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Intervista a Alberto Cova, Professore ordinario di Storia Economica nell’Universitŕ Cattolica

15 Giugno 2009 - Autore: Redazione


Nato a Milano l’11 Novembre 1932. Laureato in Economia e Commercio nel 1962, presso l’Università Cattolica del S. Cuore di Milano.
Professore ordinario di Storia Economica nell’Università degli Studi di Milano dal 1980/81 e poi nell’Università Cattolica, è stato Preside della Facoltà di Economia ininterrottamente dal 1992 al 2008, anno della cessazione dal ruolo in Università. E’ Vicepresidente della Società storica lombarda e membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione Visconti di S. Vito (onlus). Dal 1963 al 1971, assistente volontario alla cattedra di Storia Economica della Facoltà di Economia e Commercio della stessa Università e successivamente incaricato di Storia del Movimento Sindacale, Storia Economica e Storia dell’Agricoltura.
Quale primo oggetto delle sue ricerche presso archivi milanesi, ha affrontato lo studio degli aspetti strutturali dell’agricoltura lombarda in età “francese”.
Nel 1966 ha avviato un ampio studio sul credito e sulla finanza pubblica lombarda tra Seicento e Settecento. Nel contempo, ha sviluppato i propri interessi di ricerca verso gli studi di Storia Sociale.
Nel 1977 ha pubblicato un saggio, in cui sono state affrontate le questioni concernenti il valore delle terre, la struttura e le dimensioni della produzione agricola e i problemi di mercato ad essa relativi.
L’attività di ricerca svoltasi dal 1980 in poi si è concentrata sul Sette e Novecento.
Gli obiettivi dei programmi di ricerca più recenti riguardano il Novecento. Relativamente agli anni del fascismo, è stato pubblicato un ampio contributo sugli anni Trenta. E’ stato poi impostato un programma di lavoro che ha come oggetto l’economia italiana degli anni della ricostruzione e dello sviluppo.

 

ATTUALE SITUAZIONE DI CRISI ECONOMICA

Come storico dell’economia, è d’accordo con chi paragona l’attuale crisi dei mercati finanziari, a quella avvenuta nel 1929? Ritiene che sia più grave anche se gli effetti, all’apparenza, sembrano meno tangibili?

Senza fare il previsionista ad ogni costo, ritengo che, per il momento, salvo spiacevoli sorprese nel corso del 2009, la gravitĂ  della crisi attuale risulti imparagonabile, rispetto a quella del 1929.
Più in generale, le due crisi presentano elementi comuni ma anche notevoli differenze. Guardando a queste ultime, occorre considerare in primo luogo che l’economia degli Stati Uniti in rapporto all’economia mondiale non appare, oggi, così importante, come negli anni Trenta del Novecento. In secondo luogo, nel 1929, la crisi scoppiò dopo diversi anni di crescita del PIL e si manifestò in una brusca e inarrestabile caduta dei corsi dei valori mobiliari che erano cresciuti con buona continuità dal 1922 e che dal 1927 in poi avevano accelerato considerevolmente la crescita stessa. Inoltre, nel ’29, la crisi assunse la consistenza nota anche perché l’azione dei governi e, in particolare, del governo USA, fu radicalmente inadeguata rispetto alle necessità e lo fu, per ragioni chiaramente legate alla fiducia nell’azione comunque risanatrice del mercato.
Fra le somiglianze, è bene sottolineare che, entrambe le crisi nascono negli Stati Uniti e si propagano altrove. Per quella del ’29, la propagazione avvenne attraverso la caduta del commercio estero aggravata da una politica fortemente protezionistica, avvenne attraverso il ritiro di capitali americani investiti all’estero, che crearono notevoli difficoltà al regolare svolgimento delle funzioni creditizie degli intermediari finanziari e, specialmente, delle banche. Tutto ciò, accompagnato dall’insolvenza di alcune grandi società, i cui titoli di credito, sostanzialmente privi di valore, distrussero gli equilibri economico-finanziari di una molteplicità di intermediari finanziari di ogni tipo, provocando perdite a soggetti pubblici e privati.
L’avvio di entrambe le crisi trae origine dalla finanza e si estende all’economia di produzione e di scambio, attraverso la caduta della domanda di beni di investimento e di consumo durevole e anche attraverso una politica restrittiva del credito. Si denota, infine, uno scarto temporale comune, tra la crisi finanziaria e la crisi dell’economia reale. Per la crisi attuale, le notizie non positive si susseguono e nessuno sa quale evoluzione potrà registrarsi. Occorrerà procedere alla messa a punto di nuove regole e, come dice il Governatore Draghi,  ridurre la gran massa di debiti sui quali si regge l’economia, con la consapevolezza, però, che misure di questo genere avranno effetti soprattutto nel futuro. Il presente sembra, invece, dominato dal’esigenza assoluta di far ripartire l’economia “reale” e per questo, occorreranno grandi risorse da immettere, però, in settori economici che, per le loro caratteristiche di forte interdipendenza, siano suscettibili di estendere al massimo gli stimoli per una ripresa sufficientemente vigorosa.

Al fine di risolvere questa crisi, occorre un cambiamento culturale globale o misure politiche specifiche?

I cambiamenti culturali si realizzano nel lungo periodo! E’ perciò necessario pensare innanzitutto alle cose che abbiano ricadute positive in tempi relativamente brevi. E’ possibile concepire riforme dal costo limitato, che incidano sulla struttura, come le regole ma va rimesso in moto il sistema economico nel suo complesso. Personalmente, non sono tanto colpito dalla crisi finanziaria, alla fine della quale, come è noto, il ciclo riprende, quanto dalla crisi economica soprattutto perché è generatrice di disoccupazione.
In un clima come quello attuale, predomina un atteggiamento di sfiducia; un imprenditore, non sa cosa accadrà nel futuro. In questo caso, la preoccupazione più rilevante è il fatto di riuscire ad incoraggiare gli imprenditori ad attuare i propri piani di investimento. Un imprenditore, il quale dovesse decidere se investire una certa somma per migliorare, innovando o allargando la “macchina” produttiva è, ora, in una situazione di grave incertezza. Investirà nel momento in cui avrà la certezza che i suoi prodotti saranno acquistati sul mercato; se permane questo futuro indeterminato nei suoi connotati e, soprattutto, se esiste il timore di una forte caduta della capacità d’acquisto, la decisione di investire diventa assai rischiosa e, allora, la si rinvia. Questo è un problema di cui occorre prendere atto.
Bisogna, poi, considerare, il persistere di orientamenti culturali, per la verità assolutamente marginali, molto critici nei riguardi dell’assetto attuale dell’economia. Nonostante la caduta del “socialismo reale” vi è ancora chi è convinto che il Capitalismo sia alla fine o che, comunque, vada profondamente riformato senza sapere bene come.
 

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Continua su Family Office n.3 - 2009
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