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Intervista a Francesco Gianni, Fondatore e Senior Partner dello Studio Gianni, Origoni Grippo & Partners

2 Settembre 2009 - Autore: Redazione


Francesco Gianni è nato a Ravenna il 9 febbraio 1951.
Avvocato e laureato in legge, con lode, presso l’Università degli Studi di Roma «La Sapienza» nel 1973, ha conseguito un Master presso l’Università di Londra - King’s College nel 1976 e un Master presso la University of Michigan Law School nel 1977.
Nel 1977 è assistente presso la cattedra di Diritto comunitario della University of Michigan Law School, e negli anni 1977-1979 matura importanti esperienze presso gli studi Sidley & Austin di Chicago e Roger & Wells di New York.
Nel 1988 fonda lo studio legale che porta il suo nome, aprendo contemporaneamente sedi a Roma, Milano e New York e caratterizzando lo Studio con una forte vocazione internazionale, che ha mantenuto e potenziato nel tempo. Oggi lo Studio Gianni, Origoni, Grippo & Partners conta otto sedi (Roma, Milano, Bologna, Padova, Torino, Bruxelles, Londra e New York) e oltre 300 avvocati, rappresentando una delle maggiori realtà nel panorama degli studi legali italiani.
Considerato tra i massimi esperti a livello italiano ed europeo di M&A e finanza strutturata, Francesco Gianni ha seguito alcune fra le principali operazioni di questo genere in Italia negli ultimi anni, tra cui - per fare qualche esempio – l’assistenza a Ente Cassa di Risparmio di Firenze nell'operazione attraverso la quale Intesa Sanpaolo ha acquisito il controllo della Banca CR Firenze, la gara per l’acquisizione di Valentino Fashion Group, l’acquisizione di Beni Stabili da parte di Foncière des Régions, il piano di ristrutturazione e ritorno in Borsa di Parmalat, la fusione tra Telecom Italia e TIM, la ristrutturazione di Telecom-Olivetti, la vendita di Pagine Gialle, la vendita di Fiat Avio.
Francesco Gianni è relatore di conferenze e seminari nazionali e internazionali su temi inerenti al diritto degli affari, al diritto commerciale ed al diritto internazionale privato, e ha pubblicato vari articoli sulle medesime tematiche.
È membro dell’Ordine degli Avvocati di Roma ed iscritto al New York Bar.


Nel 1988, lei ha fondato lo Studio Gianni Origoni Grippo & Partners, uno dei primi studi associati. In 21 anni di operato, quali sono stati i maggiori cambiamenti e le evoluzioni, nella vostra professione?

Credo che i maggiori cambiamenti riguardino la necessità, percepita in maniera sempre più viva dagli imprenditori, di utilizzare strutture legali organizzate. L’Italia era un paese con studi legali medio piccoli che tipicamente non sopravvivevano ai loro fondatori. In questo modo non vi era  continuità di rapporti tra le imprese, che possedevano evidentemente una vita più lunga, e gli studi, che avevano una vita più limitata. Quando noi abbiamo fondato il nostro studio, alla fine degli anni ottanta, abbiamo cercato di introdurre in Italia il modello degli studi anglosassoni, che tanto successo aveva avuto in Paesi come gli Stati Uniti o la Gran Bretagna dove ci sono ancora oggi studi di prima grandezza nati oltre un secolo fa. Ci siamo dati l’obiettivo di costruire uno studio “istituzionale”, uno studio che ha l’ambizione di sopravvivere nel tempo, indipendentemente dai suoi singoli componenti. Questa è stata l’idea iniziale, rivolta a un mondo imprenditoriale che ancora nella maggior parte dei casi aveva come punto di riferimento gli avvocati tradizionali o professionisti conosciuti dall’imprenditore in altre occasioni della vita ma non necessariamente preparati ad affrontare operazioni e situazioni complesse. In 20 anni  l’atteggiamento degli imprenditori è, indubbiamente, mutato; questo anche grazie ad un massiccio ingresso di studi stranieri in Italia.
Nel 1988, quando noi abbiamo fondato il nostro studio, non c’erano studi stranieri. All’inizio degli anni ’90, con l’apertura dei mercati e l’esigenza degli studi anglosassoni di trovare nuovi sbocchi commerciali, si è assistito ad un notevole ingresso di studi stranieri e la cultura dello studio istituzionale e organizzato è divenuta più comune. A questo si aggiunge poi un ulteriore elemento importante  ai fini del cambiamento dell’atteggiamento imprenditoriale, ovvero le privatizzazioni, che hanno portato ad un’apertura del mercato. Si pensi, per citare uno dei settori liberalizzati, alle telecomunicazioni: prima, in Italia, c’era una sola azienda che operava nella telefonia, adesso ce ne sono decine. Stesso discorso vale per molti altri settori, quali l’energia, il gas, l’elettricità, ecc. La liberalizzazione del mercato ha creato un contesto favorevole alla domanda di servizi legali più organizzati e sofisticati.

La recente crisi finanziaria e la recessione economica hanno indebolito la strategia internazionale delle law firm anglosassoni. Che parere può offrire in merito, alla luce della sua esperienza?

Il fenomeno della globalizzazione degli studi legali si è realizzato in diversi modi. Nel mercato italiano abbiamo sicuramente assistito ad una più rilevante presenza degli studi inglesi, rispetto a quelli americani. Per gli studi inglesi espandersi all’estero è stata una necessità, date le ridotte dimensioni del mercato interno. L’esportazione dei servizi legali da parte degli studi inglesi è avvenuta conservando una forte centralità del ruolo di Londra; le law firm inglesi, cioè, si espandevano all’estero, ma mantenevano il modus operandi londinese. Ciò che andava bene a Londra, doveva andare bene anche negli altri paesi. Il diritto, però, non è lo stesso in tutto il mondo: è il frutto del funzionamento di un sistema sociale e di relazioni. Non tenere conto di questo e pensare di riprodurre in tutti i paesi un modello senza adattarlo non sempre funziona. E infatti in Italia non ha funzionato. Il radicamento territoriale del diritto ha portato, in Italia come in altri paesi, ad una supremazia da parte degli studi nazionali sulle law firm anglosassoni.
Tutto questo non significa che l’idea di globalizzazione sia sbagliata. L’internazionalizzazione degli studi legali è molto importante. Occorre, però, realizzarla in maniera differenziata. Gli americani, ad esempio, diversamente dagli inglesi, hanno adottato un sistema teso a valorizzare maggiormente le realtà locali. In Italia, noi studi indipendenti, che operiamo in un mercato domestico non così ampio e forte rispetto ad altre economie, non possiamo trascurare la nostra presenza internazionale. Se vogliamo assistere le aziende italiane che si spostano all’estero o attrarre imprese straniere che investono in Italia, dobbiamo essere organizzati a livello internazionale.
 

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Continua su Family Office n.3 - 2009
http://www.finanzaediritto.it/prodotti/abbonamento-family-office-2009-italia-211.html

 




            

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