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Intervista a Carlo Petrini, Presidente Onorario Slow Food Italia e Presidente Slow Food Internazionale

12 Novembre 2009 - Autore: Redazione


Nato a Bra (Cuneo) nel 1949, con studi di sociologia e un background di impegno in politica e nell’associazionismo. Negli anni Ottanta fonda Arcigola, divenuta nel 1989 l’associazione internazionale Slow Food. Dalle sue idee nascono la prima Università di Scienze Gastronomiche e Terra Madre. Nel suo ultimo lavoro, Buono, pulito e giusto. Principi di nuova gastronomiche edito da Einaudi nel 2005, definisce il concetto di «eco-gastronomia». Il libro è stato tradotto in inglese, francese, spagnolo, tedesco e polacco.
Nel 2004 la rivista Time Magazine gli attribuisce il titolo di Eroe Europeo, mentre nel gennaio 2008 compare, unico italiano, tra le «Cinquanta persone che potrebbero salvare il mondo», elenco redatto dal quotidiano The Guardian.

 

Lei é il Fondatore del movimento culturale “Slow Food”, inaugurato a Bra, nel 1986. Pochi anni dopo esso ha assunto un carattere internazionale. Ci può illustrare in breve, la storia e la mission di tale realtà? Quali motivi l’hanno spinta alla sua creazione?

Slow Food nasce come – e resta tutt’oggi – un “movimento per la tutela e il diritto al piacere”. Il nome naturalmente indica una reazione al fast food, ma non è soltanto questione di mangiare, che pur rimane centrale: è una critica alla velocità esasperata dei nostri tempi, che ci fa perdere il rapporto con la natura e l’ambiente, sempre attraverso il cibo, e più in generale con quello che siamo. Questa velocità è la cifra del consumismo, in cui non solo consumiamo oggetti e alimenti senza storia e senza gusto, ma consumiamo letteralmente la terra su cui camminiamo e l’aria che respiriamo attraverso metodi di produzione e stili vita altamente insostenibili. La difesa del piacere in questo quadro diventa fondamentale, perché significa rivendicare una migliore qualità della vita per tutti, il riappropriarsi dei gusti e del bello, cose che sono fisiologiche e riguardano chiunque, dal più ricco al più povero. Parliamo di ritornare a pratiche sostenibili, il che non significa fare rinunce o vivere senza gratificazioni. La sostenibilità non è mortificazione, la sostenibilità è la riscoperta del piacere di vivere in armonia con quello che ci sta attorno.
Oggi Slow Food ha ampliato molto il range delle sue attività che vanno dall’educazione sensoriale e alimentare alla difesa concreta della biodiversità, dalle manifestazioni come il Salone del Gusto e Cheese alla creazione di orti didattici e conviviali. Abbiamo creato un’Università di Scienze gastronomiche dove gli studenti imparano e praticano questa rinnovata gastronomia che riguarda il cibo a 360 gradi, dalle sue implicazioni materiali alla storia alla cultura all’economia. Non è un’università per cuochi, si progetta il futuro dell’alimentazione, un futuro sostenibile, si spera. Ma il progetto più grande che abbiamo messo in piedi, dal 2004, è Terra Madre, un incontro mondiale tra le comunità del cibo sostenibili e tradizionali – circa 2.000 in più di 150 nazioni del mondo. È un incontro biennale che si svolge a Torino che si è presto trasformato in una rete permanente che lavora concretamente in ogni angolo del globo per un’alimentazione più in linea con i ritmi dell’uomo e della natura: la più grande multinazionale virtuosa del cibo, si può dire.


Tra i principali obiettivi di Slow Food, vi sono la difesa e la divulgazione delle tradizioni agricole ed enogastronomiche di ogni parte del mondo. Nello specifico, quale ritiene sia l’approccio italiano in merito a queste tematiche?

Spesso in Italia “ce la suoniamo e ce la cantiamo”. Abbiamo indubbiamente un patrimonio unico, decisamente ricco e vario, ma il tutto troppo spesso si riduce a promozioni vuote di significato e di idee. Siamo di fronte a crisi planetarie che allargano di molto e rendono più complesso ogni ragionamento intorno al cibo, ma mi sembra che noi continuiamo a legare il buon cibo a un’idea pantagruelica, il piacere a qualcosa di esclusivo e riservato ai ricchi, mentre perpetriamo sprechi e attività insostenibili che di questo passo faranno sparire tutte le nostre ricchezze gastronomiche. Ci vuole un approccio più multidisciplinare, che coniughi cibo e agricoltura, produzione industriale sostenibile ed economie locali. Cultura e tradizione vanno viste come una cosa in evoluzione, aperta allo scambio e al confronto. Troppo spesso parliamo di radici, ne rivendichiamo la primogenitura come conducessero a un punto fisso nel passato. Invece se ci pensiamo le radici si biforcano quasi all’infinito nel terreno, non si sa mai dove possono arrivare. La nostra identità è frutto di scambi, incontri e scontri, e questo dovrebbe insegnarci a restare aperti allo scambio e alla diversità. Mi piace dire che “nessuno è più sciovinista di chi non lo è”: quando facciamo le nostre manifestazioni, invitiamo quante più possibili persone dall’estero a mostrare i loro prodotti e la loro ricchezza gastronomica. È il modo migliore per crescere insieme, ma anche, se vogliamo, di far risaltare quello di buono che facciamo in Italia. La sagra, la manifestazione che celebrano unicamente il made in Italy in questo senso sono poco creative, rischiano l’asfissia. Non c’è identità senza scambio, senza diversità.


“Questo secolo è nato sul fondamento di una falsa interpretazione della civiltà industriale, sotto il segno del dinamismo e dell’accelerazione: mimeticamente, l’uomo inventa la macchina che deve sollevarlo dalla fatica ma, al tempo stesso, adotta ed eleva la macchina a modello ideale e comportamentale di vita. Ne è derivata una sorta di autofagia, che ha ridotto l’homo sapiens ad una specie in via di estinzione, in una mostruosa ingestione e digestione di sé”. Questa frase appare nella versione originaria del Manifesto di Slow Food del 1987, firmata dagli storici 13 padri fondatori. Ce la può commentare? Come giudica la situazione attuale, con l’avvento sempre più insistente dei “fast food”?

Il meccanicismo e il riduzionismo ci hanno insegnato a vedere i problemi a comparti stagni e ci hanno dato l’illusione di essere i padroni della Natura. Ci occupiamo soltanto di quello che riusciamo a comprendere e lasciamo perdere il resto, le connessioni nascoste che tengono insieme tutto ciò che accade su questa terra. Ma noi non siamo i padroni della Natura, siamo parte integrante della Natura, ci siamo dentro, e tutto quello che facciamo ha delle ricadute pesanti. Quest’illusione ci ha fatto perdere di vista gli equilibri e le crisi di oggi – climatica, ecologica, finanziaria, economica, alimentare - sono soltanto l’inizio di un processo tremendo, se non cambiamo strada il futuro sarà molto buio.
Esattamente come il fast food diventa il simbolo di un processo di meccanizzazione e serialità tipici del consumismo, ripartire dal cibo può essere la chiave di svolta. Scegliendo cosa mangiare orientiamo l’agricoltura pulita. Wendell Berry, un poeta contadino del Kentucky, ci ricorda giustamente che “mangiare è un atto agricolo”. Orientando le nostre scelte verso un cibo fresco, locale, di stagione ci facciamo un piacere perché sarà certamente più buono, ma facciamo anche un piacere alla Terra, smettendola di predarla e stressarla oltre i limiti che permettono di rigenerarsi. Facciamo un piacere pure ai piccoli contadini, che troppo spesso non sono gratificati e tendono ad abbandonare il proprio lavoro lasciando la terra a chi la sfrutta e facciamo anche un piacere al nostro portafoglio, perché il cibo locale costa un po’ meno, o comunque non di più. Su questo punto poi ci terrei a precisare che non sarebbe malsano pensare di investire un po’ di più nel cibo che mettiamo nelle nostre pance, il cibo industriale costa troppo poco oggi, e questo si ripercuote su pratiche produttive e distributive sbagliate e insostenibili. Magari spostiamo i nostri consumi: un po’ meno telefonate e qualche verdura migliore sulle nostre tavole. Meno mutande firmate e più frutta di stagione. Sarà un investimento per il futuro di tutti.

 

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Continua su Family Office n.4 - 2009
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