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Intervista a Lucio Caracciolo, Direttore della Rivista Limes

25 Settembre 2009 - Autore: Redazione


Lucio Caracciolo, nato a Roma il 7 febbraio 1954, laureato in Filosofia all’Università di Roma. Direttore della Rivista Italiana di Geopolitica Limes dal 1993, e dal 2000 di Heartland, rivista eurasiatica di geopolitica. Giornalista professionista.
Altri incarichi:
1976-1982 Redattore e poi capo del servizio politico al quotidiano la Repubblica.
dal 1986 Caporedattore della rivista MicroMega.
Collabora con numerosi media italiani e stranieri. Commentatore per la Repubblica e per L’Espresso.

Pubblicazioni principali
- Alba di guerra fredda (Roam-Bari, Laterza 1986)
- La democrazia in Europa, intervista a Ralf Dahrendorf, Francois Furet e Bronislaw Geremek (Laterza 1992)
- Intervista sulla destra a Ernesto Galli della Loggia (Laterza 1996)
- L’Italia alla ricerca di se stessa, (in “Storie d’Italia”, a cura di G. Sabbatucci e V. Vidotto, Laterza 1999).

Ha scritto saggi e articoli su riviste scientifiche italiane, tedesche, americane e francesi.


Lei è Direttore di Limes, rivista italiana di geopolitica, fondata nel 1993, subito dopo il crollo del Muro di Berlino e dell’Unione Sovietica. Alla luce del suo ruolo, ci può illustrare la storia, le finalità e i nuovi progetti della rivista? In che modo, l’uso di cartine geopolitiche si inserisce, nello sviluppo di un articolo?

La geopolitica non può fare a meno delle cartine, anzi, parte da quelle! Noi studiamo  conflitti di potere, i quali possono essere politici, bellici, culturali, di vario genere, in spazi determinati. Per poter affrontare l’analisi di uno spazio, occorre, per prima cosa, rappresentarlo. Il ricorso alla cartografia propone diversi punti di vista, poiché le carte non sono oggettive, bensì soggettive. Molto importante si rivela l’esame del tema in questione, secondo varie prospettive, che si incrociano, confliggono e concordano. Questo è il filo rosso di tutto Limes, dal ’93 a oggi. Si tratta di una rivista che cerca di stimolare il ragionamento pubblico, su temi di attualità e interesse geopolitico del nostro paese, senza alcun tipo di pregiudizio o stereotipo politico. Per poter comprendere un conflitto territoriale o marittimo, bisogna considerare tutti i punti di vista, anche quelli più distanti dal nostro. Evidentemente, una delle aree di maggior interesse per noi, è quella mediterranea.

Tra gli argomenti trattati dalla sua rivista, appare, molto spesso, il Mediterraneo, quale ambito di incontro e di crescita. In che modo ritiene che l’Italia conservi la memoria storica di questo luogo?

Credo che l’Italia contemporanea, dalla II Guerra Mondiale in poi, abbia quasi obliterato la memoria del passato. Prima, essa rappresentava qualcosa di dato e trasmesso, sia nella alta accademia che a scuola. Adesso, anche i libri di testo scolastici offrono un modesto contributo! Si è, ad esempio, del tutto dimenticato o, quantomeno trascurato, il  grande periodo dell’influenza delle Repubbliche marinare e quello successivo, riguardante la numerosa comunità di italiani insediata nel Mediterraneo, nelle coste sud e orientali, di cui parla un articolo di Vittorio Ianari, nel numero uscito a Giugno, intitolato “Gli italomediterranei: una storia rimossa”. Essi hanno costituito una importante risorsa economica, culturale e geopolitica per l’Italia.
E’ bene sottolineare che non parlo di immigrazione, ma di storici insediamenti italiani, ben precedenti alle ondate migratorie di fine 800, le quali ne decretano, in qualche modo, la fine. Sostanzialmente, fino alla guerra di Libia, che segna l’avvio della politica coloniale italiana, non esisteva un flusso specifico verso il Mediterraneo. Gli italiani andavano in America, Australia, nelle aree ricche. Coloro che abitavano nel Mediterraneo, vi si insediavano per diverse generazioni, svolgendo i mestieri più diversi: dai commercianti ai funzionari degli Stati ospitanti.  
 

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