24 Novembre 2009
Autore: Redazione

1. In che modo è possibile definire le banche islamiche e lo scenario ad esse correlato?
Si tratta di istituzioni finanziarie per le quali la legge stabilisce espressamente l’obbligo di operare secondo i precetti del diritto musulmano di matrice religiosa e il cui elemento peculiare è l’assenza di interessi nel dare e nell’avere.
Lontane dall’essere enti non profit le banche islamiche propongono il coinvolgimento del cliente, risparmiatore o debitore, nelle attività economiche della banca da cui deriva l’utile ripartibile secondo le regole del profit-loss sharing. Esse operano secondo regole che ben si adattano al modello politico ma soprattutto economico degli Stati Uniti, con centoquaranta miliardi di dollari gestiti, 166 banche in 34 Paesi (il dato si ferma al ‘98), un tasso annuo di crescita del 15%, un capitale versato di oltre 7,25 miliardi di dollari e profitti annuali per 1,7 miliardi di dollari. Sono numeri che fotografano un sistema che, pur non ponendosi in diretta concorrenza con gli istituti di credito occidentali, in alcuni Paesi – ad esempio il Pakistan - detiene il monopolio del mercato.
Fondate su regole, che per molti aspetti le rendono poco competitive, le banche islamiche continuano a crescere, grazie al flusso costante di capitali provenienti dal mercato petrolifero, realizzando quella che secondo gli esperti, tra capitalismo e socialismo è la terza via economia.
2. Come nasce e in che cosa consiste “il pensiero economico islamico” e soprattutto come si struttura il sistema bancario islamico?
Così come accade per il diritto, per la morale o semplicemente per i comportamenti che regolano la prassi quotidiana anche per il sistema economico, nel mondo islamico, il testo di riferimento è il Corano; un modello che si fonda essenzialmente sul divieto di usura al quale il Corano contrappone costantemente l’elemosina. Allo stesso modo all’attività meramente lucrativa viene contrapposta la solidarietà, al tornaconto individuale il benessere sociale.
Principi per la verità comuni pure ad altre religioni monoteiste con una differenza: se in Europa si è infatti compiuto un processo che ha sottratto il diritto commerciale a quello canonico, l’Islam, invece, non ha mai appoggiato la teorizzazione e di conseguenza lo sviluppo di regole autonome rispetto al "diritto comune" religioso.
Anche se l’affermazione della shari’a, la via rivelata, negli anni ha dovuto fare i conti con la prassi quotidiana che, pur riconoscendo la supremazia formale del diritto religioso, ne ha evidenziato anche il limite alla sua applicazione e alla sua efficacia.
La conseguenza è stata la formazione di una dottrina musulmana di taglio sia economico, sia giuridico che nell’ultimo mezzo secolo ha rincorso il disegno di un’economia islamica che, in prevalenza su basi ideologiche, costituisse una valida alternativa ai progetti sociali fondati sul liberismo capitalista e sullo statalismo socialista. Da questo approccio teorico, unito al surplus derivante dal mercato petrolifero, è nata l’esperienza delle banche islamiche.
3. Ci può illustrare gli strumenti finanziari adottati e le principali transazioni?
Tra gli strumenti finanziari adottati, annovero innanzitutto il Profit Loss sharing ovvero la compartecipazione societaria "nei profitti e nelle perdite". Si tratta di uno degli schemi fondamentali attraverso i quali nell’Islam viene concepita come lecita la remunerazione dei capitali e sul quale è stato costruito l’intero sistema bancario islamico contemporaneo.
Soltanto l’attività dell’uomo, il biblico sudore della fronte, che include il rischio imprenditoriale può eticamente e giuridicamente giustificare l’arricchimento, questo divieto coranico con il rigetto almeno teorico degli interessi sui prestiti (in quanto guadagno del creditore collegato al semplice decorrere del tempo) ha condotto nel mondo musulmano all’affermarsi di forme d'investimento (mudaraba, qirad, musharaka) nelle quali l’utile ripartito tra i soci è sempre il risultato di un’attività d’impresa.
Altrettanto, elementi di collaborazione tra istituto e cliente possono riscontrarsi nelle operazioni di concessione del credito. In questo modo la banca insieme al proprio cliente si assume pro-quota il rischio collegato al risultato finale dell’attività. Sono così finanziate operazioni di project financing, joint ventures, venture capital, equity financing. Anche il risparmio è gestito in speciali fondi comuni di investimento sotto forma di mudaraba (la banca investe fondi per conto del cliente e prende una percentuale sui profitti derivanti dall’investimento).
Di recente il Profit Loss sharing è stato esteso al settore della assicurazioni, il takaful islamico – così è stato rinominato il contratto assicurativo – può essere quindi assimilato all’esperienza delle mutue di assicurazione dove l’elemento solidaristico prevale sulla componente speculativa.
Cito poi il Qard Hasan, il tradizionale mutuo islamico senza interessi. L’invito divino alla remissione del debito, in concomitanza con il divieto delle usure è stato comunemente interpretato come un appello alla generosità del creditore e ha influenzato la dottrina giuridica classica, la quale ha costituito il mutuo come contratto gratuito.
Le attuali banche islamiche prevedono il mutuo senza interessi solo a scopo di beneficenza con prelievo dal fondo della zakat (la contribuzione volontaria dei musulmani per i poveri) o decima legale che le banche stesse gestiscono per conto delle comunità locali o dei governi; in Pakistan, considerando che si tratta di un’area economicamente depressa, il Qard Hasan è impiegato nel credito a scopo di consumo per l’acquisto di beni mobili di necessità.
Tra le principali transazioni, segnalo:
- Murabaha: la banca acquista un macchinario per conto del cliente e lo vendo al cliente a rate senza interessi ma ad un prezzo più alto precedentemente concordato.
- Mudaraba: la banca investe fondi per conto del cliente e prende una percentuale sui profitti derivanti dall’investimento. E’ utilizzato soprattutto nei depositi bancari per evitare il divieto coranico di applicare il tasso di interesse.
- Musharaka: con un contratto di joint venture, la banca e il cliente acquistano un pacchetto azionario. Le controparti dividono i profitti e le perdite in proporzione all’investimento effettuato e dopo il pagamento dell’onorario concordato per il management.
- Ijara: equivale al leasing. La banca finanzia l’acquisto di macchinari, edifici o altre attrezzature e li dà poi in leasing al cliente che paga il canone di locazione concordato.
- Ijara-wa-iktina: è un contratto di leasing che dà al cliente il diritto di acquistare il bene nel momento in cui i pagamenti accumulati hanno raggiunto un livello pari al prezzo di vendita concordato.
- Istisna: la banca finanzia la produzione di un macchinario e il cliente paga delle rate man mano che il bene attraversa la varie fasi produttive.
...
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