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Intervista esclusiva a Giorgio Israel, Docente di Storia della matematica all’Università La Sapienza di Roma

8 Marzo 2010 - Autore: Redazione


In una recente intervista in merito alla rimozione di un giudice per il suo rifiuto di tenere udienze in aule con il crocifisso, lei ha affermato che “l’esperienza religiosa non è riconducibile a prese di posizione “aperte” sulla questione degli immigrati, sul matrimonio gay o sull’aborto. Perché la necessità di valori universali è tale che, quando non trova il nutrimento di un pensiero gentile e tollerante ma forte, alla ricerca di certezze può dilagare disastrosamente sul terreno del fondamentalismo”. Può offrire un commento a questa dichiarazione?

La storia e la realtà presente dimostrano che l’esperienza religiosa assolve un ruolo ineliminabile e risponde a richieste profonde: la tensione verso la trascendenza, la ricerca di principi morali, una risposta alle grandi domande su “chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo”, qual è il senso della vita e della morte. Indipendentemente dall’evoluzione di realtà locali particolari, basta guardare alla realtà complessiva del mondo per rendersi conto che la tensione verso l’esperienza religiosa è lungi dall’essersi affievolita. Al contrario. Però la religione deve costituire una risposta a “quelle” domande e non trasformarsi in altra cosa, per esempio a una sorta di consociazione volta alla promozione del politicamente corretto. Altrimenti le domande e le esigenze restano inevase e le risposte vengono cercate altrove. Il rischio è che vengano cercate o in religioni intolleranti e violente – perché è indubbio che la religione, con la sua naturale tendenza alle risposte assolute, e quanto più enfatizza questo assolutismo, può essere anche fonte di intolleranza e di violenza – o addirittura in movimenti politici di stampo millenarista, escatologico e fanatico.


Nel suo intervento, lei sostiene che “in certe forme l’esposizione di un simbolo religioso può configurare una prevaricazione della fede e delle convinzioni altrui”. Alla luce di questa affermazione, come giudica la Finanza Islamica, fenomeno in grande sviluppo, che si basa sulla Sharia e, tramite un apposito comitato di Imam, decide in quali settori investire o meno, nel pieno rispetto del Corano? Ritiene che la Finanza unita alla Religione possa dar vita a un connubio proficuo?

Questa problematica non ha a nulla che fare con l’esposizione dei simboli religiosi bensì richiama un principio comunemente accettato in Occidente e che si riassume nel detto “date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”, e che la stessa Chiesa cattolica rivendica come frutto della sua dottrina. È bizzarro. In questi tempi non si fa altro che parlare di laicità dello stato, di rifiuto di ogni ingerenza della religione nella gestione della cosa pubblica, della necessità che essa non esca oltre la dimensione del privato, e poi… si trova naturale lo sviluppo di una Finanza Islamica basata sulla sharia!… È facile immaginare cosa succederebbe se qualcuno proponesse lo sviluppo di una Finanza Cattolica basata su principi formulati dalla Chiesa e gestita da un comitato di cardinali e vescovi che decide in quali settori investire o meno, nel rispetto del Vangelo. Ci sarebbe una levata di scudi generale e si sentirebbero urla di sdegno fino al cielo. E invece c’è chi considera la Finanza Islamica un connubio proficuo tra scienza e religione… Mi auguro che si tratti ancora di fenomeni marginali di confusione mentale, altrimenti sarebbe il segno che il processo di islamizzazione servile (dhimmitudine) dell’Europa ha raggiunto livelli inimmaginabili.


La Finanza Islamica è un modo di far banca senza l’uso degli interessi, proibiti dall’Islam. Il risparmiatore  e il creditore partecipano al rischio dell’investimento, condividendo con la banca utili e perdite. Un sistema finanziario simile può proporsi come possibile modello etico per l’Occidente, cosa ne pensa?

Trovo aberrante la sola idea che si possa discutere di un simile sistema finanziario come modello etico per l’Occidente. La sharia è un sistema di regole incompatibili con i diritti civili e le garanzie più elementari per la persona umana (tra cui la parità e dignità della donna) che l’Occidente ha conquistato in secoli di storia e attraverso processi non poco tormentati. L’idea che l’etica occidentale sia ridotta al punto da doversi far surrogare da un simile sistema di vita associata è inconcepibile. L’inesistenza degli interessi non segnala alcun particolare valore etico. Il carattere teocratico di questa visione della Finanza dovrebbe far rifuggire da essa qualsiasi persona si proclami laica e non desideri l’instaurazione di uno stato teocratico.

 




            

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Insomma: fatta la legge (14 secoli fa), trovato l'inganno. Niente di nuovo sotto il sole.

8 Marzo 2010 ore 22:00:21 - Adriano Ferro







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