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Intervista esclusiva a Federico Vecchioni, presidente di Confagricoltura

30 Giugno 2010 - Autore: Redazione


Un ruolo operativo al passo con i tempi e grandi progetti per le filiere


Federico Vecchioni, 40 anni, è nato a Padova ma ad oggi risiede in Toscana, a Massa Marittima, in provincia di Grosseto, dove da 13 anni è titolare di un’azienda agricola di 440 ettari, “Tenuta il Cicalino” ad orientamento olivicolo specializzato ed agrituristico. E’ laureato in scienze agrarie presso l’Università di Firenze e iscritto all’ordine degli agronomi di Grosseto. Il suo percorso in Confagricoltura inizia nel 1992, come consigliere dell’Unione provinciale agricoltori di Grosseto. Poi come vicepresidente dell’Associazione nazionale giovani agricoltori di Grosseto. Nel 1998 diventa presidente dell’Unione provinciale agricoltori. Nel 2001 entra nella giunta nazionale, della quale ha fatto parte con la delega per l’ambiente. Nel dicembre 2004 viene eletto presidente nazionale della Confagricoltura. E’ il più giovane nella storia dell’Organizzazione. Oltre alla suddetta carica annovera anche quelle di Presidente dal 2002 della Camera di Commercio di Grosseto, Accademico ordinario presso l’Accademia dei Georgofili di Firenze, Membro del Consiglio dell’Ordine dei Cavalieri del Lavoro e Consigliere del CNEL.


Federico Vecchioni, lei è dal 2004 presidente di Confagricoltura. Come riassumerebbe il percorso di questi sei anni? Com’è cambiata Confagricoltura sotto la sua guida?

L’agricoltura può e vuole innovarsi, deve qualificarsi per quello che è: una parte strategica dell’economia del Paese. Non può continuare la lettura sbagliata che identifica il settore come capace di sopravvivere solo grazie ai contributi nazionali e comunitari, ignorando una realtà fatta di imprese dinamiche e moderne, con pari dignità e pari diritti, pur nella marcata differenza strutturale e culturale, a quelle industriali. Il “fatturato” dell’agricoltura, ossia il valore della produzione lorda vendibile, è di circa 48 miliardi di euro, una cifra significativa, ma non enorme, dato il modesto valore aggiunto dei prodotti. Bisogna però considerare altri elementi: nel settore, tra autonomi e dipendenti, lavorano oltre 1.200.000 persone, con un’attività che ha una funzione fondamentale anche nella conservazione dell’ambiente e nel mantenimento del paesaggio. Inoltre grazie all’agricoltura, sul territorio nazionale operano attività di trasformazione agroalimentare e di ristorazione, che fanno salire il peso delle attività agricole, inteso come summa dell’agroalimentare, al 15% del Pil. Le molte eccellenze enogastronomiche che il mondo ci invidia sono ottenute grazie alle nostre ottime materie prime, ma anche grazie all’eccellente lavoro di trasformazione, confezionamento, valorizzazione e promozione fatto quotidianamente da migliaia di aziende agricole, cooperative e industrie agroalimentari serie e motivate. Questo il quadro generale, in cui Confagricoltura rappresenta oltre il 45% della produzione lorda vendibile, pari a 21,6 miliardi sui 48 complessivi, 5 milioni di ettari lavorati sui 13 disponibili in Italia, 560 mila aziende che ogni anno garantiscono 24 milioni di giornate lavorative ad oltre mezzo milione di dipendenti. Oggi Confagricoltura ha un ruolo operativo al passo con i tempi. Oltre ad istituire pratiche per gli associati e intervenire sulla definizione dei percorsi normativi stiamo lavorando su servizi moderni, che vanno dalla consulenza per il riposizionamento dei prodotti, al marketing. Ma il nostro obiettivo ancora più strategico è garantire il sostegno per grandi progetti sulle filiere.


Oltre a Confagricoltura in questi ultimi tempi è cambiato molto anche lo scenario economico in cui vi trovate a lavorare. Come descriverebbe l’attuale situazione economica ed imprenditoriale italiana – anche in relazione agli altri paesi – e cosa è stato fatto da Confagricoltura per ovviare alle difficoltà della crisi?

L’economia mondiale sta cambiando a velocità vertiginosa e tutti se ne devono convincere. Quando questa pesantissima crisi potrà davvero dirsi conclusa niente sarà come prima. In questo nuovo corso economico mondiale l’Italia ha le sue carte da giocare e una di assoluto valore è certamente l’agricoltura, madre di quelle eccellenze alimentari che hanno conquistato le tavole del mondo. Puntare sulle eccellenze, nel cibo come nella moda, nell’auto, nel turismo, nell’arte, nella cultura ha però un senso se queste eccellenze sono le onde più alte in un mare fatto di qualità. Pensare ad un settore dell’economia che si regge unicamente su alcune produzioni di punta, ma senza avere alle spalle una base vasta e consolidata di prodotti di più generale e quotidiano consumo ad alto tasso di qualità, è come pensare ad una bidonville su cui svettano alcuni palazzi principeschi. Palazzi destinati alla fatiscenza e alla rovina senza un contesto estetico-ambientale e servizi che possano adeguatamente valorizzarli. Fuor di metafora, torno a dire: il mondo cambia per tutti ad una velocità sino a qualche anno fa impensabile e nessuno può illudersi di vivere di rendita. Oggi rifugiarsi nell’illusoria sicurezza di barriere doganali e confini culturali è suicida. Le imprese agricole italiane, come tutte le imprese italiane - la Fiat ce lo insegna - devono guardare al mondo come al cortile di casa, perché crescere e far profitto sul mercato globale è più importante che essere primi della classe in un’ottica di nicchia incapace di reggere a livello mondiale. Per la nostra agricoltura, anzi per la nostra filiera alimentare con forti radici di identità territoriale e di tradizione, le occasioni che si prospettano per crescere nel mondo sono notevoli, ma bisogna saperle cogliere con occhi e menti ben aperti, guardando avanti e non ai paradigmi del passato. Cultura d’impresa, innovazione e ricerca, sviluppo del valore nella filiera sono le linee forti su cui deve muoversi l’agricoltura italiana e su cui si muove Confagricoltura. Tenendo presente che l’impresa agricola è depositaria di valori universali come la proprietà della terra, un elemento di identità valoriale, ma anche di unità nazionale. Perché è compito dell’agricoltore gestire questo bene, che diventa comune, per trasferire alle generazioni future quanto ha ottenuto, senza depauperarlo.


Quali sono le vostre maggiori rivendicazioni verso il governo? Cosa pensa dei provvedimenti presi in materia di crisi e dell’attuale legislazione relativa al vostro ambito di interesse? Cambierebbe qualcosa? In che rapporti siete attualmente con le istituzioni governative?

Sono certo che l’agricoltura possa essere vissuta come antidoto alla crisi e così deve essere vissuta da chi ha responsabilità istituzionali. L’Italia deve darsi regole competitive in linea con quelle dei Paesi più avanzati – parlo di semplificazione burocratica e fiscale, di nuove tecnologie, di facilitazioni al credito - perché altrimenti non sarà solo l’agricoltura a restare al palo. Noi, come Confagricoltura, non ci aspettiamo dal governo aiuti o finanziamenti, ma qualcosa di molto più impegnativo, ovvero una politica agricola che abbia - e trasmetta – idee chiare sul futuro del settore. Alla politica ed alle istituzioni il compito di definire le regole, magari minime e semplici, l’ambito entro cui agiscono gli operatori economici. Dopo devono essere l’abilità, la capacità imprenditoriale e il talento a far prevalere un’impresa rispetto alle altre. Il compito di decidere cosa convenga produrre spetta solo all’imprenditore, che deve avere davanti la possibilità di scegliere, come nel caso dei prodotti ottenuti con le biotecnologie agricole, e non una strada obbligata individuata da pochi per tutti. Stando alle posizioni espresse dal nuovo ministro delle Politiche agricole, Giancarlo Galan, le premesse per raggiungere questi obiettivi mi pare ci siano tutte.


Proprio in questi ultimi giorni lei ha ottenuto un notevole successo con le molteplici adesioni giunte in relazione al vostro progetto di una nuova società d’acquisto e commercializzazione volta a riunire 35 mila ettari e mettere in moto una rete di affari pari a 500 milioni di euro. Di cosa si tratta? Chi sono i sottoscrittori? Perché questa iniziativa?

 Abbiamo messo a punto un piano politico-economico concepito per influire incisivamente sulla distribuzione del valore nella filiera agricoltura - industria alimentare - distribuzione. La condivisione di questo progetto è stata vasta e qualificata ai massimi livelli. Al nostro forum economico di Taormina hanno espresso il loro favore il vicepresidente della Commissione Europea Antonio Tajani, il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, il viceministro allo Sviluppo economico, Adolfo Urso, Paolo De Castro, presidente della Commissione Agricoltura del Parlamento Europeo, l’arcivescovo di Trieste, monsignor Giancarlo Crepaldi, l’amministratore delegato di Intesa SanPaolo Corrado Passera, l’allora presidente della Fiat Luca Cordero di Montezemolo, il presidente del Banco Popolare, Carlo Fratta Pasini, il presidente della Fondazione Cariplo, Giuseppe Guzzetti, il presidente di Banca Montepaschi, Giuseppe Mussari, Luigi Scordamaglia, vicepresidente di Federalimentare, il direttore del Corriere della Sera, Ferruccio de Bortoli. l’amministratore delegato di Conad, Camillo De Bernardinis e successivamente abbiamo incassato il giudizio positivo di Guido Barilla, presidente di Barilla Spa. Inoltre con il presidente di Federdistribuzione, Paolo Barberini, stiamo individuando un percorso comune di valorizzazione della filiera alimentare. Il sistema operativo realizzato da Confagricoltura è leggero, nuovo ed ha la logica della rete d’impresa, quindi non fa perno su strutture che hanno costi non comprimibili e rappresentano una debolezza, anziché un vantaggio. In questo contesto l’agricoltura punta alla leadership e si confronta con gli altri attori con una logica nuova, trattando al tavolo di filiera comparto per comparto. Perché questo piano? Perché tutti gli indicatori di competitività del “sistema Italia” sono fermi da anni, mentre gli altri crescono. Ora Confagricoltura ha deciso di muoversi per cambiare questo stato di cose, almeno nell’area dell’agroalimentare. La sfida sta nell’impegno a fare ciò che serve dal punto di vista del privato, mettendo l’impresa al centro dell’intervento teso a ristrutturare la filiera agroalimentare. Contemporaneamente chiediamo al potere politico e amministrativo di agire con leggi, semplificazioni burocratiche e altri intereventi che supportino la buona riuscita di un’operazione a vantaggio degli agricoltori, dell’industria di trasformazione e del cittadino-consumatore. L’obiettivo con le ricadute più dirette sul mercato è quello di arrivare a garantire all’industria agroalimentare forniture certe e continuative a prezzo certo e concordato, mentre le aziende agricole potranno, su questa base, ragionare in termini efficaci su programmazione ed investimenti. Un percorso, quindi, assolutamente virtuoso anche per quanto riguarda le sinergie delle imprese col sistema creditizio. Sotto il profilo economico, il piano, battezzato “Futuro Fertile” si basa sua una commerciale nazionale che risponde a criteri di efficienza gestionale e minimizzazione dei costi di struttura. E’, si badi bene, una società costituita in forma privata e distinta da Confagricoltura, che dispone già di un consolidato know how di commercializzazione dei mezzi tecnici, mentre ha definito e sta implementando accordi strategici per la commercializzazione dei prodotti. La raccolta degli ordini di acquisto, necessari alla programmazione delle forniture, avverrà attraverso la regia di referenti territoriali mediante l’implementazione di sistemi di raccolta “leggeri” e innovativi (anche on-line). Il business plan della società prevede, per entrambe le aree strategiche di attività (mezzi tecnici e collocamento delle produzioni agricole), il coinvolgimento, in due anni, di un aggregato di aziende in grado di esprimere circa 350.000 ettari di superficie agricola utilizzabile e di attivare un giro d’affari per una cifra prossima ai 500 milioni di euro. Il risparmio sul costo d’acquisto dei mezzi tecnici è calcolato almeno del 20%. Per ciò che concerne la sua parte politica il piano parte da alcune considerazioni generali. L’agricoltura italiana si caratterizza per una polverizzazione molto accentuata sia in termini di valore della produzione e reddito lordo standard, sia in termini di superficie media (meno di 8 ettari, contro i 24 ettari della Spagna, i 46 della Germania o i 52 della Francia). Occorre quindi intraprendere azioni per favorire l’effettiva aggregazione fondiaria, anche attraverso una rivisitazione delle forme di agevolazione fiscale. Il progetto propone a questo scopo di adeguare la legislazione in materia di consolidamento e sviluppo dell’impresa agricola alle nuove figure professionali, per strutturare maggiormente l’organizzazione dell’impresa agricola in tutte le sue forme, con particolare riferimento a quelle societarie. Sul fronte del costo del lavoro in agricoltura, da una comparazione tra i principali paesi europei l’Italia risulta tra quelli con maggiori oneri contributivi. Sul costo orario sostenuto dalle imprese agricole italiane per il lavoro fisso grava un peso pari al 35,10% per contributi obbligatori (Germania 23%, Spagna 21,25%, Olanda 18,34%). Lo stesso avviene per il lavoro stagionale, che rappresenta un fattore strategico per i principali comparti dell’agricoltura nazionale: dall’ortofrutta al vino, dall’olio agli agrumi. Diventa quindi prioritario razionalizzare, semplificare e riorganizzare il sistema contributivo previdenziale ed assistenziale agricolo per renderlo più coerente con quelli degli altri Paesi Ue, collocandolo in un quadro normativo stabile e strutturale, che garantisca costi sostenibili per le imprese. E qui la proposta è di introdurre modifiche normative che prevedano, da un lato il contenimento degli oneri sociali sul lavoro dipendente e dall’altro la semplificazione degli adempimenti burocratici a carico dei datori di lavoro. Valutando l’attuale quadro dei rapporti di mercato che caratterizza l’agricoltura italiana, emergono rilevanti difficoltà delle imprese nell’attuare strategie commerciali efficaci per competere nel nuovo contesto commerciale. Il piano propone di puntare a rafforzare e sviluppare i meccanismi dell’economia contrattuale (accordi, intese di filiera, ecc) incentivando, a livello nazionale e comunitario, sistemi di garanzia delle parti contraenti da eventuali comportamenti opportunistici. Contestualmente, propone una modifica normativa in grado di individuare un nuovo modello organizzativo della produzione agroalimentare, basata sulle Organizzazioni di Prodotto e non di produttori, individuando nella funzione economico/commerciale il ruolo strategico delle strutture e ampliando la possibilità di partecipazione alle OP fuori dai produttori agricoli. L’innovazione principale è rappresentata dalla esclusione della previsione dell’impegno minimo di conferimento di prodotto per legge, affidandolo a regole interne alla società, funzionali ad una idonea programmazione delle attività e della presenza sul mercato. Infine, il prezzo della burocrazia che, lo ricordiamo, richiede ad ogni impresa agricola 110 giornate di lavoro l’anno per espletare il carico di pratiche e adempimenti. I costi sostenuti per l’amministrazione dell’azienda, compresi quelli del sovraccarico burocratico che caratterizza i rapporti con la Pubblica Amministrazione, arrivano a circa il 10% dei costi intermedi sostenuti dall’imprenditore agricolo. Un’incidenza che evidenzia negli ultimi anni la maggior crescita (+3,9%) rispetto alle altre voci di costo. Per ridurre questo peso il piano varato da Confagricoltura propone, modifiche normative per la semplificazione degli adempimenti in materia di Iva e la comunicazione unica per la nascita dell’impresa.


Negli ultimi anni il settore agricolo si è visto messo sempre più in secondo piano all’interno dell’economia nazionale. Quali pensa che saranno i prossimi sviluppi ed il ruolo di Confagricoltura all’interno di queste dinamiche?

Il settore agricolo è in grado di soddisfare un’importante serie di domande strategiche: dall’alimentazione umana e animale, alle bioenergie, addentrandosi nel nuovo campo dei biomateriali, che sicuramente avrà un grande sviluppo. Senza contare il contributo alla riduzione dei gas serra: la sfida dei biocarburanti è solo all’inizio e si gioca sulla sostenibilità ambientale delle coltivazioni, ma anche sulla complementarietà con gli utilizzi alimentari, due destinazioni produttive che non devono essere in concorrenza. Ma c’è anche da considerare l’aspetto occupazionale: l’Italia ha il minor numero di persone sotto i 35 anni che lavorano in agricoltura nell’intero contesto europeo, un dato che può essere radicalmente modificato, perché il settore non è mai stato tanto attrattivo come oggi, proprio perché, oltre alla produzione di cibo, offre la possibilità di misurarsi su terreni come le bioenergie e i biomateriali, con un contributo fondamentale alla lotta contro i cambiamenti climatici. Quindi l’agricoltura potrà restare un settore competitivo e trainante, ma solo a patto che si continui ad investire in ricerca e a sviluppare nuove tecnologie. Servono però regole e politiche trasparenti, basate sui risultati della ricerca scientifica. E qui bisogna toccare il tema degli Ogm, anche se questi prodotti sono solo una parte del problema: il punto più importante, infatti, è avere di fronte ad una questione tanto delicata e complessa come la sicurezza alimentare un approccio più globale possibile. Insomma, non è detto che tutti debbano scegliere la strada degli Ogm, è legittimo decidere di non usarli – tanto più che in Europa gli organismi geneticamente modificati rappresentano una questione politica – ma questo si può fare a patto di chiarire bene i costi, perché è anche su questi che si sviluppa la competitività. Ad esempio: produrre mais senza le biotecnologie implica maggior uso di acqua e fertilizzanti, quindi, se esiste una varietà di granturco Ogm resistente alla siccità bisogna essere ben consci del fatto che non utilizzarlo comporta un costo. Questo riduce le possibilità delle aziende e isterilisce la ricerca. In un Paese come l’Italia, a grande vocazione di prodotti tipici, l’agricoltura deve essere sì sempre più professionalizzata, ma salvaguardando l’approccio tradizionale basato sul legame col territorio. Le due anime possono e devono coesistere, perché non sono in contrasto, anzi sono complementari. La logica che più ci appartiene è quella del fare. Ad esempio: le imprese che si riferiscono a Confagricoltura credono nel capitolo energetico per la diversificazione dell’attività e del reddito, in un’ottica di contenimento dei costi, aumento della competitività e recupero della domanda energetica, che è in grado di dare un contributo determinante al processo di sviluppo del Paese, così vogliamo affiancare il sistema produttivo con lo sviluppo di sistemi a biomassa, biogas e fotovoltaici. Una risposta operativa al “green new deal”, che ha come obiettivo la correzione dei maggiori squilibri del sistema in fatto di risparmio e abbattimento della CO2. Noi tuteliamo le persone prima che le imprese e lo facciamo difendendo le attività economiche, perché quando si parla di agricoltura ci si riferisce ad un’attività economica con una ricaduta collettiva di cui l’uomo è al centro. Lo sviluppo agricolo non è un problema del suolo, ma dell’uomo. Senza sviluppo agricolo non ci può essere un miglioramento delle condizioni di vita per i cittadini di questa patria comune che è il nostro Pianeta”.

 




            

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