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Intervista a Giulio Sapelli, Consigliere amministrativo della Fondazione Eni Enrico Mattei

11 Maggio 2009 - Autore: Redazione


E' nato a Torino nel 1947, dove si è laureato in Storia economica nel 1971 e ha conseguito la specializzazione in Ergonomia nel 1972. Ha studiato nel 1972 presso l'Institut fur Weltwirschaft di Kiel e ha insegnato e svolto attività di ricerca presso la London School of Economics and Political Sciences nel 1992-1993 e nel 1995-1996, nonché presso l'Università Autonoma di Barcellona nel 1988-1989 e l'Università di Buenos Aires dal 1993 al 1997.
E' stato Directeur d'Etudes presso l'Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi. Ha svolto attività di ricerca e di consulenza per le fondazioni Onassis, Schlumberger, Goulbenkian e l'Eric Remarque Institute.
E' stato fellow dell'Università Europea di Fiesole e della Fondazione Gulbenkian di Lisbona e visiting professor presso le università di Praga, Berlino, Buenos Aires, Santiago del Cile, Rosario, Quito, Barcellona, Madrid, Lione, Vienna, South California, Wollongong/Sidney, New York.
Negli anni 2000-2001 è stato Direttore del corso post laurea in ³Economia, impresa e discipline umanistiche tra oriente e occidente² della Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Milano. Per la stessa Facoltà è stato, dal 1989 al 2003, responsabile dei Progetti SOCRATES-ERASMUS. E' attualmente professore ordinario di Storia Economica presso l'Università degli Studi di Milano, dove insegna anche Analisi Culturale dei Processi Organizzativi.
Ha svolto attività di consulenza direzionale, formativa e di ricerca presso l'ISVOR-FIAT, la Galbani Italia, il gruppo SBN, il Credito Emiliano, TELECOM, TIM, l'AGIP PETROLI, FS S.pA. FINMECCANICA, BARILLA, adempiendo anche a ruoli di diretta responsabilità di orientamento edi intervento nei settori delle politiche del personale, delle relazioni interne, della comunicazione interna, della realizzazione dei programmi relativi alla redazione e all'implementazione dei ³codici etici², degli studi e delle ricerche.
Dal 1994 è ricercatore emerito presso la Fondazione ENI Enrico Mattei.


Vorremmo iniziare col parlare di formazione e in special modo dei corsi sulla cultura d'impresa che Lei organizzava per Agip Petroli. L'utilizzo degli exempla e l'interdisciplinarietà sono per noi linee guida fondanti per la nostra quotidiana attività formativa. Ci può spiegare come funzionava il sistema della metafora culturale, dei racconti di vita e delle relazioni con la psicanalisi nei suoi corsi? Erano corsi che spingevano alla riflessione interiore sulla propria vita?

Ho fatto formazione all'Agip Petroli, un'esperienza durata molti anni.
L'Agip Petroli era un'azienda molto interessante: un'azienda a ciclo industriale continuo e soprattutto rivolta a perseguire la strada d'internazionalizzazione spinta per quanto potesse essere spinta un'azienda che apparteneva allo stato. Era insomma una compagnia di bandiera con una forte presenza in Africa, in centro Europa, inoltre operava nel Golfo del Messico.
All'epoca avevo una visione molto globale del mondo. Ero molto giovane:
parliamo di fine anni '70 inizio anni '80.
Lavoravo allora con Claudio Corduas, un mio caro amico, morto due anni fa.
Insieme abbiamo scritto ³Impresa e cultura. L'utopia dell'Eni² un libro della Mondadori. Lui si occupava di pratiche lavorative, mentre io facevo due tipi di formazione.
Come consulente particolare di De Vita, allora presidente dell'Unione Petrolifera, il mio compito era quello d'identificare degli scenari economici e strategici. A quel tempo mi interessavo molto di economia d'idrocarburi.
Poi mi occupavo di formazione non usando lucidi e PowerPoint perché penso siano una forma di degrado per la mente. Procedevo in modo analitico, lavoravo con loro su esperienze mondiali, sul comportamento di grandi aziende. Conducevo questi esperimenti di formazione che Corduas e io chiamavamo di autoriflessività culturale. Abbiamo scritto sull'argomento un libro dal titolo "L'impresa, l'anima e le forme" uscito anni fa, edito da Guerrini, un testo che ancora si legge.
Mi riferivo specie ai quadri intermedi che nella loro vita professionale potevano avere dei cicli brevi, molto spesso cambiavano posizione e soprattutto soffrivano di anomia. Se un uomo su una piattaforma petrolifera sta 3 o 4 mesi doveva cercare di dare un senso al proprio lavoro e noi eravamo convinti che il senso del loro lavoro fosse la capacità di autocollocarsi nel proprio ruolo, di capire cosa stesse facendo, qual fosse il significato.
Si cercava in questi corsi di 3 giorni dove io conducevo da solo pur avendo cercato diversi psicologi che non soddisfacevano mai. Purtroppo con le imprese il cognitivismo era limitativo, spesso i cognitivisti anche molto bravi finivano in una forma di comportamentismo.
L'elemento di fondo invece era l'intreccio tra affettività e cognitività.
Queste persone dovevano ricercare la propria affettività e reputare le emozioni non come qualcosa di negativo ma come qualcosa che li avrebbe aiutati a capire cognitivamente.
Allora costruivamo delle metafore culturali ove una persona descriveva quello che faceva durante la sua giornata. Generalmente creavo delle favole sulle attività lavorative dove la protagonista era una donna. Il mondo femminile, all'epoca non vi era ancora il femminismo, veniva accettato come un universo più dolce così mi consentiva di unire vita di lavoro con vita di casa e di esporre con più naturalezza tormenti e delusioni.
Quindi scrivevo queste storie sotto forma di metafore o di favole.
Sembravano paradossi ma erano accadimenti veri perché io stesso li avevo constatati!
 

...
Continua su Family Office n.2 - 2009
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