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Intervista a Padre Antonio Grugni, Missionario Pime e Medico in India

15 Settembre 2009 - Autore: Redazione


Lei è missionario Pime e Medico in India. Ci può illustrare il percorso che l’ha portata a svolgere questa attività di grande umanità e dedizione?

Mi sono laureato in Medicina, nel 1966, all’Università di Milano. Ho svolto l’attività di ufficiale medico, durante il servizio militare; mi sono, poi, specializzato in Cardiologia, presso l’Università di Torino. Per otto anni ho operato come Cardiologo all’Ospedale di Legnano.
Nel corso di quegli anni, oltre agli studi medici ed al lavoro, maturai anche un’esperienza di fede, dovuta, in parte, alla frequentazione della mia parrocchia, dei sacerdoti e di alcuni missionari invitati a parlare, quando ero ancora adolescente. I medici missionari, in particolare, mi colpirono e ispirarono molto. In seguito, mi avvicinai anche al movimento di Comunione e Liberazione, con l’aiuto di Don Giacomo Martinelli, che ci fece visita all’oratorio. Conobbi Don Giussani e Roberto Formigoni, allora studente universitario. All’epoca ero molto ben predisposto nei confronti di nuove esperienze.
Tuttavia, il periodo non durò a lungo, poiché, desideroso di entrare in missione, contattai il Pime. All’Istituto conobbi alcuni sacerdoti e, all’età di 35 anni, mi trovai di fronte ad una importante decisione. Essi mi comunicarono di essere stati destinati all’India e mi invitarono a seguirli nella nuova avventura. Inizialmente mi trovai in difficoltà nel rispondere, poiché possedevo un lavoro, una carriera e una famiglia; poi, mi convinsi che quella era la Chiamata, la grande opportunità. Diedi le dimissioni, avvisai i parenti e parti per l’India. Per alcuni anni, lavorai come laico associato al Pime, nel Sud dell’India. Operavo in qualità di medico nei distretti circostanti, nei villaggi e in città, attraverso attività caritative e di aiuto.
Dopo 6 anni, all’età di 41 anni, sentivo crescere in me, sempre più, l’altro grande desiderio, ovvero il sacerdozio. La vita in India, nei villaggi, mi rendeva entusiasta; era tutto per me. Confidai la mia aspirazione ai superiori ed essi mi mandarono a Pune, città vicino a Bombay, sede di una facoltà Teologica gesuita. Lì terminai gli studi teologici e nel 1989 venni ordinato sacerdote.


Quali sono le esperienze, per lei piĂą significative, che realizzano la sua vocazione di missionario Pime e medico in India?
 

Ho vissuto 20 anni a Bombay, lavorando tra i baraccati della città, soprattutto nel campo della lebbra. Quando arrivai in India, questa malattia rappresentava ancora un gravissimo problema. In quanto medico, mi misi subito in contatto con un altro sacerdote del Pime, che aveva creato un’organizzazione per la cura della lebbra e avviai con lui una collaborazione nel trattamento e nella riabilitazione dei lebbrosi, nelle baraccopoli di Bombay. Fu un’esperienza molto forte e toccante.
Con il trascorrere degli anni, ulteriori problemi sono emersi, tra i quali, l’AIDS e la tubercolosi.

5/6 anni fa, fui trasferito da Bombay, di nuovo nel Sud India, non lontano dalla città in cui lavorai all’inizio. Lì continuai a dedicarmi al problema della lebbra, della tubercolosi, ai sieropositivi e ai bambini più poveri. Oltre ad un’attività sociale, svolsi anche attività più strettamente pastorali: alla diocesi di Bombay fui coinvolto nella pastorale della famiglia, per 20 anni ho fatto consulenza matrimoniale. Ho svolto anche il ruolo di parroco, per 7 anni, presso una parrocchia del Pime, sempre a Bombay.
Infine, mi sono cimentato anche nella scrittura, realizzando libri nel campo dell’educazione dei giovani, della preparazione al matrimonio, dell’educazione sessuale degli adolescenti, della regolazione delle nascite e della consulenza giovanile. Ho scritto cinque libri editi dalle Edizioni Paoline.


Il titolo del suo ultimo libro “Il Vangelo della Rosa” (pubblicato dalla nostra casa editrice), si riferisce ad una espressione del Mahatma Gandhi, riguardante l’attività di evangelizzazione dei cristiani in India. Ce la può commentare? Quali sono gli aspetti fondamentali, che ha avuto modo di analizzare nel suo testo?

Personalmente, considero “Il Vangelo della Rosa“ come il frutto della mia maturità; non vi tratto più il tema educativo, bensì rifletto sulla mia esperienza di missionario. 33 anni di vita in India, sullo sfondo degli insegnamenti della Chiesa, (Encicliche Missionarie, Sinodo dell’Asia e riflessione dei Teologi Asiatici) e di concrete vicende, vissute in prima persona. Tra queste, annovero anche l’insegnamento: per 8 anni, ho tenuto un corso di una settimana nell’isola di Mindanao, nelle Filippine, popolata da musulmani e cattolici e teatro di forti tensioni. Nella capitale, presso un istituto del Pime, denominato Euntes, organizzavo lezioni per missionari asiatici, sul particolare tema della missione come testimonianza: in che modo un professionista poteva testimoniare il Vangelo, attraverso la propria dedizione al paziente.
Gli anni dedicati all’insegnamento a religiosi di tutta l’Asia, mi consentirono di raccogliere appunti e note per gli studenti. Alcune persone, incluso il Vescovo, mi incoraggiarono, poi, a trascriverle in maniera più sistematica, al fine di poter essere utili anche ad altri. Da qui, l’ispirazione per il libro. Esso racchiude parte della mia esperienza, dei miei valori, studi e anche i nomi dei miei pazienti. Vi sono storie di vita, estremamente toccanti. La testimonianza del Cristianesimo con la vita, possiede una tremenda forza evangelizzante.

Noi ci proponiamo alla gente, senza il bisogno di far vedere una croce. In India, i fondamentalisti indù, osservano molto le azioni dei Cristiani. Sono nati partiti e gruppi politici contrari alle proclamazioni in mezzo alla gente. Ciononostante, un’evangelizzazione come quella di Cristo è possibile: attraverso l’amore, la compassione e la vicinanza alla gente.
Per quanto riguarda il titolo del libro, vi chiederete perché il “Vangelo della Rosa ”. Non si tratta di una mia invenzione, è una frase estrapolata da un discorso del Mahatma Gandhi. Nel ’37, prima dell’indipendenza dell’India, avvenuta dieci anni dopo, gli fu chiesto quale sarebbe stato il futuro ruolo dei Cristiani, i quali, sotto la protezione della potenza coloniale, potevano muoversi in tutta libertà. Egli rispose “Vorrei che la vita di voi cristiani ci parlasse nel modo in cui lo fa la rosa, che non ha bisogno di parole ma semplicemente diffonde il proprio profumo. Anche un cieco, che non vede la rosa, ne percepisce la fragranza. E’ questo il segreto del vangelo della rosa. La vita di voi cristiani diffonda il profumo del messaggio di Cristo. Questo è per me il solo criterio di giudizio: mettete in pratica il vangelo invece di fare lunghi discorsi su ciò che voi credete. Sono giunto a questa conclusione dopo una faticosa ricerca e molta preghiera”. Il concetto è quello di vivere ciò che si crede, in modo che la gente lo veda e percepisca. Il libro elenca diversi aspetti e i punti fondamentali di ciò che la Chiesa sostiene in merito.
La Chiesa è il Regno di Dio. Gesù venne a proclamare il Regno di Dio, di cui fanno parte tutti, anche musulmani e indù, i quali hanno vissuto la loro fede con totale coscienza, senza, però, aver potuto conoscere il Cristo veramente. Il Concilio Vaticano II dice “Saranno salvati nel mistero pasquale”. Prima del Vaticano II, predominava un’eccessiva enfasi sulla Chiesa: senza il suo tramite, il Regno di Dio era precluso. “Extra Ecclesiam, nulla salus”, fuori dalla Chiesa non c’è salvezza. La Teologia della missione era questa! Successivamente si affermò che la salvezza era possibile anche ai non Cristiani, i quali non si erano convertiti per motivi seri e non per rifiuto.
Tale mutamento di prospettiva, ha mandato in crisi molti missionari, in particolare quelli più vecchi, abituati ad “andare a salvare le anime”. Precedente scopo dell’evangelizzazione era stabilire la Chiesa, Implantatio Ecclesiae. Vigeva un costante bisogno di costruire, edificare strutture visibili, in modo tale che la gente potesse venire a convertirsi, farsi battezzare e salvarsi! A seguito del Vaticano II, la riflessione sul Regno di Dio si è evoluta e la Chiesa è divenuta strumento. Le Costituzioni Lumen Gentium (5) e Gaudium et Spes (1), affermano che “La Chiesa è strumento e serva del Regno”. “Regno” è il Regno di Dio. Egli vi chiama tutti i suoi figli, nessuno escluso. La Chiesa diviene strumento privilegiato, per guidare verso il Regno. Chi è onesto e in coscienza, cammina in una sola direzione, alla ricerca di Dio.
Prima del Concilio, soggetto privilegiato dell’evangelizzazione, erano gli istituti missionari o il missionario. Il Vaticano II si oppone a tale visione, e propone un nuovo protagonista, il Popolo di Dio. La Chiesa locale e i missionari non hanno più il compito di evangelizzare, ma di recarsi nel paese di missione o dal Vescovo, per ascoltare e proporre idee. In passato, i missionari formavano le Diocesi e diventavano anche Vescovi; adesso, vi sono una Chiesa locale, un clero locale e Vescovi locali. Noi siamo collaboratori nella missione, nella Chiesa locale! Si tratta di un notevole cambiamento; prima gli attori eravamo noi.


Come giudica il contributo di Papa Benedetto XVI, a tale proposito?
 

Mi ha fatto molto piacere leggere la sua prima Enciclica “Deus Caritas Est”. Nella piccola versione in italiano del “Vangelo della Rosa”, ho inserito alcune citazioni del Papa, tratte da questa Enciclica, le quali confermano tante mie osservazioni.
Ratzinger è Papa da 4 anni, l’impatto è ancora recente. Giovanni Paolo II è stato Papa per più di 20 anni. Ha avuto a disposizione molto più tempo per esprimersi. Per tale ragione non sono in grado di manifestare un giudizio. Rispetto e stimo Papa Benedetto XVI. Non so quanti progetti potrà realizzare, nel corso della sua missione. Questi anni non sono certo facili. Il suo compito è estremamente arduo e delicato: deve parlare, redigere discorsi, correggerli, su ogni argomento dello scibile umano, egli deve fornire un giudizio! Ha poco tempo per altro; del resto, egli fa, semplicemente, il suo dovere.
   

Giovanni Paolo II venne mai in India?

Si, venne a Nuova Deli, in occasione della proclamazione dell’Ecclesia in Asia, nel 1999. A seguito del Sinodo d’Asia. Al termine di questo, il Papa redige sempre una sintesi dei lavori, di ciò che i Vescovi hanno detto. In quell’occasione, promulgò un documento, intitolato “Ecclesia in Asia”, la Chiesa in Asia, a cui faccio riferimento nel mio testo. Egli venne in India a proclamare la Chiesa, causando molta rabbia, negli ambienti indù fondamentalisti.

La posizione di Giovanni Paolo II in merito, è ben nota. Egli la rivela nella propria Enciclica “Redemptoris Missio”. Forse preoccupato da certe tendenze sincretistiche, sul fatto che tutti potessero salvarsi, ribadisce l’unicità di Cristo. L’Enciclica afferma “Gesù Cristo, l’unico e il Salvatore”. Tale dichiarazione ripropose tutta l’inesperienza precedente!
Personalmente, ho letto un bell’articolo, a commento di questa Enciclica, scritto da Padre Neuner, il più vecchio perito del Concilio ancora vivente, di origini olandesi. Egli elabora un’analisi molto chiara e onesta, sul cambio di prospettiva fornito dall’Enciclica. In questi casi, occorre essere critici nei giudizi; la critica nasce dall’amore non dalla volontà di distruggere l’autorità del Papa!
Al giorno d’oggi, esiste un grande numero di teologi, che ha compiuto i propri studi a Roma e vive in ambiente asiatico. Essi teologizzano e riflettono, in merito al vissuto della gente asiatica. Lo stesso Padre Amaladoss, uno degli esponenti di questa nuova teologia della missione asiatica indiana, che ha recensito il mio libro, scrive sulla rivista di informazione cattolica “The New Leader”: “Questo libro è una interessante e attraente combinazione di esperienza personale dell’autore e riflessione teologica, nutrita e giustificata dai documenti sia dalla Chiesa universale che asiatica e dalle riflessioni dei teologi asiatici. Il tutto è illustrato da storie vere di vita. L’autore, sacerdote e medico, racconta la storia di Gesù, nelle storie della sua vita, e in quelle dei suoi molti pazienti, completando la narrazione con riflessioni sistematiche. Questa è teologia in azione. E’ ammirabile la sua dedizione ai pazienti e al Vangelo, combinata con l’apertura alle nuove prospettive teologiche della missione”. Mi ha colpito la frase “Questa è teologia in azione”, il conoscere Dio non da un libro, ma nell’azione della vita.


Ci può illustrare in cosa consiste il Sarva Prema, Centro di riabilitazione da lei fondato in India?

Da 5 anni, forte della mia esperienza di medico, ho avviato un progetto per la cura e la riabilitazione socioeconomica di pazienti affetti da lebbra, tubercolosi, Aids e di bambini poveri, orfani o handicappati, denominato, appunto, Sarva Prema (da “Sarva”, per tutti e “Prema” amore). Operiamo in un piccolo edificio che la Diocesi ci offre gratuitamente. Non siamo una società diocesana, nel senso che il Vescovo non è il capo.
Prima di iniziare il progetto, parlai con il Vescovo e gli chiesi di lasciarmi tentare un’esperienza di evangelizzazione. Ogni anno gli sottopongo il nostro Annual Report, rapporto annuale di tutte le attività che svolgiamo. L’autorizzazione vescovile è tacita, non è subordinata ad atti di nessun genere. Inoltre, io ho offerto lavoro a 12 persone che la Diocesi voleva licenziare. In generale, si tratta di un’attività molto ben riconosciuta dalle autorità. Noi lavoriamo con il Governo, siamo strettamente collegati con le autorità sanitarie, per la tubercolosi e la lebbra. In città siamo gli unici che lavorano nel campo della lebbra. Il Governo non agisce, vuole solo statistiche. Stesso discorso per la tubercolosi.
Fortunatamente, lo stesso Governo indiano, inizierà, fra poco, a finanziarci, per il lavoro con i pazienti tubercolosi. Seguire la loro terapia è fondamentale. La supervisione deve durare 6/8 mesi. Nei primi 2 mesi, 3 volte alla settimana, occorre controllare che il paziente assuma le pastiglie e beva un sorso d’acqua; il mancato completamento delle cure, lo rende resistente ai farmaci. Si tratta di un lavoro capillare, svolto, in gran parte, da noi. Tra i numerosi contribuenti al progetto, annovero, innanzitutto, la Regione Lombardia: tramite un amico, segretario di Roberto Formigoni, seppi della presenza di fondi. Da 3 anni, la Regione ci offre un contributo molto buono. Tra poco, si unirà anche l’Assessorato lombardo alla Sanità, interessato ai dati che possiamo raccogliere, soprattutto sulla tubercolosi. Per quanto riguarda i farmaci, essi sono gratuiti. In India, il Governo fornisce gratuitamente, le cure antitubercolari, per la lebbra e anche i farmaci antiretrovirali, per i sieropositivi. L’attività medica riguarda, soprattutto, l’assicurazione della cosiddetta “Compliance”, ovvero che la cura iniziata venga finita. Questa è la cosa più difficile. La scatola con 6 mesi di cure viene distribuita, ma, gli impiegati del Governo non seguono capillarmente i malati.
La lebbra non causa morte, bensì deformazione; la tubercolosi è, invece, mortale. Nel caso in cui la cura non venga seguita regolarmente, il paziente diviene resistente ai farmaci, muore e diffonde una tubercolosi incurabile. Questo è uno dei nuovi problemi cui ci troviamo di fronte. Vi sono malati che, fin dall’inizio, non rispondono alle terapie, infettatisi da persone che non hanno rispettato, a pieno, la cura. In questi casi, ci troviamo disarmati. Bisogna isolare il microbo, coltivarlo in laboratorio e individuare l’antibiotico: l’intero processo è molto costoso. La nostra principale preoccupazione, è che, ciò che il Governo fornisce gratuitamente, giunga a coloro che ne hanno bisogno. La maggior parte della popolazione è povera, con tanti problemi. Molti sono analfabeti, vivono in capanne, magari solo con degli stracci, senza cibo. Occorre fare visita a ciascuno e assicurarsi dell’assunzione delle medicine. Nella fase acuta della tubercolosi, forniamo un supplemento di cibo ai pazienti, finché non recuperano le forze. Il nostro atteggiamento amichevole, risulta vincente, poiché la gente non ci vede solo come degli infermieri, ma come amici, che si preoccupano per loro!


Quali sono gli altri progetti che intendete promuovere?

Innanzitutto le adozioni a distanza dei bambini, le cui famiglie ricevono una piccola cifra ogni mese. Attualmente, vi sono piĂą di 107 famiglie italiane, impegnate annualmente nel contributo.
Inoltre, abbiamo anche avviato progetti di microcredito. Forniamo alla gente dei soldi o, ad esempio, una macchina da cucire, per poter iniziare una vendita. Nel momento in cui essa consente di guadagnare, le persone restituiscono una cifra pari al costo del mezzo loro fornito. Vi sono anche modalità di pensione agli anziani. Noi non chiediamo interessi. Operiamo soprattutto per i lebbrosi e tubercolosi, a livello individuale. Non è sufficiente guarire, per poi ripiombare nella miseria! Occorre offrire la possibilità di una prospettiva di vita diversa, con bambini che studiano. Solo con l’alfabetizzazione, essi possono sperare in un futuro.

Nel momento in cui le persone percepiscono che noi condividiamo i loro bisogni e abbiamo buone intenzioni, automaticamente diventiamo loro amici. Personalmente, conservo bellissime esperienze, sulla straordinaria capacità di intuizione dei poveri. Racconto un aneddoto: una domenica sera, stavano finendo di costruire una casetta per una povera donna con 4 figli, vedova del marito, morto in un incidente ferroviario. La piccola abitazione era quasi terminata, così decisi di andarla a vedere. Giunto sul posto, in mezzo alla folla, sentì un indiano che diceva ad un altro “Ma cosa stanno facendo?” e l’altro rispondeva “Stanno facendo il lavoro di Dio”. Questa affermazione mi colpì moltissimo. Poi, mentre me ne stavo andando via, mi accorsi che una fila di gente mi seguiva. La prima, una donna anziana, si coprì con il sari e si mise la mano destra sulla testa. Uno per uno, tutti gli altri la imitarono. Un simile segno è estremamente chiaro. La gente aveva capito che venivamo nel nome di Dio. Tra quelle persone non c’era un solo cristiano; erano tutti indù o musulmani. Questo per dire che, a volte, la gente povera e analfabeta, coglie cose che noi non coglieremmo mai e che il Regno di Dio è dovunque, in mezzo a noi. In quel momento, mi sono sentito un vero sacerdote cattolico!
Io ritengo che un prete non sia un impiegato della Chiesa cattolica, ma sia ordinato per il mondo, con il compito di testimoniare Dio e Cristo. Molte volte, i religiosi si occupano solo della Diocesi di cui fanno parte, senza curarsi del mondo esterno. Anche in India, predomina una bassissima coscienza dell’evangelizzazione. Mi è capitato di parlare con sacerdoti indiani, completamente estranei alla situazione di estrema povertà della popolazione indiana.


Esiste ancora la cosiddetta Casta degli Intoccabili?

Giuridicamente no, di fatto si. All’interno dei villaggi vivono le persone della casta. All’esterno, i fuori casta, i quali non sono autorizzati ad attraversare le zone abitate, ne a servirsi dell’acqua del pozzo. Oggi come oggi, si assiste ancora ad episodi del genere. Noi non facciamo alcuna distinzione di casta. Personalmente, ho curato dai Vescovi ai poveri nelle baraccopoli. La lebbra può colpire chiunque! Naturalmente, la maggior parte del lavoro riguarda i poveri. I ricchi sono in grado di curarsi presso un ospedale privato.


In tutti questi anni di operato, ha notato profondi mutamenti in India?

Ho osservato un miglioramento, soprattutto a livello educativo. Il Governo fa enormi sforzi, per spingere la gioventù a studiare: sono state introdotte numerose facilitazioni, rivolte, in particolar modo, alle caste più basse. Le tasse scolastiche sono state, ad esempio, abolite e l’educazione delle bambine è gratuita fino alla Classe decima.
Altro elemento da sottolineare, è la grande capacità degli indiani, in campo informatico. Essi riescono molto bene e sono sparsi in tutto il mondo. In India, lo sviluppo industriale è avvenuto, la classe media cresce, nonostante il 40/45% della popolazione viva ancora sotto la soglia di povertà.


Come giudica le affermazioni del Papa in Africa sull’Aids e in che modo può essere affrontata questa malattia?

Il Papa ha parlato in Africa, esprimendo la posizione tradizionale della Chiesa. Non ha detto niente di nuovo! Egli non poteva affermare diversamente, altrimenti sarebbe risultato incoerente.
Il flagello dell’Aids è enorme; si tratta, innanzitutto, di un problema educativo. L’Aids si può prevenire solo con una piena conoscenza del virus. Le modalità di trasmissione sono, in gran parte, di natura sessuale. L’unica possibilità è evitare comportamenti a rischio, poiché, una volta infettati, non si guarisce più. I nuovi farmaci sono in grado di controllare il virus per qualche tempo, ma non rappresentano una cura. Non esiste un vero vaccino. La regione dove lavoro io è un disastro. Molto spesso, vi sono giovani famiglie, completamente distrutte. Di solito, l’uomo si infetta per primo. La malattia non si manifesta subito, occorrono alcuni anni, prima che compaiano i sintomi. Nel frattempo, il giovane si sposa, fa uno o due figli e infetta la moglie. Alcune volte anche i figli sono sieropositivi. Altre volte solo i genitori sono malati. Prima o poi essi muoiono e i bambini restano orfani.


In che modo è possibile rinnovare l’evangelizzazione in India e come reputa, da questo punto di vista, la situazione indiana?

Nell’ultimo capitolo del mio libro, discuto tre priorità, per rinnovare l’evangelizzazione in India. La prima cosa da applicare, secondo me, è un ritorno alla semplicità e alla metodologia di Gesù. Occorre tornare a Gesù. All’interno della Chiesa, la gente ha sempre aspirato a Gesù; nonostante ciò, nella vita ecclesiale si sono accumulate molte cose. I Vescovi, ad esempio, sono diventati amministratori, anche in India. Essi non fanno che amministrare istituti, scuole, ospedali, hanno enormi “giri”di soldi. La sensibilità ad altre cose non c’è.
Ultimamente, grazie alla pubblicazione del libro, mi viene chiesto di parlare di evangelizzazione. In 33 anni, ho partecipato a numerosi incontri del clero, a Bombay, nel corso dei quali non si è mai affrontato questo tema. Personalmente, l’ho proposto molte volte, ma vi sono sempre stati altri problemi “più urgenti” da discutere! Non c’è una tensione verso questo argomento. Ogni tanto, qualche prete si interroga sulla propria missione. Noi religiosi abbiamo tutto, siamo protetti; ma, cosa predichiamo alla gente? In che modo siamo incisivi? A volte, ho l’impressione di appartenere alla “casta sacerdotale”, una casta protetta, al di sopra delle altre! Nelle parrocchie, ci si preoccupa solo dei fedeli che vengono a Messa. Si predica solamente ai presenti e gli altri? Non c’è anelito, non si ha la più pallida idea di come avvicinare il mondo moderno. Non si discute di coloro che non vengono in Chiesa, neanche con la gerarchia. Tale situazione si osserva anche in India. Unico elemento differente sono le vocazioni: ce ne sono moltissime. Al termine del loro percorso, i religiosi “si siedono” nella casta sacerdotale a cui appartengono, privi di anelito missionario. Essi non sono stati cresciuti con certi obiettivi, dai loro preti.


Che commento può offrire, in merito alla nascita del movimento degli “Ashram” hindu-cristiani, ovvero di piccole comunità ecumeniche e interreligiose, votate all’approfondimento della spiritualità cristiana, in comunione con l’induismo e con tutte le confessioni e fedi religiose?

Si tratta di un esperimento. A 40 km da Bombay, c’è un terreno dove si coltiva riso e c’è una piccola colonia di lebbrosi hindu, cristiani e musulmani. Essi lavorano, pregano, svolgono diverse attività. La loro comunità è aperta a coloro che vi volessero entrare. La vita del gruppo dipende molto dal carisma della persona che lo gestisce.
Questi movimenti sono piccole cose, non intaccano il tessuto sociale. I Vescovi non hanno mai parlato di Ashram. L’attuale prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei popoli, è il Cardinale Ivan Dias, indiano e Arcivescovo di Bombay per parecchi anni. Nonostante provenga dall’India e abbia fatto parte del corpo diplomatico del Vaticano, non ha mai parlato di evangelizzazione e Ashram! In India, i pochissimi individui che creano delle comunità, lo fanno a titolo personale. Non è vero che lo Stato è pieno di Ashram! Purtroppo. questo è il quadro, senza inviare messaggi scoraggianti. Io sono molto critico, sottolineo i limiti, ma anche gli errori, in parte dovuti ai missionari. Ogni volta che si parla di noi, si parla di soldi! Le missioni, in realtà, non necessitano sempre di denaro. Quantomeno, esso non è la questione principale. Esiste anche una riflessione da portare avanti, una preghiera perché la Missione diventi sempre più la Missione di Gesù e non un programma di sviluppo industriale.
Nella mia diocesi, colui che ha portato i miliardi, è un vecchio missionario italiano di Cantù, stabilitosi nella regione da più di 50 anni. Egli ritiene che il suo più importante dovere, sia quello di costruire, secondo il vecchio schema dell’Implantatio Ecclesiae. La Chiesa deve essere forte, attraente e visibile.

In India, gli hindu fondamentalisti ci osservano con molta attenzione. Sono ben consci che noi cristiani siamo una minoranza, ma portiamo molti soldi. Anche in Parlamento, l’opposizione ha parlato del denaro, proveniente, in gran parte, dall’Occidente. I cristiani sono giudicati negativamente, poiché arrivano in India e “convertono la gente”, “sovvertono la cultura”. Secondo gli hindu fondamentalisti, convertire significa cambiare cultura. Un indiano non è più indiano, è qualcos’altro. Uno straniero! Il motivo principale degli attacchi ai cristiani, è il sospetto delle conversioni. Molti Stati hanno già approvato le leggi anti-conversione: se una persona intende convertirsi, deve dichiararlo di fronte al prefetto. Nel momento in cui torna nel proprio villaggio, viene ammazzata o cacciata via. Il tessuto sociale la rifiuta! I fondamentalisti aizzano la popolazione. L’anno scorso, c’è stato anche l’omicidio di un vecchio santone hindu, che si era proposto di riconvertire i cristiani all’induismo, sotto la minaccia della distruzione della casa. A seguito dell’assassinio, le accuse presero subito di mira i cristiani, dando inizio ad un violento attacco. I fondamentalisti bruciarono case, uccisero sacerdoti, violentarono suore, ecc.. In realtà il fatto non era imputabile ai cristiani! In alcuni Stati dell’India, esiste, un movimento maoista, sulla falsa riga delle vecchie Brigate Rosse italiane. Esso è violento, armato, sotterraneo e fa la guerra allo Stato; essendo di ispirazione atea, si oppone anche ai santoni. Il vero colpevole dell’omicidio di cui ho parlato, era questo gruppo!
Nonostante questo triste quadro, il messaggio che proviene dalla mia esperienza, è che sono l’uomo più felice del mondo, felice per essere missionario in India, da più di 30 anni. Ho vissuto esperienze stupende, ho conosciuto persone magnifiche, ho notato la gente avvicinarsi ai valori, con il cuore e con la mente. Qualcuno, di propria iniziativa, ha anche deciso di farsi battezzare, altri sono giunti a guardare con rispetto e amore al messaggio cristiano. Questo significa già evangelizzare! Paolo VI affermava che evangelizzare la cultura, è già evangelizzare. La questione non è soltanto battezzare e far diventare cristiani, ma trasmettere certi valori, indurre i fedeli di altre religioni a rispettare e accettare il messaggio del Cristianesimo. A mio parere, esiste un vastissimo campo di azione, la missione è solo agli inizi. Il messaggio cristiano è ancora largamente sconosciuto in India. Il popolo non conosce Gesù Cristo. L’unica figura cristiana rispettata e ben voluta è Madre Teresa. A volte, entrando in uffici del Governo, si coglie la foto di Madre Teresa; oppure, nei Centri di Salute Pubblica, vi sono le foto del Mahatma Gandhi e di Madre Teresa, uno accanto all’altro. La religiosa albanese ha colpito il cuore delle persone, incarnando il Cristianesimo. La sua figura non ispira minaccia. Personalmente, ho lavorato molti anni con i lebbrosi, fra i baraccati di Bombay, in periodi molto critici, ma non ho avuto problemi. Nessuno mi ha mai fatto domande. Io sono un medico, curo la gente, non faccio propaganda. La gente lo sa! 
 

La redazione
www.finanzaediritto.it

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Ultimi commenti degli utenti

grazie a missionari come questi che l'esperienza cristiana nel mondo non č ridotta solo a parole ma a fatti concreti

18 Settembre 2009 ore 12:30:56 - simone trillo







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