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Intervista all’Avvocato Roberto Gerosa, Socio dello Studio Sciumé & Associati-Studio Legale e Tributario

27 Maggio 2009 - Autore: Redazione


Roberto Gerosa è avvocato e revisore dei conti.
E’ socio di “Sciumé & Associati - Studio legale e Tributario” con compiti di managing partner ed è responsabile della sede di Roma dello Studio, ove sono presenti oltre 20 professionisti - tra avvocati e commercialisti - dei circa 100 di cui è composto lo Studio nel suo insieme.
Gli ambiti di operatività professionale dell’avvocato sono quelli che maggiormente caratterizzano lo Studio, con particolare riferimento al diritto commerciale e alla contrattualistica (assistenza e consulenza nelle operazioni ordinarie e straordinarie di società di capitali e nelle connesse problematiche di natura civilistica, finanziaria, tributaria e lavoristica, anche nel più ampio contesto di ristrutturazioni e riorganizzazioni di gruppi aziendali).
L’attività professionale dell’avv. Gerosa, oltre agli enti commerciali, è rivolta anche a quelli non commerciali (fondazioni, associazioni, enti ecclesiastici), ambito nel quale Sciumè & Associati vanta, a livello nazionale, una consolidata e riconosciuta esperienza nel settore (lo studio è curatore del sito
www.nonprofitonline.it).
 

La nostra Casa Editrice è nata sei anni fa, come tentativo di risposta alle esigenze formative e informative di professionisti e imprenditori, in termini di principi di universalità e sussidiarietà, principi della tradizione spirituale e culturale italiana. In particolare, la prima domanda, la vorremmo radicare nel concetto di sussidiarietà: come noto, nella Enciclica Quadragesimo Anno, Papa Pio XI dichiarava “Siccome è illecito togliere agli individui, ciò che essi possono compiere con le forze e l’industria propria, per affidarlo alla Comunità, così è ingiusto rimettere a una maggiore e più alta società, quello che dalle minori e inferiori Comunità si può fare”, fornendo, per la prima volta, una esplicita enunciazione del principio di Sussidiarietà. A questo proposito, in che modo, tale principio si sostanzia, nell’ambito dell’Avvocatura e nella sua concreta esperienza professionale?

Innanzitutto, a mio avviso, occorre partire dalla distinzione tra soggetto e servizio: tutto ciò che non è soggetto – intendendosi come tale il vero attore all’interno della “Comunità” di cui parla Pio XI - è servizio, cioè risposta, in termini di funzionalità, alla molteplicità di esigenze che si esprimono nel soggetto e nel contesto in cui il soggetto vive ed opera.
Ma il soggetto è innanzitutto la persona (l’individuo) nell’esperienza dei suoi bisogni e neell’ampiezza di tali bisogni: il soggetto come espressione del bisogno e come espressione del tentativo di darne risposta adeguata, di agire per dare forma a tali bisogni.
La risposta ai bisogni appartiene infatti alla forza generatrice di ogni persona (di ogni adulto) e delle persone riunite tra loro, nei vari ambiti nei quali tali bisogni assumono piĂą precisa consistenza (sanitĂ , cultura, assistenza).
L’Avvocato, come persona, da un lato partecipa a questo dinamismo (non può non condividere lo schema di processo di cui abbiamo accennato), dall’altro indica gli strumenti normativi per dare forma all’operatività che nasce, nella Comunità, dalle risposte ai bisogni del soggetto e alle diverse forme che tali istanze assumono, consolidandosi ed evolvendosi nel tempo.
La sussidiarietà si sostanzia, in definitiva, condividendo la logica profonda del principio di cui abbiamo accennato, un servizio alla persona, e operando di conseguenza. Spesso, gli Avvocati sono visti come dei “santoni” che dispensano “perle”. Ciò non è affatto vero! L’Avvocatura è un mestiere, eminentemente, piegato alla realtà che tenta, non di sovrapporsi ad essa, ma di servirla e di ordinarla. Se voi, ponendo, mi chiedete di andare da lì a qui, il mio compito è farvi arrivare nel modo più corretto possibile; secondo il contesto di norme, che l’ordinamento mi consente di applicare.

Con un approccio sussidiario alla realtà, il settore “non profit”, non dovrebbe essere considerato residuale, come la locuzione “terzo settore” sembra supporre, venendo dopo i fallimenti dello Stato e del mercato, bensì come autonomo settore, dove si può esprimere la libertà del singolo e dei corpi intermedi. Uno dei mille esempi, può essere quello della Mayo Clinic che è una non profit di assoluta eccellenza ed efficienza e che si affianca ad altre istituzioni profit o statali. Che giudizio ci può dare su tali affermazioni?

In realtà il problema è ben rappresentato da questo momento storico e cioè dalla caduta del mercato come fattore assolutizzante del contesto economico: l’attuale momento di crisi dice che il mercato e le sue logiche (un sistema di rapporti economici tendenzialmente finalizzato al massimo profitto con il conseguente utilizzo di strumenti e offerta di servizi adeguati ad ottenere tali obiettivi) non sono tutto.
Il non profit, in tale contesto, esprime da un lato un corpo di soggetti (di veri e propri attori sulla scena socio-economica) e dall’altro un modo di vivere i rapporti economici.
Se il mercato non è tutto, il comparto non profit è quella presenza di realtà nel mercato che testimonia una propria dimensione economica che non è solo definita dalle regole e dalle logiche comuni. Per testimoniare questo è fondamentale che il non profit giochi interamente la sua partita nell’attuale contesto economico, senza limitazioni, vivendo la propria identità e così portando avanti una cultura che potremmo definire della persona. Ciò costringerà anche ciò che non è non profit per definizione (l’impresa) ad assicurare, nel tempo, il medesimo sistema di pensiero: avrà cioè una influenza anche nel modo di intendere l’impresa profit – impresa come servizio.
La locuzione “Terzo settore”, citata nella domanda, è intesa, molte volte, in modo residuale. Ma non è così. Collocandosi, alle sorgenti, ad esempio, della sanità, in Italia, si nota che il non profit rappresentava Il Settore. Non vi erano alternative! Il pubblico e il privato, hanno imparato molto dagli enti non commerciali di allora, i quali si prendevano cura di bisogni, di cui nessun’altro si occupava e, neppure, vedeva.

In ambito sanitario, infatti, vi sono molte realtà, soprattutto in campo clinico o riabilitativo, le quali si posizionano tra i maggiori competitori, a livello nazionale. Esse sono imprese a tutti gli effetti, impegnate a far quadrare i conti, ma, in quanto enti non commerciali, sono prive della finalità di generare un ritorno per un azionista; quest’ultimo, è colui che ha sempre reinvestito, per giungere in punti molto capillari del territorio. A questo proposito, si può pensare anche, ai servizi di pronto soccorso, nati in questo modo e diffusisi sul territorio, oltre le loro possibilità immediate.

Per questo i servizi del non profit, come nell’esempio citato, devono essere competitivi (non sussidiari come qualità).
 
...
Continua su Family Office n.3 - 2009
http://www.finanzaediritto.it/prodotti/abbonamento-family-office-2009-italia-211.html

 




            

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