Stocks it
FinanzaeDiritto sui social network
19 Ottobre 2018  le interviste  |  professionisti  |  chi siamo  |  forum  |  area utenti  |  registrati

            




Intervista esclusiva a Franco Toffoletto, partner di Toffoletto e Soci, studio legale specializzato nel diritto del lavoro

11 Giugno 2010 - Autore: Redazione


Diritto europeo e previdenza integrativa.
Le sfide future del mercato del lavoro

Franco Toffoletto nasce a Milano, il 13 maggio 1957. Dopo una laurea in Giurisprudenza presso l’Università Statale di Milano, è iscritto all'Albo degli Avvocati di Milano dal 1982 e alla Corte Suprema dal 1996.

Autore di diversi articoli nell'area del Diritto del Lavoro ed esperto in contratti collettivi del lavoro, contribuisce alla rubrica legale, de “Il Sole 24 Ore” e ha pubblicato svariati testi tra i quali “Codice del rapporto di lavoro”, 3rd. ed., Pirola, 1995; “La disciplina dei licenziamenti”, 3rd. ed., Pirola, 1995, “Dieci temi di diritto del lavoro”, Pirola, 1996; “Il contratto d’agenzia”, 2nd. ed., Giuffrè, 1996. E’ coautore de “La nuova disciplina del contratto di agenzia”, IPSOA, 1999.

L’avvocato Toffoletto è inoltre presidente della European Employment Lawyers Association e membro del Labour Law Consultants for Europe, del Labour Law European Group, di AGI - Avvocati Giuslavoristi Italiani, dell’Associazione Italiana di Diritto del Lavoro e della previdenza Sociale, dell’Associazione Italiana di Diritto del Lavoro e della previdenza Sociale: A.I.D.L.A.S.S., dell’Associazione Internazionale Giuristi di Lingua Italiana: AIGLI, nonché della Commissione Rapporti Internazionali e Comunitari e della Commissione Informatica dell'Ordine degli Avvocati di Milano.


Franco Toffoletto, lei è una delle più note voci del Diritto del lavoro italiano, nonché autore di svariati libri sulla materia. Come nasce la sua passione e specializzazione in questo particolare ambito?

Perché mio padre faceva il giuslavorista e mio nonno pure. Quando mi sono iscritto a giurisprudenza non avevo idea di cosa volesse dire fare giurisprudenza, avevo 18 anni. Mi sono laureato in giurisprudenza e ho cominciato a lavorare nello studio di mio padre, poi sono passati trent’anni…


Quali sono le peculiarità tutte italiane della realtà lavorativa del nostro paese, nelle sue dinamiche sindacali, contrattuali ed imprenditoriali? E come descriverebbe l’evoluzione del diritto del lavoro negli ultimi anni?

L’evoluzione del diritto del lavoro negli ultimi anni ha visto un radicale impatto del diritto europeo. Oggi lavoriamo sul 70% di norme che sono cambiate in virtù di direttive europee, rispetto a quelle sulle quali lavorava mio padre.

Quindi oggi non si può leggere una norma che riguardi il diritto del lavoro – ma così pure tutti gli altri settori –  senza conoscere il diritto europeo e senza conoscere la giurisprudenza della corte di giustizia. Avvocati e giudici, quando leggono una norma del codice civile italiano, devono interpretarla secondo il diritto europeo. E questo aspetto mio padre non ha mai dovuto prenderlo in considerazione, perché una volta il diritto era locale. Oggi la norma nazionale si legge con gli occhiali del diritto europeo.


Questo cos’ha significato per il diritto del lavoro italiano?

Ha significato il cambiamento di tutto. Anche le norme che sono rimaste le medesime comunque vengono interpretate in maniera diversa.


Si può dire che la realtà italiana abbia fatto più fatica rispetto agli altri paesi ad adeguarsi, oppure non si possono fare questi confronti?

Non si possono fare questi confronti perché la maggiore o minore fatica dipende dalla singola situazione. Ci sono paesi che faticano ancora oggi ad adeguare le proprie normative, primo fra tutti l’Inghilterra, che – ad esempio – deve affrontare molte più difficoltà rispetto all’Italia. In Inghilterra non esisteva nemmeno una legge sull’orario di lavoro. La nostra era del 1923. In Italia molte leggi le avevamo già, ma ciò non toglie che debbano comunque andare incontro ad una reinterpretazione alla luce delle nuove normative europee.

Vi è peraltro un vuoto fondamentale nell’ordinamento giuridico del  nostro paese, rappresentato dalla carenza abissale italiana in materia di diritto sindacale. Una norma importante della Costituzione è infatti rimasta inattuata, l’articolo 39 sulle organizzazioni sindacali, e che crea grossi problemi anche rispetto all’adozione delle direttive europee.


La recente crisi economica ha provocato uno sconvolgimento generale all’interno dei rapporti propri del mondo del lavoro, ed il conseguente massiccio investimento da parte delle autorità in processi di adeguamento dei contratti lavorativi. Ne è un esempio il recente dibattito concernente l’articolo 18 e i vincoli di licenziamento, o la questione dei fondi pensione. Solo 50 anni fa soluzioni come il “contratto di stage” e il “contratto a progetto” erano impensabili. Com’è cambiato lo scenario e a cosa andiamo incontro? Dovremo salutare definitivamente l’aspirazione al “tempo indeterminato”?

L’aspirazione ad un rapporto di lavoro a tempo indeterminato sicuramente continua ad esistere, ma la situazione delle aziende è profondamente modificata. In realtà il dibattito tempo indeterminato/tempo determinato e precarietà non è così reale, nel senso che non è vero che un contratto a tempo indeterminato sia necessariamente un contratto per la vita.  Anzi, un contratto a tempo indeterminato si risolve e finisce.

Le aziende cambiano ogni giorno, perché il mercato è molto più competitivo di una volta. Non ci sono posizioni di forza, di privilegio nazionale, quindi i mercati sono più ampi e bisogna diventare più grandi e internazionali. Da ciò segue un continuo mutamento del mercato. Le aziende non possono stare ferme e questo è il primo aspetto fondamentale di cui tener conto in questo tipo di analisi.

In secondo luogo la legislazione è cambiata in termini di modularità dei contratti. E’ vero che alcuni rapporti di lavoro 50 anni fa sarebbero stati impensabili, anche se non i contratti a progetto – che in realtà sono sempre esistiti, in parte già dal ’42 e comunque sicuramente dal ’59.

Di tutte le norme restrittive degli anni ’60 e ’70 rimangono pochissime norme, principalmente l’articolo 18. Tutto il resto è stato cambiato.


Rispetto all’articolo 18 e ai vincoli al licenziamento che cosa può commentare?

Fuori dall’ex blocco diciamo dell’Est, siamo uno dei pochi paesi ad avere la reintegrazione come unico rimedio per il licenziamento ingiustificato. Gli altri paesi hanno principalmente un rimedio economico.


Quindi secondo lei come andrebbe tutelato il lavoratore rispetto al licenziamento?

Limitando la reintegrazione solo ai casi di discriminazione e prevedendo invece una forma di risarcimento del danno per tutti gli altri casi, ciò che poi in realtà accade nella pratica. Vi è un rapporto di diretta proporzione tra richiesta di reintegrazione e disoccupazione. Maggiore è la disoccupazione, più i lavoratori richiedono la reintegrazione anche di fatto; minore è la disoccupazione maggiore è invece la soluzione economica scelta dai lavoratori.


Per quanto riguarda l’attuale crisi economica lei ritiene che siano stati attuati i dovuti provvedimenti a tutela dei lavoratori o crede vi sarebbero altri strumenti migliori? Pensa che l’aumento della disoccupazione sia stato gestito in maniera corretta a livello governativo?

Sostanzialmente sono state aumentate le ipotesi per ricorrere alla cassa integrazione. Il resto c’era già. La questione è che si è fatto maggiore ricorso alla cassa integrazione, il che ha funzionato – sia ordinaria che straordinaria.

Il sistema sta in piedi su questa forma di flex security che permette di essere protetti contro i licenziamenti e contro le difficoltà dell’impresa. Il problema è che non tutti i lavoratori sono protetti, ma solo alcuni. E quindi non c’è dubbio che tutto il meccanismo della cassa integrazione, cioè dell’assistenza alle aziende e ai lavoratori nel momento di difficoltà dovrà essere rivisto. Nel senso che è molto “pasticciato” in tante leggi che si sovrappongono l’una all’altra; bisognerebbe riscrivere tutto quanto in una forma più chiara e semplice, estendendo la protezione a tutti i lavoratori – cosa che invece oggi non è.


Come si configurerà in futuro la previdenza sociale? Avremo meno pensioni? Dovremo pensare a forme ulteriori e differenti di previdenza?

Certamente. Il sistema concepito negli anni ’60 non poteva stare in piedi: indipendentemente da quanto si pagava si otteneva una percentuale calcolata sull’ultimo reddito. Ma poi i nodi sono venuti al pettine e si è scoperto che se si incassa 10 non si può pagare 100.

Certamente si andrà verso un incremento della previdenza integrativa che dovrà essere a livello europeo. I lavoratori dovranno avere gli stessi fondi previdenziali integrativi indipendentemente dal paese in cui lavorano. La mobilità dei lavoratori e dei servizi all’interno della Comunità Europea, che  è un principio fondamentale e un punto essenziale per l’attivazione di un mercato unico, dovrà poter contare anche su tutte queste forme di supporto.

Indipendentemente da dove si lavori, che siano due anni in Francia, due anni in Germania e un anno in Svezia, tre anni in Inghilterra e poi si torni in Italia, tutto questo percorso dovrà essere coperto nella stessa maniera. Questa è la direzione nella quale si deve andare, perché ci sono delle difficoltà oggi per i lavoratori che vogliono spostarsi.


La crisi ha forse dimostrato che l’apparato di tutele e garanzie lavorative previsto dalle nostre società era economicamente insostenibile e destinato a condurre i governi alla bancarotta o altre sono le ragioni ed il sistema del welfare è stato toccato unicamente come conseguenza del crollo economico?

Il sistema previdenziale certamente non ha nulla a che fare con l’attuale crisi economica. In generale che l’ordinamento giuslavoristico abbia un impatto importante sullo sviluppo economico, questo sicuramente sì. Le aziende hanno bisogno di regole chiare e di poca burocrazia, mentre oggi imperversano le regole non chiare e le situazioni di incertezza. E, soprattutto, questo scoraggia gli investimenti esteri. Il nostro paese è considerato un paese nel quale investire è complesso, non solo per una burocrazia assurda e incomprensibile agli altri – giustamente – ma anche per regole dell’ordinamento giuridico eccessivamente rigide. Quest’ultimo aspetto è in parte cambiato, ma l’immagine del passato è rimasta e non riusciamo a liberarcene.

Dunque se oggi un imprenditore deve sceglie un paese europeo in cui fare un investimento, toglie certamente subito l’Italia. E questo per noi rappresenta un danno ingente. La difficoltà di comprensione delle nostre regole, e soprattutto la difficoltà dei rapporti sindacali e delle regole di rappresentatività rappresentano l’ostacolo maggiore allo sviluppo economico di investimenti stranieri nel nostro paese.

 L'intervista è pubblicata per esteto nella GUIDA LAVORO E MASTER 2010 / 2011, EDITRICE LE FONTI. In uscita a luglio 2010 nelle migliori librerie ed edicole specializzate e sul sito: www.finanzaediritto.it/guidalavoroemaster.php




            

Per essere sempre aggiornati su interviste e articoli di Toffoletto, Franco iscriviti alla nostra newsletter


Ultimi commenti degli utenti

Nessun commento







cfsrating



Powered by Share Trading
Everlasting