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Intervista esclusiva a Luciano Chiari, Socio Fondatore dello Studio Chiari Spa

6 Settembre 2010 - Autore: Redazione


Nato nel 1948, ha conseguito il Diploma di Ragioniere presso l'Istituto Tecnico Commerciale "Michelangelo Buonarroti" di Arezzo e la Laurea in Economia e Commercio presso l'UniversitĂ  degli Studi di Perugia.
E’ iscritto all'Albo dell'Ordine dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili di Arezzo ed è Revisore Contabile. Fra l’altro ha rivestito la carica di Giudice anche presso la Commissione Tributaria Regionale di Firenze ed è Consulente Tecnico presso vari Tribunali del Centro Nord.
Riveste cariche di Amministratore e di Sindaco Revisore in primarie società e si occupa in prevalenza di consulenza fiscale, finanziaria, ristrutturazioni societarie, perizie valutative e revisione alle imprese ed è anche specializzato nel contenzioso tributario e nelle problematiche relative al comparto orafo.
Appassionato docente di economia e organizzazione aziendale, tiene periodicamente seminari di approfondimento anche presso la FacoltĂ  di Economia di Siena.


Lei è socio fondatore dello Studio Chiari Spa. Come è nato lo studio e quali sono i vostri obiettivi?

Lo Studio Chiari nasce agli inizi degli anni 70 dalla mia volontĂ  , su basi giĂ  concretizzate, al fine di poter soddisfare, attraverso uno staff di professionisti, le molteplici esigenze delle Aziende ed in particolare del comparto orafo.
Lo Studio, in linea con il processo di aggregazione che interessa l'intero mondo economico, sviluppa al suo interno una professionalitĂ  in grado di realizzare un servizio sempre piĂą tempestivo e di qualitĂ .
La qualitĂ  e la soddisfazione dei nostri Clienti sono il punto centrale dell'attivitĂ  ed il punto di intesa che ci ha permesso di svilupparci rapidamente e che ci fornisce lo stimolo ad innovarci continuamente affrontando le incessanti sollecitazioni proposte e richieste dal sistema economico-finanziario e giuridico.
Il nostro Studio è strutturato per offrire consulenza assicurativa e finanziaria, consulenza contabile, fiscale, societaria, contrattuale e strategica per le aziende, consulenza del lavoro, nonché per assistere i contribuenti in tutti i rapporti con l’amministrazione finanziaria e nel contenzioso tributario. Ci occupiamo inoltre di revisione e organizzazione aziendale, di tutela e ristrutturazione di patrimoni aziendali e familiari.


Il suo studio assiste, in particolare, aziende del comparto orafo. In che modo? Come giudica l’attuale situazione del settore?

Il distretto orafo aretino è uno dei principali in Europa per dimensioni e per volume di esportazioni. Geograficamente include Arezzo ed altri dodici comuni limitrofi, comprende circa 1.400 aziende ed un livello occupazionale di 14.000 persone. Il fatturato stimato è intorno ai 6 miliardi di euro. Tali cifre ci danno già una chiara idea dell’importanza di tale settore nel territorio, sia da un punto di vista economico che occupazionale. L’industria orafa italiana, sino a qualche anno fa, è stata la prima nel mondo per valore di produzione ed esportazione. Nel distretto orafo aretino sono concentrate circa un terzo delle aziende nazionali del settore oreficeria e gioielli.
Oggi, però, la diffusa crisi economica ha coinvolto anche il distretto orafo aretino, trascinandolo in una profonda recessione: i fatturati calano vertiginosamente e le aziende concorrenti, sia italiane che internazionali, erodono progressivamente il mercato. Il livello delle esportazioni ha subito un calo di oltre il 15% solo nelle vendite verso l’America Settentrionale, mentre manifesta una ripresa verso il Medio Oriente, anche se in valori assoluti si è assistito ad una notevole recessione.
Ovviamente le più colpite sono le piccole realtà artigianali, anche se non si può affermare che le grandi aziende dell’oreficeria siano in grado di mantenere le proprie strutture. Del resto, con l’assottigliarsi del reddito disponibile, i consumatori scelgono di tagliare i prodotti non propriamente di prima necessità, come per esempio la gioielleria. Tale crisi è riconducibile a due ordini di fattori: quelli esogeni, dati da una generale crisi internazionale che ha segnato tutti i mercati mondiali con la crescita dell’euro a scapito del dollaro e la concorrenza delle produzioni asiatiche, e quelli endogeni, dati dalla forte impronta artigianale della maggior parte delle aziende orafe italiane, dallo scarso investimento sulla professionalità degli addetti, dalle strategie commerciali di stampo molto tradizionale, dalla struttura a distretto del comparto che attualmente amplifica la fragilità del settore, dalla frammentazione e dall’incapacità delle aziende di “fare sistema”.
Le esigenze del comparto sono quelle di una ristrutturazione organizzativa, finanziaria e commerciale delle imprese con riferimento anche ai processi produttivi, ai bisogni formativi e alle strategie di commercializzazione e di marketing.
In questo momento, il nostro impegno verte dunque necessariamente nelle ristrutturazioni societarie e finanziarie, oltre che nelle necessarie analisi relative alla implementazione del margine lordo operativo, focalizzandosi sulla riduzione dei costi fissi.
Il nostro studio è organizzato al fine di prestare assistenza in tutte le problematiche contabili, di formazione del bilancio, fiscali, gestionali e finanziarie tipiche del settore orafo, nonché in studi e ricerche per approvvigionamenti finanziari tipici del settore.


Tra le aree di vostra competenza vi sono anche la tutela dei patrimoni ed il passaggio generazionale. In che modo, a suo parere, il settore ha subito cambiamenti a seguito della crisi economico-finanziaria? Quali strategie occorrerĂ  attuare?

Nei prossimi anni ben oltre un terzo delle imprese dovrà necessariamente affrontare le difficoltose problematiche legate al passaggio generazionale. Infatti si tratta di un momento particolarmente delicato per la sopravvivenza dell’impresa: solo il 30% supera il passaggio generazionale e appena il 15% varca la soglia della seconda generazione.
La crisi economico-finanziaria ha spesso intaccato e deteriorato i capitali aziendali e personali esistenti e, conseguentemente, la tutela del patrimonio nel passaggio generazionale si presenta ben piĂą complessa e di non facile soluzione.
Tali problematiche devono essere affrontate in anticipo e con un vero e proprio progetto pianificato. Il fondatore dell’impresa difficilmente riesce ad abbandonare la gestione dell’azienda che ha creato e nella quale si identifica con la innata e discutibile convinzione che gli eredi continueranno la sua attività senza particolari difficoltà.
Risulta già di particolare complessità poter “scindere” il patrimonio aziendale dalla gestione e provvedere nel contempo ad un periodo di affiancamento che possa garantire al successore una maggiore conoscenza delle realtà aziendale. Esistono anche specifici strumenti finanziari e societari piuttosto sofisticati che possono essere costruiti su misura per soddisfare congiuntamente i bisogni della famiglia e dell’azienda.


In un recente articolo, lei espone approfonditamente alcune accuse mosse agli economisti in tempo di crisi. Le può relazionare più brevemente, offrendone un commento?

La maggioranza degli economisti non ha previsto né capito la crisi finanziaria perché erano all’oscuro di alcuni fondamentali sviluppi dell’evoluzione del mercato del credito ed anche per coloro che ne erano vagamente consapevoli non era necessario conoscere i dettagli di questo sviluppo per comprenderne le implicazioni macro economiche e di politica monetaria, ma era sufficiente averne anche solo un’idea molto generale. Per anni è stato discusso quale fosse la politica monetaria ottimale in risposta alla disponibilità di risparmi dall’Asia e di materia prima a buon mercato grazie alla globalizzazione. Consenso diffuso era che, grazie a questi fenomeni, si fosse entrati in una nuova era, dove si potevano avere tassi di interesse bassi senza rischiare un’alta inflazione. Tuttavia, mentre avveniva questo dibattito, si è perso di vista l’enorme evoluzione del mercato del credito. Con i tassi di interesse molto bassi, l’unico modo per rendere redditizia l’attività di intermediazione delle banche era di indebitarsi molto per comprare attività finanziarie, cioè aumentare la leva finanziaria. Ma per fare questo le banche dovevano trovare modi per sbarazzarsi del rischio di queste attività, sia perché in alcuni casi i regolatori non permettevano di eccedere una certa leva finanziaria per le attività più rischiose, sia perché le banche stesse non volevano detenere troppe attività a rischio.
Le banche crearono così un sistema bancario ombra, dando vita a delle entità, con un minimo di capitale, formalmente fuori bilancio in cui piazzarono le attività più rischiose. Queste entità, pur avendo una garanzia esplicita o implicita delle banche, permisero di ridurre il capitale che le banche dovevano detenere, aumentando quindi la leva finanziaria. Le entità spesso cartolarizzarono le attività trasferite dalle banche vendendole sovente alle banche stesse, creando l’impacchettamento di centinaia o migliaia di mutui sottostanti oppure di prestiti ai consumatori o alle imprese.
Gli economisti – ma anche i regolatori ed i banchieri centrali – non si resero conto, mediante l’analisi del sistema patrimoniale del sistema bancario, che i dati erano in realtà completamente fittizi poiché il vero rischio stava nelle entità fuori bilancio.
Gli acquirenti dei titoli cartolarizzati si precipitarono ad assicurarsi contro eventuali rischi di default tramite ricorso a compagnie assicurative, che, dedite precedentemente all’assicurazione di titoli municipali, non erano in grado, in realtà, di garantire alcunché. Il mercato dei credits default swaps raggiunse, ad un certo punto, addirittura 4 volte il PIL statunitense con le catastrofiche conseguenze ormai note. Gli economisti e le istituzioni non conoscevano gli sviluppi del mercato del credito e non sono stati neppure in grado di giudicare come spaventosamente impreparati fossero anche i managers delle grandi banche e delle altre istituzioni finanziarie per comprendere e valutare ciò che stava accadendo.
Ora queste stesse banche centrali, sebbene non siano state di aiuto prima della crisi, dovrebbero rivestire un ruolo chiave per evitare l’insorgere di un nuovo caos. Gli organi regolatori di vigilanza macro-prudenziale sono estremamente necessari ed i banchieri centrali sono i soggetti più adatti a rivestire tale ruolo focalizzandosi non sulla solidità delle singole istituzioni finanziarie, ma piuttosto sulla stabilità del sistema finanziario nel suo complesso.
Le banche centrali di molti paesi hanno gradualmente acquisito indipendenza dalle continue interferenze politiche, restituendo alla loro figura quella saggezza nel saper sostenere una politica di lungo termine su cui il cittadino può fare affidamento.
Non avendo previsto l’arrivo dell’attuale crisi, le stesse banche non hanno preso provvedimenti prima del 2007 al fine di attenuare le pressioni di un tale evento, ma hanno invece reagito con forza e decisione, una volta manifestatasi la crisi, attraverso un’azione internazionale coordinata. Tutto ciò è stato facilitato dall’indipendenza politica e dalla cooperazione sviluppatasi negli anni tra le banche centrali, rimarcando l’estrema importanza della vigilanza macro-prudenziale. Nonostante i governatori non siano giudici perfetti della stabilità finanziaria, sono comunque loro ad essere nella posizione politica ed istituzionale migliore per garantirla.
Fa rimanere perplessi il fatto che in Italia, in questo momento, vi sia assenza di una classe dirigente all’altezza della situazione. Le carenze si riscontrano nel mondo imprenditoriale, nella comunicazione e nella cultura e la politica non svolge la funzione che dovrebbe competerle.
Mancano persone capaci di offrire alla nazione obiettivi condivisi e condivisibili. Non esistono programmi di medio e lungo periodo e non emergono valide idee nell’interesse del bene comune.
Il DL 31/05/2010 n.78 (c.d. manovra correttiva) convertito nella L. 30/07/2010 n.122 ha introdotto alcune significative novità riguardanti i principali istituti di sistemazione dell’indebitamento aziendale, alternativi alla procedura concorsuale di fallimento. In particolare, sono previste alcune estensioni della normativa previgente, quali il limite temporale del divieto di azioni esecutive o cautelari nell’accordo di ristrutturazione dei debiti, nonché la facoltà di proporre la dilazione, ma non la riduzione, delle passività per Iva, nell’ambito della transazione fiscale, ora disposta anche per le ritenute operate e non versate. Il provvedimento si propone, pertanto, di contribuire alla maggiore diffusione del concordato preventivo e degli accordi di ristrutturazione dei debiti, come confermato anche dalla previsione dell’assimilabilità ai crediti pre-deducibili dei finanziamenti concessi in funzione del ricorso a tali strumenti di soluzione della crisi d’impresa, ovvero in esecuzione degli stessi.
C’è da chiedersi immediatamente: come risponderanno il sistema bancario e gli altri organismi preposti a queste ipotesi di soluzioni ?
Personalmente nutro scetticismo circa un’applicazione generalizzata e valida di tali normative, in particolare per quanto riguarda le PMI che formano la stragrande maggioranza del tessuto connettivo economico del nostro paese.


Quali settori, secondo lei, hanno resistito meglio alla crisi? Da dove ripartirĂ  la crescita economica?

In Italia la produttività è crollata: infatti nel triennio 2007-2009 è stato perso il 2,7%. Il dato registrato dall’Istat è impietoso ma realistico. Anche l’occupazione registra ogni anno un calo medio dello 0,5% almeno da un decennio a questa parte. A soffrire sono soprattutto l’industria che ha registrato la maggiore flessione (-3,9%), le costruzioni (-2,4%) ed il commercio (-2,3%). Unico settore in contro tendenza è l’agricoltura che ha registrato un +1,6%. La crisi della produttività era stata sollevata anche dalle rilevazioni elaborate dal Centro Studi di Confindustria e da Banca Italia. Nella sua relazione annuale il Governatore Mario Draghi aveva evidenziato che nei dieci anni precedenti la crisi, la produttività per ora lavorata è salita del 3% in Italia contro il 14% dell’area euro, aggiungendo che nello stesso arco di tempo la nostra economia è cresciuta del 15% contro una media europea del 25%.
In Italia le PMI, che numericamente raggiungono quasi il 99% del tessuto nazionale delle imprese, stanno accusando soprattutto criticità finanziarie derivanti da fattori quali il ridotto livello di capitalizzazione, l’eccessiva dipendenza dagli istituti di credito, lo squilibrio del livello di indebitamento bancario nel breve termine e l’imposizione fiscale.
Un miglioramento dell’equilibrio dei flussi monetari potrebbe anche essere dato dal novello art. 2483 C.C. che prevede che anche una s.r.l. possa emettere titoli di debito e quindi rastrellare la liquidità necessaria all’impresa per le operazioni di investimento. La tutela per i risparmiatori è data dal fatto che, nel caso di successiva circolazione del titolo, l’investitore professionale risponde della solvibilità della società ricordando che i titoli di debito delle s.r.l. possono essere emessi solamente attraverso investitori professionali che hanno il compito di valutare e garantire il loro rimborso.
Questa innovativa forma di finanziamento non ha però avuto un significativo riscontro sul mercato, probabilmente per la difficoltà di trovare investitori professionali disposti ad assumersi la responsabilità appena descritta.
Deve comunque essere seriamente considerata la criticità relativa e conseguente all’imposizione fiscale e se non si assisterà ad un cambiamento di rotta da parte della politica e ad una programmazione economica nuova che tenga conto di questa spinosa questione, la piccola impresa manifatturiera italiana rischia di non essere più giustificata dal punto di vista economico. In particolare l’Irap che colpisce in maniera maggiore le aziende che si avvalgono di lavoro dipendente, che sono esposte finanziariamente, e che patiscono più di altre le tensioni di liquidità sul mercato, caratteristiche queste che, in molti casi, contraddistinguono proprio le PMI. Inoltre non sono certo da sottovalutare gli ulteriori effetti sfavorevoli, ed in alcuni casi drammatici, relativi all’innovativo calcolo di detraibilità degli interessi passivi per i soggetti Ires derivante dal nuovo testo dell’art. 96 del TUIR, così come è stato modificato dalla legge finanziaria 2008.
In una rinascita economica potrà essere trainante il settore terziario comprendente servizi tradizionali presenti praticamente in ogni epoca e cultura e servizi avanzati caratteristici degli ultimi decenni. I settori interessati saranno i servizi a rete, cioè trasporti e comunicazioni, i servizi commerciali, la gastronomia, il turismo, l’ospitalità, i servizi assicurativi e bancari, l’attività amministrativa degli organi di stato, i servizi avanzati come la fornitura di attrezzature, macchinari e beni, informatica, ricerca e sviluppo, consulenza legale, fiscale e tecnica, analisi e collaudi, formazione e marketing.
Per loro natura i servizi richiedono un diverso approccio organizzativo a causa, principalmente, del fatto che non è possibile separare il momento della produzione dal momento dell’erogazione/fruizione.
Nella conduzione dell’impresa del terziario sarà quindi necessario adottare metodi e sistemi organizzativi che massimizzino la flessibilità nell’utilizzo delle risorse per adeguarle il più possibile alle fluttuazioni cicliche o stagionali e al variare delle preferenze della clientela.
Quando il settore in cui un’azienda opera richiede forti investimenti in mezzi e impianti fissi (ad esempio nei trasporti di ogni tipo) la fluttuazione ciclica o la variazione congiunturale del mercato di riferimento andranno a generare forti influenze negative sul conto economico. In questi casi, un diffuso comportamento delle aziende, è di reagire alle fluttuazioni del mercato agendo sugli altri fattori di flessibilità: personale, approvvigionamenti e subfornitori. Le azioni intraprese producono, quasi sempre, un effetto di sensazione di peggioramento del servizio che viene percepito dai clienti; si innesca, così, un circolo vizioso, difficile da interrompere e da invertire se non a prezzo di un’operazione forte che coniughi lungimiranza, leadership, investimenti e comunicazione.
In particolare dovranno essere implementate le tecniche di marketing strategico, differenziando la propria offerta collegando esperienze ai propri beni e servizi. Ciò sarà più facile per i fornitori di servizi per la natura intangibile dei loro prodotti. Infatti essi potranno valorizzare l’ambiente in cui i clienti acquistano e/o ricevono il servizio, intensificare le sensazioni più suggestive provate nell’ambiente controllato dall’impresa e capire, per esperienza diretta, qual è il modo migliore per coinvolgere i clienti e trasformare il servizio in un “evento memorabile”.
Alla base delle rinascita, economica e non, c’è qualcosa che va oltre le semplici conoscenze tecniche: la motivazione, intesa come capacità umana innata di trasferire al comportamento l’emozione dei nostri pensieri e dei nostri sogni, cioè la capacità di ispirare altre persone sia nel campo emozionale privato sia in quello professionale. Mai come ora si sente il bisogno clamoroso di uomini che abbiamo capacità umane e di eliminare le sperequazioni e le difficoltà dei luoghi dove operano. A volte si ricercano i motivi degli insuccessi ma spesso con quest’analisi non si fa altro che tentare di trovare delle semplici scuse o degli alibi ai nostri errori o alle nostre incapacità. Quella che noi chiamiamo genialità ha in realtà un nome diverso: osare, cioè avere il coraggio di fare cose nuove, definendo bene gli obiettivi dell’azienda.
Alla motivazione consegue la crescita, alla crescita consegue il risultato, al risultato il successo. Ed è il risultato che rende grandi gli uomini.
Concludo dicendo che per gli imprenditori, è bene avere impresso un monito. Quanti tipi di imprese si possono creare ? Tre. Quelle che determinano gli eventi. Quelle che assistono al loro manifestarsi. Ed infine quelle che, quando gli eventi si sono manifestati, si domandano che cosa sia accaduto.

 




            

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