corporatecounsel
FinanzaeDiritto sui social network
22 Maggio 2019  le interviste  |  professionisti  |  chi siamo  |  forum  |  area utenti  |  registrati

            




'I PERICOLI DEL 2012' di Joseph Stiglitz

17 Gennaio 2012 - Autore: Redazione


 KOLKATA – L’anno 2011 sarà ricordato come il periodo in cui molti americani, sempre ottimisti, hanno cominciato a perdere la speranza. Il presidente John F. Kennedy una volta ebbe a dire che l’alta marea solleva tutte le barche. Ma ora, nella marea che si ritira, gli americani stanno cominciando a vedere che non solo le imbarcazioni con gli alberi più alti sono state sollevate di gran lunga di più, ma anche che, nella loro scia, molte delle barche più piccole sono state ridotte in pezzi.

In quel breve momento in cui la marea era effettivamente in crescita, milioni di persone hanno creduto di poter avere buone possibilità di realizzare il “Sogno Americano”. Ora anche quei sogni si stanno ritirando.  Con il 2011 sono stati spesi i risparmi di coloro che avevano perso il lavoro nel 2008 o nel 2009. Gli assegni di disoccupazione sono scaduti. Gli annunci di nuove assunzioni – ancora non sufficienti a tenere il passo con il numero di coloro che normalmente avrebbero fatto il loro ingresso nel mercato del lavoro - hanno significato ben poco per i cinquantenni con poche speranze di potere avere un giorno di nuovo un lavoro.

In effetti, persone di mezza età, che pensavano che sarebbero state disoccupate per un paio di mesi, hanno ora compreso di essere, di fatto, forzatamente in pensione. Giovani, che si sono laureati al college con un debito di decine di migliaia di dollari per la loro formazione, non sono in grado di trovare un lavoro in alcun modo. Persone che si sono trasferite da amici o parenti sono diventate dei senzatetto. Case acquistate con il boom immobiliare sono ancora sul mercato o sono state vendute in perdita. Più di sette milioni di famiglie americane hanno perso la casa.

Il lato oscuro del boom finanziario del decennio precedente è stato completamente svelato anche in Europa. L’anno scorso, il tergiversare sulla Grecia e la devozione verso l’austerità di alcuni governi nazionali chiave hanno cominciato essere pagati a caro prezzo. Il contagio si è esteso all’Italia. La disoccupazione spagnola, che era stata vicina al 20% dall’inizio della recessione, è salita a livelli ancora più alti. L’impensabile –la fine dell’euro- ha cominciato a sembrare una possibilità reale.

Quest’anno appare anche peggiore. È possibile naturalmente che gli Stati Uniti risolvino i propri problemi politici ed, infine, adottino le misure di stimolo di cui hanno bisogno per abbattere la disoccupazione al 6% o al 7% (è troppo sperare nel livello pre -crisi del 4% o 5%). Ma questo è improbabile tanto quanto il fatto che l’Europa capisca che l’austerità da sola non risolverà i propri problemi. Al contrario, l’austerità non farà che aggravare il rallentamento economico. Senza crescita, la crisi del debito -e la crisi dell’euro- non potranno che peggiorare.  E la lunga crisi iniziata nel 2007 con il crollo della bolla immobiliare e la conseguente recessione continueranno.

Inoltre, i principali paesi emergenti, che hanno attraversato con successo le tempeste del 2008 e del 2009, potrebbero non farcela a fronteggiare altrettanto bene i problemi che si affacciano all’orizzonte. La crescita del Brasile è già in fase di stallo, alimentando l’ansia tra i suoi vicini in America Latina.

Nel frattempo, non sono scomparsi i problemi a lungo termine –tra cui il cambiamento climatico e le altre minacce ambientali, e le ineguaglianze crescenti nella maggior parte dei paesi del mondo. Alcuni sono diventati più gravi. Per esempio, l’elevata disoccupazione ha depresso i salari e aumentato la povertà.

La buona notizia è che affrontare questi problemi a lungo termine potrebbe effettivamente contribuire a risolvere i problemi a breve termine. Maggiori investimenti per riconvertire l’economia per far fronte al riscaldamento globale potrebbero contribuire a stimolare l’attività economica, la crescita, la creazione di occupazione. Una tassazione maggiormente progressiva, ridistribuendo di fatto  il reddito dall’alto verso il centro ed il basso, potrebbe allo stesso tempo ridurre le ineguaglianze ed incrementare l’occupazione, stimolando la domanda totale. Imposte più alte per i livelli più elevati di reddito potrebbero generare entrate per il finanziamento degli investimenti pubblici necessari, e per fornire una certa protezione sociale per coloro che si trovano ai livelli più bassi di reddito, compresi i disoccupati.  

Anche senza allargare il deficit di bilancio, tali incrementi “in pareggio” delle imposte e della spesa abbasserebbero la disoccupazione  ed aumenterebbero la produzione. La preoccupazione, però, è che la politica e l’ideologia su entrambi i lati dell’ Atlantico, ma soprattutto negli Stati Uniti, non permetteranno che niente di tutto questo si verifichi. L’attenzione fissa sul disavanzo porterà a tagli nella spesa sociale, al peggioramento delle diseguaglianze. Allo stesso modo, il fascino duraturo della “economia dell’offerta”, nonostante tutte le prove contro di essa (soprattutto in un periodo in cui la disoccupazione è elevata), impedisce l’aumento delle tasse ai livelli alti.

Anche prima della crisi, c’era un riequilibrio del potere economico – di fatto, la correzione di una anomalia storica di 200 anni, in cui la quota dell’Asia del PIL mondiale, ad un certo punto, è scesa da circa il 50% a meno del 10%. L’impegno pragmatico alla crescita che si vede in Asia e negli altri mercati emergenti oggi è in contrasto con le politiche sbagliate dell’occidente, che, guidate da una combinazione di ideologia ed interessi di parte, quasi sembrano riflettere l’impegno a non crescere.

Come risultato, il riequilibrio economico globale rischia di avere una accelerazione, dando luogo quasi inevitabilmente a tensioni politiche. Con tutti i problemi che l’economia globale si trova a fronteggiare, saremo fortunati se questi attriti non cominceranno a manifestarsi entro i prossimi dodici mesi.

 

Joseph E. Stiglitz è professore universitario alla Columbia University, premio Nobel per l’Economia, ed autore di  Freefall: Free Markets and the Sinking of the Global Economy.

 

© Project Syndicate, 2012.

Tradotto dall’inglese da Roberta Ziparo




            

Ultimi commenti degli utenti

Nessun commento













Powered by Share Trading
Everlasting

activtrades