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Intervista esclusiva a Enrico Letta, Deputato del Pd, segretario generale dell’Arel e Vicepresidente di Aspen Institute Italia

17 Dicembre 2009 - Autore: Redazione


Enrico Letta, 43 anni, deputato del Partito Democratico. E’ segretario generale dell’Arel, vicepresidente di Aspen Institute Italia e fondatore dell’Associazione TrecentoSessanta. Ministro, giovanissimo, delle Politiche Comunitarie nel primo governo D’Alema, è stato anche ministro dell’Industria, del Commercio Estero e sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con il  secondo governo Prodi. Nel 2007 si è candidato alle primarie per la segreteria nazionale del Partito Democratico, ottenendo oltre l’11% dei consensi. Sposato, ha tre figli.


Incontriamo oggi Enrico Letta, Deputato del Pd, segretario generale dell’Arel e Vicepresidente di Aspen Institute Italia. Mercoledì 7 ottobre, lei parteciperà alla presentazione di ItaliaFutura, nuova associazione ideata da Luca Cordero di Montezemolo. Tema principale dell’evento sarà la mobilità sociale. L’Italia è un paese sostanzialmente immobile, da questo punto di vista. Quale concreto piano d’azione è possibile mettere in pratica, per riportare il paese alla sua originaria dinamicità? In quali settori occorrerà intervenire maggiormente?
 

Esiste, anzitutto, un problema culturale, di attenzione rispetto a questi temi. Qualsiasi piano d’azione sulla mobilità sociale, anche il più ambizioso e particolareggiato, rischia di rimanere lettera morta se ai vertici del processo decisionale non si costruisce una condivisione sincera dei suoi obiettivi di fondo. E ai vertici ci sono la politica e l’intera classe dirigente, esse stesse immobili e ancora in larga parte ancorate a criteri di selezione fondati sulla cooptazione. Per questo, a mio avviso, occorre iniziare da qui, aprendosi alla competizione e al merito. Faccio spesso riferimento ai Cda delle società quotate in borsa, in cui le donne, salvo rare eccezioni, sono di fatto relegate ai margini. Oppure alle attuali regole che disciplinano l’elezione al Parlamento italiano, per le quali a contare sono non le competenze o la capacità di guadagnare il consenso degli elettori, ma l’affiliazione al capo e la fedeltà alla sua linea. Ecco, se vogliamo far ripartire l’ascensore sociale, è indispensabile che chi ne tiene i comandi si metta in discussione e dimostri di avere i requisiti che dovranno essere richiesti a tutti gli altri. Quanto ai settori sui quali intervenire prioritariamente, la scuola e l’università possono essere il laboratorio della mobilità sociale, lo spazio nel quale sperimentare soluzioni innovative, improntate davvero alla valutazione dei risultati e alla premiazione del merito.  
 

Lei ha da poco pubblicato il suo ultimo libro “Costruire una cattedrale. Perché l’Italia deve tornare a pensare in grande”, nel quale si propone di uscire dalla politica del “presentismo”, delle idee mordi e fuggi e della polemica giornaliera, per costruire qualcosa di più duraturo per il Paese. In particolare, lei dedica un intero capitolo al tema della Politica, punto di partenza del cambiamento. In che modo essa potrà contribuire ad un miglioramento dello scenario? Quali scopi dovrà porsi per appassionare di nuovo i cittadini?

La politica può tornare a essere percepita come la più nobile tra le attività umane solo se viene vissuta per quello che è. Vale a dire come uno strumento per cambiare la realtà, per migliorarla. Questa funzione negli ultimi anni è andata smarrendosi. È vero: è un processo in atto in molti altri Paesi occidentali. Tuttavia, non si tratta di un fenomeno irreversibile. Soprattutto, nessuno ha condannato a morte la politica. Basti pensare all’elezione di Barack Obama e agli entusiasmi che ha sollevato. Lì essa si è come riappropriata della sua funzione più genuina: quella di sfornare idee coinvolgenti per poi mobilitare la partecipazione di milioni di cittadini. Da noi questa capacità pare sepolta sotto le maglie di un professionismo dilatatosi fino al più periferico crocevia istituzionale, che insegue il presente e non sa progettare il futuro. Il punto è che si tende a interpretare la politica come un fine: un traguardo di carriera, un’occasione di realizzazione individuale. È questo l’equivoco più difficile da sfatare. A me piace pensare alla politica come a una scelta di vita da affrontare con una sorta di “zaino leggero” sulle spalle. All’interno solo la passione per le cose in cui si crede e le competenze per realizzarle. Ma niente appesantimenti o vettovaglie. Niente paura di cadere e di uscire dal Palazzo dorato. Solo così, forti della propria storia ma anche della propria leggerezza, è possibile tornare tra le persone, nei territori, nei luoghi di vita e di lavoro. Recuperando la capacità di mettere l’”orecchio a terra” e ascoltare ciò che ci chiede la gente, e costruendo “reti orizzontali” sempre più larghe di persone disposte a condividere il nostro percorso, a elaborare con noi soluzioni condivise, a impegnarsi. 
 

In un altro volume intitolato “In questo momento sta nascendo un bambino”, lei racconta curiosamente l’Italia attraverso la prospettiva del bambino che nasce oggi. Introduce, inoltre, tre importanti parole chiave: libertà, mobilità e natalità, per la pianificazione del futuro. Alla luce di tali premesse, come giudica l’attuale situazione del mondo giovanile, in uno dei paesi al mondo dove si vive più a lungo ma si fanno meno figli?
 

L’Italia vanta due record poco invidiabili: siamo, con il Giappone, il Paese più vecchio del mondo; siamo, con Malta, il Paese con il più basso tasso di occupazione femminile d’Europa. Il nesso è evidente: una società che non scommette sulle donne perde la possibilità di costruire il proprio futuro. Non si fanno figli, non si mette su famiglia, non si fanno progetti. Donne, giovani e bambini sono i più penalizzati da un welfare tutto schiacciato su pensioni e sanità, che non fornisce servizi per la conciliazione tra maternità e lavoro, non riesce a stabilizzare milioni di giovani precari, non valorizza i talenti e le professionalità acquisite. Certo, il rovescio della medaglia è che l’invecchiamento della popolazione coincide con un allungamento della vita media delle persone. Tuttavia, anche su questo primato positivo pesano le previsioni di sostenibilità della spesa sanitaria e di quella pensionistica. Già oggi, ad esempio, in una società che invecchia in maniera irreversibile mancano forme di sostegno efficaci alla non autosufficienza. In questo quadro, il rischio è quello di alimentare un conflitto strisciante tra le generazioni. Evidentemente occorre cambiare. A cominciare dal welfare: bisogna ripartire meglio la spesa sociale, progettare servizi a supporto delle donne e della famiglia, ridisegnare gli strumenti di protezione sociale per far sì che la flessibilità del mercato del lavoro non significhi precarietà nelle scelte di vita di tanti giovani. È una riforma ambiziosa, forse la più importante per il nostro futuro. Ma a questo punto non possiamo più consentirci il lusso di rimandarla. 


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Continua su Family Office n.4 - 2009
http://www.finanzaediritto.it/prodotti/abbonamento-family-office-2009-italia-211.html


 





            

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