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Intervista a Paolo Giuggioli, Presidente Ordine Avvocati di Milano

19 Maggio 2009 - Autore: Redazione


Lei è dal 1996 presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Milano. Come è cambiata la professione dell’avvocato in generale, e dell’avvocato milanese in particolare, in questo periodo?

Dal 1996 ad oggi il numero degli avvocati è raddoppiato, siamo passati da 8mila a 15mila e, in una città come Milano con circa 1.350.000 abitanti, è un numero troppo elevato. Si evince quindi che la modalità con la quale oggi si accede alla professione deve essere obbligatoriamente modificata.
In Italia contiamo,sino all’anno scorso, circa 30mila praticanti che sostengono l’esame e di questi circa il 50%-60% supera la prova quindi mediamente si può arrivare dai 15mila ai 20mila neoavvocati all’anno, considerando che parliamo di un Paese dove ve ne sono già 260mila, la situazione diviene insostenibile.
Il primo passo di riforma è stato fatto nel tentativo di modificare la nostra legge professionale, introducendo un sistema di accesso più serio ove venga richiesta una preparazione diversa e più approfondita rispetto a quella attuale.
Già nel 1997, anno in cui venne abolita la figura del procuratore legale, il numero di avvocati era elevato, aggirandosi intorno ai 120mila, oggi ne contiamo 260mila che crescono continuamente mentre il numero delle pratiche non è proporzionale al loro numero e questo crea delle difficoltà per tutta l’avvocatura.
La situazione è pertanto grave e la riforma della professione potrebbe essere la soluzione a questo stato di cose.

Quali sono le principali riforme e innovazioni effettuate e ancora da effettuare?

La principale riforma che ha visto quest’anno protagonista l’avvocatura italiana è senza dubbio la nuova legge professionale in cui sono stati specificati i procedimenti disciplinari applicabili per modificare radicalmente la situazione attuale.
L’accesso alla professione verrebbe regolato attraverso le seguenti modalità:
- Test informatico d’ingresso per accedere al tirocinio biennale,
- Un tirocinio di 2 anni dove il giovane deve lavorare presso uno studio legale e, contemporaneamente, frequentare 250 ore di lezioni di scuola forense,
- Preselezione informatica per accedere alle prove d’esame.
- Quindi potrà sostenere l’esame finale che sarà strutturato in 1 prova scritta e in una prova orale. Non sarà più consentito l’uso di codici commentati.
Questa è la nuova formula.

In che modo la funzione di equilibrio della professione forense può dare un contributo in questa fase di crisi economica?

Questa crisi è decisamente globale, coinvolge senza dubbio tutto il mondo dell’avvocatura. Peraltro il numero crescente di avvocati non aiuta, senza dimenticare che sino a pochi anni fa l’avvocato aveva la possibilità di fare molte più pratiche, ad esempio quelle dei sinistri stradali; i giovani avvocati iniziavano la loro attività con queste piccole cause: oggi, con l’indennizzo diretto, questo tipo di causa non viene più trattata e molti di coloro che si dedicavano al sinistro debbono assumere altre competenze invadendo quindi nuovi campi in cui prima non facevano pratiche.
Va considerato inoltre che in Italia, per quanto concerne la consulenza, esitono molte figure professionali che svolgono questioni di carattere simile rispetto a quelle svolte dagli avvocati, come i commercialisti, i consulenti tributari, e altri ancora.
Il contributo che l’avvocatura può dare, dunque, è quella che ogni singolo cittadino può dare: impegno, dedizione, positività.
 

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Continua su Family Office n.2 - 2009
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