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Intervista a Philippe Latimier Du Clésieux, esperto dei mercati finanziari, consulente internazionale e professore nelle migliori universitŕ francesi

15 Aprile 2010 - Autore: Redazione


Qual è la sua idea rispetto alla situazione economica in Francia?

Sul piano macroeconomico, con un debito abissale di 1327 miliardi di euro alla fine del 2008, ossia 21000 euro per ogni francese, l’equivalente di 48000 euro per attivo e di interessi per 2000 euro all’anno, non si può certo far festa e brindare a Champagne!
Le nostre politiche parlano da sole, i deficit in Francia hanno raggiunto dei livelli che possono compromettere la sopravvivenza dei nostri sistemi economici nel caso in cui non riuscissimo a gestirli.
Ricordiamo, a questo proposito, che il deficit budgetario a fine 2009 si aggirava intorno ai 130 miliardi di euro.
Per dirla altrimenti, considerate che un euro su tre speso dallo Stato francese viene finanziato dal prestito, cosa che viene notoriamente considerata insostenibile soprattutto alla Corte dei Conti. Il dibattito imperversa quindi in Francia poiché la crescita francese, il cui ritmo medio si aggira intorno al 2,2% dal 1973, non sarà sufficiente a riassorbire il debito.
La crisi fa quindi dei danni nelle finanze pubbliche con, alla base, l’abbattimento delle entrate e il vertiginoso aumento della spesa. Il risultato è la crescita del debito che, conseguentemente, andrà a pesare sulle generazioni future. Difficile quindi, rallegrarsi in queste condizioni. E’ giunta invece l’ora di allertarsi. Tuttavia, non si parla di sospendere i piani di rilancio, qualunque sia  l’impatto sui deficit pubblici. Non si parla neanche di fossilizzarsi su nuove misure di sostegno all’economia come per esempio il “grande prestito” promesso dal presidente Sarkozy nel 2009 che sarà realizzato quest’anno e il cui obiettivo, lo sappiamo, è di finanziare degli investimenti dotati di una redditività finanziaria e socio-economica chiaramente temuta, soprattutto nel quadro della green economy, delle biotecnologie, del cablaggio a banda larga.
Ovviamente la Francia, di fronte alla crisi, non fa eccezione su scala europea. Il debito pubblico dei paesi industrializzati del G20 rappresenta quasi l’80% in media del prodotto interno lordo. Con questo ritmo, si potrebbe arrivare al 114% nel 2014, secondo un recente rapporto del FMI, ossia più di un anno di attività: una cosa mai vista, anche per gli esperti! In compenso, la situazione dei paesi emergenti membri del G20 come la Cina … il Brasile rischia di essere migliore con un debito pubblico di solo il 35%, ossia 3 volte meno che da noi! Inoltre, non possiamo permetterci di nasconderci dietro ad un dito ancora per molto: i recenti avvenimenti in Grecia costituiscono un serio segnale di allarme per le economie europee. Ed anche la crisi economica che infierisce ancor più duramente che da noi, in Spagna e in Portogallo.


Italie-France.com è uno strumento propositivo forte, di un genere nuovo: che cosa suggerisce per uscire dalla crisi?

Il momento è ormai giunto. Di fronte alla recessione, all’affondamento dell’attività, all’esplosione della disoccupazione, non è irragionevole immaginare che un giorno gli investitiori istituzionali e privati possano interrogarsi sulla qualità della firma della Francia, come è successo di recente per la Gran Bretagna e, naturalmente per i paesi in forte crisi.
Ricordiamoci peraltro di Dubai e delle delusioni che ha trascinato con sé.
Chi l’avrebbe mai pensato solo pochi anni fa?
Inoltre, siamo tra coloro che pensano che il ritorno alla crescita economica e forse anche il ritorno al pieno impiego in Francia così come in Europa non avverrà in assenza di una politica di “grandi opere”.
La causa sembra evidente: il nostro sistema economico liberale, anche se meritevole, non è in grado, da solo, di accompagnare la ripresa e lo sviluppo economico senza risparmiare allo stato degli interventi pesanti centrati sull’attività.
Ansiosi di realizzare il pieno impiego e di assicurare il massimo dello sviluppo economico, i governi si sono di fatto situati nel cuore stesso del fenomeno di sostegno forzato all’economia.
Se è vero che il risanamento finanziario è stato trattato con prontezza su scala europea, anche se ha comunque creato le condizioni di crisi economica che ben conosciamo, non si può negare che sul fronte dei “grandi cantieri di infrastrutture e di equipaggiamento”, l’Europa si è globalmente assopita.
Tuttavia, di fronte all’inefficacia di una strategia di sviluppo che promuove l’industrializzazione tramite le esportazioni, è ormai impossibile sfuggire alla necessità di un rilancio tramite l’avvio di grandi lavori di infrastrutture all’interno delle nostre frontiere.
E piĂą si aspetterĂ  a realizzarla, piĂą gli effetti della crisi attuale, con la sua contropartita di distruzione delle attivitĂ , saranno temibili.
Il miglior modo di assicurare il pieno impiego è quello di realizzare una politica generale che assicuri la crescita, una crescita la cui forza sia compatibile e proporzionata con le possibilità dei vari paesi e delle diverse zone geografiche.
Le grandi opere come l’investimento sono allo stesso tempo un fattore determinante della crescita economica ed un fattore determinato dalla crescita economica.
E’ quindi giunta l’ora di un finanziamento di grandi programmi di investimento sia privati che pubblici!
Vogliamo parlare qui di grandi progetti di infrastrutture in Europa, da noi, e non più finanziati dall’altra parte del mondo.
La struttura attuale dei tassi di interesse, ovunque in Europa, ci invita a questa operazione.
E questo, anche considerando l’esperienza delle grandi banche francesi ed europee nel settore del finanziamento di grandi progetti.
Errori dei mercati, perversione del “genoma teorico” della finanza e carenze della regolamentazione hanno rischiato di generare un dissesto  del sistema finanziario.
Oltre ad una rifusione profonda di quest’ultimo, sarebbe secondo noi auspicabile un ritorno alle attività bancarie convenzionali in modo da curare il sistema e permettere il progressivo ritorno al pieno impiego e alla crescita duratura.


Quale sostegno si aspetta da parte delle grandi banche?

La Francia dispone di diverse carte vincenti per affrontare la sfida della crisi.
Le sue banche dovranno tuttavia aiutare il paese a “trasformare questo tentativo”.
Le grandi banche francesi sono sempre state molto attive nelle attività legate al finanziamento di grandi progetti e soprattutto all’estero, anche se gli utlimi decenni hanno segnato uno sviluppo del settore bancario in maniera maggioritaria intorno ad attività di mercato, oggi molto contestate.  E’ giunto il momento del grande ritorno all’internediazione bancaria intorno ai grandi progetti europei, che fungano da catalizzatori e da creatori di valore e di ricchezza azionaria  e soprattutto nell’ambito delle energie rinnovabili!
Invece di immaginarsi un mondo senza crescita o cedere al catastrofismo illuminato, osiamo dire qui che la crisi attuale, finanziaria, economica, ambientale e sociale, che colpisce l’Europa con una disoccupazione a più del 10%, può essere rapidamente arginata grazie ad un vero coordinamento europeo organizzato intorno ad una politica di grandi opere: un “New Deal” europeo!
La possibile fine, anche, della rottura tra la sfera finanziaria e la sfera reale?
L’avrete capito, la posta in gioco di questo “New Deal” alla francese è doppia: si tratta prima di tutto di creare le condizioni di un elettroshock economico tramite uno slancio nazionale in cui si fonderanno capitali pubblici e privati, ed allo stesso tempo di rilanciare la macchina andando a cercare dei punti di crescita all’interno delle nostre frontiere.
E questo al di là delle lotte politiche spesso sterili che non vogliamo si oppongano alla fine all’idea  di dotare la Francia di nuove infrastrutture che la renderanno fiera e che contribuiranno al suo rinnovamento sulla scacchiera mondiale.
La Francia ha giudicato opportuno ed auspicabile dotarsi recentemente di un Fondo di investimento Strategico come quelli di Medio Oriente, Cina o Singapore: che faccia quindi uso di questo strumento e che lo usi consapevolmente come i “bracci della leva” usufruendo di capitali privati e fondi pubblici in modo da finanziare dei grandi progetti come quelli che sognava Ferdinand de Lesseps, a suo tempo!

 




            

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