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IL GRANDE MALE DELL'ECONOMIA. L'analisi di Bradford DeLong, Prrofessore di economia presso l'Università della California a Berkeley

22 Febbraio 2013 - Autore: Redazione


BERKELEY – In tutta la regione del nord Atlantico, le banche ed i governi centrali non sembrano, per gran parte, in grado di ripristinare la piena occupazione nelle loro economie. L’Europa è ricaduta in recessione senza aver avuto una vera e propria ripresa dalla crisi finanziaria e del debito sovrano iniziata nel 2008. Al momento, l’economia degli Stati Uniti sta crescendo ad una percentuale dell’1,5% su base annuale (circa un punto percentuale in meno rispetto al potenziale), e la crescita potrebbe addirittura rallentare a causa di una contrazione fiscale minore nel corso di quest’anno.

Le economie industriali hanno sempre subito crisi finanziarie in fasi periodiche seguite da una forte disoccupazione, almeno sin dal Panico del 1825 che portò la Banca d’Inghilterra molto vicina al crollo. Questi episodi sono negativi per tutte le parti: per i lavoratori che perdono il posto di lavoro, per gli imprenditori e gli azionisti che perdono i loro profitti, per i governi che perdono i proventi fiscali e per i detentori di titoli che subiscono le conseguenze della bancarotta. Abbiamo avuto circa due secoli per capire come gestire queste crisi, quindi perché le banche centrali ed i governi continuano a fallire?

Ci sono tre motivi principali per cui le autorità non riescono a ripristinare la piena occupazione in tempi rapidi a seguito di una crisi. Innanzitutto, le aspettative inflazionistiche non ancorate e una serie di difficoltà strutturali comportano tendenzialmente che gli sforzi volti a incoraggiare la domanda risultino in un aumento più rapido dei prezzi e in un aumento minimo dell’occupazione. Questo era sicuramente il problema degli anni ’70, ma non lo è nel contesto attuale.

La seconda motivazione potrebbe essere data dal fatto che anche con aspettative inflazionistiche ancorate (e quindi con un contesto di stabilità dei prezzi), i policymaker non sono in grado di mantenere l’ancoraggio, incoraggiando in tal modo il flusso di spesa nell’economia.

E mi fermo qui. Sconcertato. Almeno, come si legge nella storia, nel 1829 gli economisti tecnocrati avevano capito il motivo per cui queste crisi economiche si verificavano periodicamente. Proprio in quell’anno, Jean-Baptiste Say pubblicò infatti il suo Cours Complet d’Economie Politique Pratique nel quale ammise che Thomas Malthus aveva in parte ragione nel sostenere che un’economia può subire “una saturazione generale” dei beni per anni, mentre si cerca di ridurre la spesa al di sotto delle entrate, o per usare un termine moderno, mentre si tenta di ridurre l’indebitamento (deleveraging). E, dato che la spesa di un individuo corrisponde al reddito di un altro individuo, un processo universale di deleveraging non fa altro che generare un contesto di depressione ed un alto tasso di disoccupazione.

Nel corso del secolo scorso, economisti come John Stuart Mill, Walter Bagehot, Irving Fisher, Knut Wicksell, e John Maynard Keynes individuarono una serie di passaggi da seguire per evitare o per risanare un contesto di depressione economica.

1. Innanzitutto, bisogna non arrivarci: si deve evitare qualsiasi elemento (una pressione esterna sul sistema aureo, bolle dei prezzi dei beni, oppure cicli di indebitamento e panico come quelli del 2003-2009) che creano il desiderio di avviare un processo di deleveraging.

2. Se si arriva alla crisi, bisogna evitare di avviare il processo di deleveraging facendo acquistare alla banca centrale le obbligazioni in cambio di contanti, abbassando quindi i tassi di interesse in modo tale che il debito diventi più attrattivo del contante.

3. Se si continua a rimanere in un contesto di crisi, si deve evitare di avviare il processo di deleveraging lasciando che il Tesoro garantisca per i capitali a rischio, o emettendo capitale sicuro per aumentare la qualità del debito all’interno del mercato e rendendolo quindi più attrattivo.

4. Se questo programma non funziona, si deve evitare di ricorrere al deleveraging promettendo di stampare più valuta in futuro, cosa che non farebbe altro che alzare il tasso di inflazione rendendo più attrattiva l’idea di spendere i contanti piuttosto che tenerli da parte.

5. Nel caso peggiore, bisogna lasciare che intervenga il governo, bisogna elargire prestiti, e acquistare beni bilanciando in tal modo l’economia, lasciando che sia il settore privato ad avviare il processo di deleveraging.

Ci sono diverse sottigliezze nelle modalità in cui i governi e le banche centrali tentano di compiere questi passi. E in effetti, i governi e le banche centrali della regione del nord Atlantico ci hanno provato fino ad un certo punto. Ma è evidente che non ci hanno provato abbastanza. Lo stop alle aspettative inflazionistiche non ancorate, con una crescita accelerata dei prezzi e tassi di interessi elevati a lungo termine (tutti elementi che indicano il raggiungimento dei limiti strutturali e delle aspettative di una politica espansionistica), non è stato infatti ancora dato.

La terza ragione spiega perché non si riesce a tornare ad un contesto di piena occupazione. Il problema non è dato dal fatto che i governi e le banche centrali non riescono a ripristinare l’occupazione, oppure che non sanno come fare, bensì è dato dal fatto che non intendono implementare politiche espansionistiche su una scala sufficientemente vasta da ripristinare la piena occupazione in tempi rapidi.

Mi viene quindi da pensare agli anni ’30 e a come tornano a verificarsi gli eventi storici, la prima volta come tragedia, la seconda come una nuova tragedia (parafrasando Karl Marx). Keynes aveva pregato i policymaker del suo tempo di ignorare “le anime puritane e austere” che sostenevano “ciò che educatamente definivano come una ‘liquidazione prolungata’ per correggere il percorso” e affermava che “non riusciva a capire come una bancarotta universale potesse essere positiva o portare alla prosperità.”

I policymaker di oggi, così impazienti di porre fine alle misure espansionistiche, dovrebbero fermarsi e riflettere sullo stesso quesito.

©Traduzione di Marzia Pecorari






            

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