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Intervista esclusiva a Luigi Santovito, Economista ed Analista Finanziario, Quadro direttivo Compass SpA Gruppo Mediobanca

30 Aprile 2010 - Autore: Redazione


Oggi incontriamo Luigi Santovito, Economista e Analista Finanziario. Può illustrarci in breve il suo percorso e la sua attività?

Sono nato a Barcellona Pozzo di Gotto (Me), maturità scientifica conseguita nella città natale, poi studi di Economia Aziendale presso l’Università Luigi Bocconi con laurea nel 2004 e Master in Gestione e Strategia d’Impresa nel 2009. Inizi lavorativi in Vodafone nel dipartimento Finanza nel 2004, a seguire breve parentesi in Eticare SpA e dal 2005 in Compass Spa (Gruppo Mediobanca), dapprima in veste di credit analyst e dal 2007 come branch manager. Varie collaborazioni con Assaif, il portale Bluerating e la rivista “Soldi”. Mi occupo di valutazione del rischio di credito e di Studi Economici di Finanza Etica ed Islamica.


In questo periodo di crisi globale, molte sono le opportunità di finanza alternativa proposte. Tra queste, la Finanza etica può rappresentare una leva culturale intesa a modificare l’attuale sistema economico e i nostri stili di vita? Sicuramente se pensiamo che l’attuale crisi congiunturale ha messo in risalto alcuni elementi critici del modello economico occidentale  che vanno esaminati con metodi nuovi da cogliere nei principi ispiratori della finanza etica. Cosa ne pensa?

Penso che la crisi odierna non sia frutto di un singolo problema, ma di un concatenarsi di fenomeni di natura economica, sociale e ambientale estremamente interconnessi e indipendenti. Tra le numerose osservazioni è d’obbligo fare riferimento ai sistemi di valutazione sintetica dell’affidabilità delle aziende, il cosiddetto “rating”.  Il rating è un giudizio sintetico dello stato di salute dell’azienda, un termometro utile agli investitori per scegliere accuratamente obbligazioni o titoli azionari. Purtroppo, il sistema di rating attuale non basta se pensiamo che la banca d’affari Lehman Brothers, poche ore prima del dissesto, otteneva un rating pari ad A, attribuito alle aziende che hanno una solida capacità di ripagare il debito.  Pertanto, al sistema attuale va affiancato il rating etico che entra nel merito delle politiche e delle scelte sociali, ambientali e di lungo periodo del management aziendale.


In che modo la crisi finanziaria ha modificato, secondo lei, le decisioni dei risparmiatori?

La crisi ha fatto emergere dei bisogni precedentemente disattesi dalle aziende: il consumatore  è più sensibile alle tematiche socio-ambientali, vuole essere parte attiva nel processo d’acquisto, vuole decidere quale prodotto premiare, capire realmente quale soddisfa i suoi bisogni e cosa aspettarsi di ricevere nell’immediato futuro. Se da un lato la domanda non è facilmente individuabile, dall’altro lato l’offerta non è più nelle mani dell’azienda, ma è manipolata dai clienti stessi. Questa “rivoluzione”  ha colpito le banche, la finanza, ma anche altri settori. Il futuro del mercato porta al concetto di sostenibilità: poter soddisfare i bisogni dei clienti di oggi senza dover precludere i bisogni dei clienti di domani, una sorta di patto intergenerazionale. Come andranno i fondi sostenibili nel 2010? I segnali che arrivano dal mercato sono positivi sia in termini di rendimenti sia in termini di raccolta. Il numero dei fondi etici in Europa ha conosciuto un ottimo slancio se pensiamo che nel 2009 è aumentato del 27% passando da 537 a 700.  Da notare come, rispetto agli anni precedenti, sia aumentata l’importanza degli strumenti a reddito fisso a scapito delle azioni; effetto, questo, riconducibile alla crisi dei mercati. Infatti, la componente azionaria è scesa dal 62% al 55% mentre quella obbligazionaria è salita dal 25% al 33%. Nel dettaglio dei settori etici i migliori per rendimento nel 2009 sono stati gli obbligazionari corporate euro (+6,6%), gli obbligazionari diversificati euro (+8,1%) e i bilanciati (+8,4%) e le prospettive per il 2010 sembrano essere estremamente positive. In Italia il mercato dei fondi etici è ancora limitato anche se presenta forti potenzialità.  Ci sono comunque società di gestione del risparmio particolarmente attive come dimostra il riconoscimento per il secondo anno consecutivo a due fondi etici di Etica Sgr che si sono aggiudicati il Lipper Fund Awards 2010, prestigioso premio organizzato da Lipper, agenzia di rating e fund research del Gruppo Reuters, che ogni anno premia i prodotti di investimento migliori sul mercato.  Da sottolineare inoltre i risultati positivi in termini di raccolta per i fondi Pioneer  e le buone performance ottenute dai fondi di Dexia Asset Management, Sella gestioni sgr e Bnp Paribas con lo storico fondo Bnl per Telethon.


Su quali titoli “etici” investire nel 2010?

Per la scelta dei titoli etici bisogna puntare l’attenzione su alcune classifiche pubblicate di recente in merito alle aziende più impegnate in politiche environmental friendly, ovvero con le migliori performance ambientali e con la migliore reputazione. Ad esempio, negli States Newsweek ha pubblicato una classifica delle aziende più virtuose che vede alle prime cinque posizioni in ordine: Hewlett-Packard, Dell, Johnson & Johnson, Intel ed Ibm.  Si tratta per lo più di realtà It, ma la classifica che ha valutato 500 società, ha anche elaborato sottoclassifiche settoriali, ad esempio per il settore banks and insurance (1° Well Fargo), healtchare (1° Baxter International), food and beverage (1° Coca Cola Enterprises). In Europa la ricerca è stata effettuata da Viageo, società attiva in campo sri che ha messo in luce i titoli di società quotate in cui investono maggiormente e con successo i fondi etici. Nelle top 3 troviamo: Hsbc, British Gas e Vodafone. Nella top 20 c’è anche un’italiana (Eni al 16°) insieme a: Abb, Allianz, AstraZeneca, Bnp Paribas, France Telecom, Gamesa, Glaxo, H&M, Iberdrola, Nokia, Roche, Sanofi, Scottish Energy, Telefonica, Tatal e Vestas.  In ambito italiano si può far riferimento agli Oscar di bilancio socio-ambientale che nel 2009 hanno visto premiare nei rispettivi campi: Fondazione Umana Mente (Gruppo Allianz), Mediolanum Spa, Creval, Viasat Group, Bcc del Garda per le piccole e medie imprese bancarie, ACRA, Nordiconad Scarl, Enel Spa e Intesa Sanpaolo a cui è andato il premio speciale per la governance societaria.


In un recente articolo lei paragona, per certi versi, la finanza islamica alla finanza socialmente ed eticamente orientata. Il sistema economico islamico può davvero rappresentare un modello etico?

La finanza islamica è un tema poco conosciuto anche a chi si occupa tutti i giorni di finanza. Ad essere conosciuti sono da tempo i Fondi sovrani appartenenti a Stati Islamici, la cui politica prevede l’ingresso di quote di capitale di aziende importanti grazie al surplus di liquidità frutto delle vendite di petrolio. Si tratta di una finanza non basata sul debito, ma su business tradizionali e che mirano soprattutto alla centralità dell’individuo, in questo caso l’investitore musulmano attento a considerare solo tutto ciò che è permesso dalle  leggi coraniche. In che modo esso può sostenere le politiche governative e offrire strumenti di investimento al di fuori dei mercati domestici? La finanza islamica ha meccanismi alquanto diversi da quelli convenzionali: anche per la finanza islamica il denaro ha un costo, ma la religione vieta una determinazione  a priori della remunerazione dello stesso, ma stabilisce che ai proprietari del capitale vada una quota del denaro prodotto dal suo impiego, percentuale che non si può conoscere in anticipo. Quindi, mentre la banca occidentale basa il proprio lavoro sull’intermediazione di capitali sui quali riconosce pagamenti di tassi di interesse, la banca islamica partecipa in prima persona alle attività commerciali valutando il risultato economico e il corretto utilizzo delle risorse. E’ proprio sull’allocazione delle risorse che va soffermata l’analisi del fenomeno: la finanza islamica applica, similarmente alla finanza di stampo etico, criteri di esclusione legati agli screening socio-ambientali, ad esempio non vengono presi in considerazione investimenti nei settori che riguardano la produzione di alcool, gioco d’azzardo, armamenti, pornografia e tabacco ritenuti “haram”. La finanza islamica non è la soluzione al tessuto mondiale colpito da speculazioni, ma diciamo che una maggior presenza di banche islamiche potrebbe creare una “moral suasion” ai principi ispiratori che la caratterizzano e favorire il concetto di open bank (prodotti di finanza convenzionale e islamica per una maggiore integrazione delle comunità.


Condivide l’affermazione per cui i fondi etici, sul fronte dei rendimenti, risultino penalizzati rispetto ai fondi comuni di investimento “ordinari”?

Non sono d’accordo con questa affermazione che per troppo tempo è stata spesa quasi si volesse relegare la finanza etica a puro mercato di nicchia. Per quali ragioni? Perché vi sono parecchie ricerche al riguardo. Naturalmente emergono alcune criticità singolari come le dimensioni delle masse gestite che non permettono di raggiungere facilmente economie di scala, la scarsa propensione all’innovazione di prodotto e di processo, pregiudizi e scarsa conoscenza degli strumenti a disposizione, la distribuzione geografica a macchia di leopardo in Europa. Appare interessante una ricerca italiana che ha condotto un’analisi quantitativa e qualitativa sul fenomeno dei fondi etici confrontandoli con fondi tradizionali. Dall’analisi quantitativa fatta per misurare il grado di eticità e da quella qualitativa fatta per valutare l’entità del pricing è emerso che la gestione etica non incide sul prezzo e che il pricing è un elemento di differenziazione positivo.  Quali domande si pone l’investitore etico? Sicuramente domande nuove: ritiene fondamentale o importante che la propria banca sia trasparente nell’indicare i settori in cui investe, considera essenziale o importante che la banca investa una parte degli utili in progetti sociali o ambientali e buona parte reputa fondamentale che la propria banca non investa nel settore delle armi.
 
 




            

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l'investitore etico non si pone domande nuove. Vuole solo guadagnare il piů possibile illudendosi di salvare il mondo. E' una foglia di fico della coscienza

3 Maggio 2010 ore 12:52:16 - giacomo







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