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IL RAPPORTO TRA ETICA ED ECONOMIA. Intervista al Dottor Dario Aversa

26 Giugno 2013 - Autore: Redazione


L’enciclica Caritas in veritate, vergata dalla mano di papa Benedetto XVI, è la prima enciclica sociale del nuovo millennio. Il suo contenuto annovera un capitolo dedicato al rapporto tra etica e capitale da cui scaturisce l’urgenza intellettuale di riflettere sulla possibilità di una “altra economia amica dell’uomo ”.

Secondo le intenzioni del papa, “la verità va cercata, trovata ed espressa nell’economia della carità ma la carità a sua volta va compresa avvalorata e praticata nella luce della verità” e “l’economia ha bisogno dell’etica per il suo corretto funzionamento”. Il nuovo dell’enciclica, dunque, consiste nella proposta dell’economia del dono o della gratuità.

Abbiamo intervistato Dario Aversa, esperto di Etica ed Economia.

 

Dott. Aversa, qual è il rapporto tra etica ed economia?

Non possiamo non sottolineare come dagli anni ‘70 del XX secolo, sia maturata una crescente insoddisfazione verso la separazione tra etica ed economia promuovendo nuova enfasi sui contenuti delle scelte e delle norme etiche.

Già la Chiesa Cattolica, il Pontificio Consiglio della Giustizia, nei primi anni ‘90, all’indomani del crollo del comunismo, aveva elaborato una riflessione dal titolo “Aspetti sociali ed etici dell’economia” .

J. Kenneth Arrow, invece, stabilisce che esiste un’irriducibile antinomia tra individualismo e collettivismo nel “teorema della impossibilità”: è impossibile conciliare la soggettività delle preferenze individuali e l’ottenibilità di scelte collettive democratiche.

 

I corollari dell’interrogativo sono tre: perché etica ed economia devono stare insieme? A quali condizioni è possibile il rapporto tra etica ed economia? E chi ha ragione tra le opposte visioni?

Questa riflessione non può essere avulsa dal considerare l’economia non solo come attività ma come teoria. Nel “Manifesto per la libertà del pensiero economico contro la dittatura della teoria dominante e per una nuova etica”, curato da Sylos Labini, è scritto che “occorre respingere l’idea – una giustificazione di comodo per tanti economisti e commentatori economici mainstream – che esista una sola verità nella scienza economica. Occorre dare spazio alle teorie alternative – keynesiana, classica, istituzionalista, evolutiva, storico–critica nella ricchezza delle sue varianti – nell’insegnamento e nella ricerca”.

 

Si parla ampiamente di questo anche nel libro La variabile Dio, dibattito tra Arno Penzias, Riccardo Chiaberge e Gerge Coyne. A che conclusioni arrivano?

Sostanzialmente, arrivano a stabilire che i concetti morali di giusto e ingiusto presuppongono in questo mondo che nel modo ci sia qualcosa di altro. La scienza ha dei limiti, e uno di questi è la coerenza con se stessa.

La fisica spiega gran parte del mondo e di ciò che succede dopo il momento della creazione. Ma se tenti di procedere a ritroso, fino all’inizio del tempo ti devi fermare.

Tra teorie evoluzionistiche e creazione biblica, infatti, non c’è conflitto: l’evoluzione è parte della creazione. Tutto il potenziale della vita e dell’evoluzione è in quel momento. Dopo, Dio non ha bisogno di intervenire.

La religione spiega e la scienza descrive. Se la scienza cerca di spiegare il “perché”, allora nascono i problemi. E viceversa, se la religione cerca di descrivere “come” si muove il mondo. Sono complementari. Ogni giorno prendiamo decisioni morali non vengono dalla fisica, ma dal credo in una verità superiore.

Inoltre, le figure del teologo e dello scienziato hanno diversi punti in comune: entrambi cercano la verità e tentano di risolvere gli stessi problemi.

 

La parte prima del rapporto UCID 2010/2011, dal titolo “Discernere: Il rapporto tra sviluppo e bene comune”, presenta la crescita economica, nell’intervallo di duemila anni, con riferimento alle dinamiche di due variabili: popolazione e reddito. Quali sono i limiti?

Innanzitutto, la relazione che viene stabilita tra le variabili d’indagine (popolazione e PIL) è finanche troppo generica, è stata effettuata una semplice analisi descrittiva che non ricorre a strumenti statistici più complessi – ad esempio regressione (anche multipla) e analisi multivariata.

Inoltre, nell’analisi  volta a “esplorare” lo sviluppo economico, non viene tenuto conto del ruolo dello Stato.

Un esempio alternativo di analisi che tiene conto di una pluralità di variabili chiave può essere rinvenuta nel saggio “Spesa sociale e crescita”  di Peter H. Lindert…

Sì, nella parte prima denominata “Etica ed economia nell’era della globalizzazione: Una frattura da colmare per il Bene Comune universale” viene presentato come inconciliabile il rapporto tra etica ed economia. Inoltre gli autori narrano un contenuto “pratico”, non analizzando l’aspetto culturale del problema.

Ad oggi, il legame tra etica ed economia non è considerato del tutto pacifico da svariati autori. La “frattura” tra etica ed economia inizia a partire dalla nascita della economia come disciplina autonoma ad opera di vari autori Adam Smith, Max Weber, Vilfredo Pareto, Lionel Robbins. Quest’ultimo conclude che “non sembra logicamente possibile associare i due studi (economia ed etica) in una forma qualsiasi  che non sia una semplice giustapposizione”.

 

Sara Tamburini




            

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