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Intervista ad Angelo Saitta, esperto nelle problematiche fiscali e nella consulenza del lavoro

10 Marzo 2010 - Autore: Redazione


Svolge la professione di consulente del lavoro a Palermo. È la persona che ci può spiegare quanto e come sia cambiata in questi decenni e come potrà svolgere il suo importante ruolo, che sta diventando ogni giorno più difficile, nel mondo del lavoro futuro.


Quanto è cambiata la sua professione e la professionalità richiesta in questi anni?

Decisamente, e sotto tanti aspetti.
È aumentata e di molto l’intensità del lavoro, il carico di adempimenti da assolvere. Anzi, negli ultimi anni questo aspetto è quasi degenerato. Molto spesso ci si trova a dover cambiare in corsa la struttura degli uffici, per poter rispondere nel modo più adeguato, corretto e professionale possibile ad ogni tipo di richiesta. Diventa sempre più difficile rispettare le scadenze, perché si sovrappongono e “lievitano” le procedure da dover svolgere. E questo porta automaticamente (o almeno, così dovrebbe essere) a richiedere sempre più professionalità. Senza professionalità (anzi, alta professionalità) è impossibile oggi poter svolgere questo lavoro.


Quali sono le nuove difficoltà del mercato e quali quelle di un consulente?

In tutta sincerità, il lavoro sta diventando ogni giorno più difficile.
Il mercato ha subito una forte flessione negli anni precedenti, e questo si è inevitabilmente riflettuto, immediatamente, sui rapporti di lavoro e sul rapporto tra aziende ed enti. Negli ultimi anni gli adempimenti si sono quadruplicati sia per le aziende che per i consulenti. Appesantendo notevolmente le strutture e soprattutto non rendendo semplice l’approfondimento e la riflessione sulle norme che, quotidianamente, escono.
Diciamo che se prima si poteva ragionare in termini di dibattito, ora si è sempre più spesso costretti a rincorrere le cose.
Il mercato ha recepito il “nuovo” lavoro forse in modo non del tutto ortodosso, e comunque puntando sicuramente più alla quantità che alla qualità e all’ottimizzazione sia delle risorse economiche che di quelle umane. Investimenti seri sui giovani ne sono stati fatti pochi, soprattutto nei termini di crescita interna alle aziende, ma questo deriva sicuramente dalla pesantezza dei costi della forza lavoro che non permetto “investimenti costanti”. Almeno non per tutti.


Quali le vertenze su cui vi confrontate maggiormente in questi anni?

Senza dubbio quelle legate al rapporto individuale fra lavoratore e datore di lavoro ed in particolare quelle legate ai Contratti a Progetto, ai licenziamenti e talvolta all’apprendistato. È indubbio che l’avvento dei Co. Co Co e, successivamente, dei Co.pro abbia incrementato notevolmente il numero di vertenze ma questo è sicuramente sotto gli occhi di tutti.


Quali sono le richieste più urgenti da parte dei lavoratori e da parte della classe imprenditoriale?

Indubbiamente, la richiesta più urgente e più pressante da parte i lavoratori è la stabilità lavorativa. Il confine, spesso molto sottile, tra flessibilità e precarietà ha posto all’ordine del giorno la necessità di una stabilità sia lavorativa che economica, vista anche la difficoltosa situazione economica generale. Gli imprenditori, invece, chiedono quello che da tantissimo tempo auspicano, spesso disattesi: minor costo del lavoro, maggior snellezza nell’attività imprenditoriale, minor pressione burocratica (e ce n’è tantissima ), maggior chiarezza e linearità nei rapporti con enti e istituti e soprattutto minor peso non solo fiscale, ma anche economico dovuto alle tante forme di contribuzione e di iscrizione alle quali sono obbligati.


Come e perché si diventa consulente del lavoro?

Un po’ per tradizione, un po’ per interesse. Non è un lavoro semplice, per nulla, richiede tantissima dedizione, quotidiana: è un lavoro che assorbe sette giorni su sette e diventa ogni giorno più complicato. Quindi la domanda interessante sarebbe “perché si continua a fare i consulenti del lavoro?”. Per passione. Per amore della propria professione.


 




            

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