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IL RIBILANCIAMENTO DELL'ASIA. Le ipotesi di Lee Jong-Wha, Professore di Economia e Direttore dell'Asiatic Research Institute dell'Università della Korea

24 Settembre 2013 - Autore: Redazione


SEOUL – Una rapida crescita economica della Cina beneficia anche il resto dell’Asia, su questo non c’è dubbio. Per gran parte degli ultimi tre decenni, infatti, una domanda cinese forte ha sostenuto la crescita guidata dalle esportazioni dei suoi partner commerciali. Ora, però, di fronte a un rallentamento del paese, dove il rischio di una tendenza al ribasso è ormai concreto, gli altri paesi asiatici devono smettere di puntare su strategie di sviluppo orientate alle esportazioni, e sforzarsi di garantire una crescita stabile e sostenibile a livello sia nazionale che regionale.

Le vulnerabilità e i rischi della Cina, generati da bolle immobiliari, sistema bancario ombra e debito delle amministrazioni locali, hanno suscitato preoccupazioni riguardo al possibile scoppio di una crisi locale, che potrebbe contaminare anche i paesi vicini. C’è chi parla addirittura di imminente disastro bancario o fiscale, mentre altri prevedono una stagnazione a lungo termine, che ricorderebbe i decenni perduti del Giappone.

Questi pronostici di "atterraggio duro" sono eccessivi, ma la strada appare comunque incerta e accidentata. Nessuno può garantire, infatti, che l'impegno del primo ministro Li Keqiang, volto a ridurre la leva finanziaria e attuare una serie di riforme strutturali, sarà premiato. Inoltre, shock esterni, errori programmatici e instabilità politica possono sconvolgere anche i piani migliori.

In ogni caso, il record di crescita stellare della Cina non è più sostenibile. Anche nell’eventualità di un "atterraggio morbido ", la crescita della produzione annua è destinata a rallentare del 5-6 % nei prossimi decenni. La teoria standard della crescita economica prevede una "convergenza" del Pil pro capite: un paese in rapida crescita finirà per avere difficoltà a mantenere elevati livelli di mobilitazione del lavoro, accumulazione del capitale e progresso tecnologico.

In Cina, gli input di lavoro sono diminuiti a causa del calo della fertilità e dell'invecchiamento della popolazione. Inoltre, si prevede che la riduzione dei tassi di rendimento farà abbassare i tassi di investimento. Il paese potrebbe fare affidamento sulle riforme politiche per promuovere la crescita della produttività ma, avendo una capacità innovativa piuttosto limitata, farebbe fatica ad allinearsi con le tecnologie di frontiera.

L'inevitabile rallentamento della crescita cinese, insieme a un forte rischio di coda, minaccia la crescita stabile delle economie asiatiche, sempre più interdipendenti. Gli scambi commerciali all'interno dell'Asia rappresentano ormai oltre la metà del fatturato commerciale complessivo del continente. Inoltre, gli investimenti diretti e i flussi finanziari contribuiscono ulteriormente all’interdipendenza economica.

L'aumento del commercio intra-asiatico riflette il ruolo centrale della Cina nelle reti di produzione dell'Asia orientale. Dal 2001 al 2011, la quota delle esportazioni sudcoreane verso la Cina è raddoppiata, dal 12% al 24 %, mentre la quota di quelle giapponesi è cresciuta ancora più rapidamente, passando dall'8 % al 20 %. Di conseguenza, la Cina è diventata il più grande mercato unico delle esportazioni per la Corea del Sud, e il secondo più grande del Giappone. Inoltre, è il maggior partner commerciale dei dieci membri dell'Associazione delle Nazioni del Sud-est Asiatico (ASEAN).

La crescente integrazione commerciale e finanziaria delle economie asiatiche ha reso queste ultime – in particolare gli esportatori di materie prime e beni strumentali – sempre più vulnerabili agli shock di crescita della Cina. Uno studio della Banca asiatica di sviluppo mostra, infatti, che gli shock cinesi hanno effetti più ampi e persistenti sulla produzione delle singole economie asiatiche rispetto a quelli globali, visto che un aumento dell'1% del Pil cinese ha incrementato il Pil dell'Asia orientale emergente dello 0,6% circa.

In termini di investimenti, il Fondo monetario internazionale anticipa che un’inversione di rotta nel boom degli investimenti cinesi avrebbe ripercussioni negative sui suoi partner commerciali. Si stima che un calo pari a un punto percentuale del tasso di investimento della Cina ridurrebbe il tasso di crescita del Pil di Taiwan di 0,9 punti percentuali, e di 0,6 punti percentuali quello della Corea.

Se la Cina riuscirà a riequilibrare la propria economia e a passare a una crescita basata sui consumi, i suoi partner commerciali potrebbero beneficiare di un vasto mercato al dettaglio. Tuttavia, finché la quota cinese di spesa per i consumi finali resterà bassa, i vantaggi diretti per gli esportatori di beni di consumo non potranno che essere irrilevanti.

Mentre si preparano all'imminente rallentamento cinese, cercando di minimizzare il rischio di destabilizzazione a livello regionale, le economie asiatiche devono rafforzare la domanda interna e ridurre l'eccessiva dipendenza dalle esportazioni verso la Cina. In altri termini, una crescita sostenibile richiede che tutte le economie asiatiche dipendenti dalla Cina riequilibrino i loro due principali motori di crescita.

Per aumentare la domanda interna, l'Asia, inclusa la Cina, deve riallocare le risorse e procedere a una trasformazione strutturale dell'economia. Rafforzare le reti di sicurezza sociale, ampliare e approfondire i mercati finanziari, e sostenere le piccole e medie imprese sono tutti interventi che contribuirebbero a rinsaldare la domanda interna. Allo stesso modo, la liberalizzazione del settore dei servizi sarà essenziale per promuovere la produttività e creare posti di lavoro. In sintesi, l'attuazione delle riforme fiscali, finanziarie e strutturali può attenuare gli effetti diffusivi del rallentamento cinese.

Occorre, tuttavia, aprire anche un secondo fronte di riforma, volto a migliorare il coordinamento a livello regionale. Con degli shock economici in grado di diffondersi in modo più rapido che in passato grazie all'ampliamento dei canali commerciali e finanziari, tutti i paesi asiatici devono contribuire a un ambiente macroeconomico sano.

Una maggiore integrazione regionale, forse la cosa più importante, richiede una più stretta cooperazione in materia di sorveglianza macroeconomica e finanziaria, come previsto dall'Iniziativa di Chiang Mai. I paesi asiatici devono essere capaci di controllarsi a vicenda in maniera coordinata e onesta per ridurre le probabilità di rischi e rilevare vulnerabilità emergenti.

Il potenziale di crescita a lungo termine della Cina, così come quello del resto dell'Asia in via di sviluppo, non è predefinito. Per poterlo massimizzare, occorre che i singoli paesi non solo affrontino le proprie debolezze e riequilibrino le fonti di crescita, ma anche creino e rafforzino le istituzioni regionali necessarie per gestire l'integrazione economica.

 

 

Traduzione di Federica Frasca

 

 

 

 

 

 




            

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