano.

Chi lavava i vestiti “dhobi” era un Hindu di una certa casta e chi puliva i bagni un cristiano convertito oppure un “dalit” Hindu intoccabile. Mia madre era di famiglia Shiita  osservante, mentre mio padre era Sunnita. Tutti i figli della nostra cerchia frequentavano le scuole dei Missionari Cattolici, Francescani, a cui eravamo molto legati. Tuttora quando entro in una chiesa faccio automaticamente il segno della croce e a Gubbio è un enorme piacere recitare il Rosario nella vicina cappella Francescana.

Tutta la gente che frequentavamo, e che ancora conosciamo in Pakistan, è oggi spaventata, inorridita dall’intolleranza e dal fondamentalismo con cui bisogna fare i conti tutti i giorni. Personalmente credo che siano le forze politiche ed economiche ad essere inadeguate; l’ignoranza, la povertà e la mancanza di giustizia sono le vere cause di queste lotte religiose.


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