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DOVE VA L'EUROPA? È il quesito che pone Michael Boskin, docente di economia alla Stanford University, prospettando tre diversi scenari sul destino dell'Europa

28 Marzo 2012 - Autore: Redazione


BEIJING – Oggi che si è fortemente ridotta la probabilità di un’implosione contagiosa del debito sovrano e del fallimento delle banche europee grazie all’accordo sul debito greco ed il programma di prestiti della Banca Centrale Europea, del debito sovrano e del fallimento delle banche europee grazie all’accordo sul debito greco ed il programma di prestiti della Banca Centrale, è il momento di guardare avanti. Dove sono diretti a questo punto l’Unione Europea, la zona euro, e i paesi dell’Unione Europea gravemente indebitati? L’Europa sarà in grado di ridimensionare gli aspetti più gravosi del suo welfare senza che le difficoltà economiche e i disagi sociali comportino la caduta dei governi e che, nei paesi periferici, vengano compromessi i già fragili accordi con i creditori?

Qualche buona notizia a livello mondiale può avere un impatto positivo sul modo di affrontare tali questioni. L’economia statunitense è in graduale ripresa, anche se lentamente per gli standard di recupero da una profonda depressione. Considerato che la Cina, il Brasile, e l’India restano dipendenti dai loro clienti europei e statunitensi, anche loro sono in una fase di rallentamento, anche se è probabile che ciò andrà a buon fine se la recessione europea sarà breve e leggera come previsto.

Dato che la produzione economica dell’UE e la sua popolazione sono maggiori di quelle degli Stati Uniti, il destino dei suoi 27 paesi riguarda tutti, da New York a Nuova Delhi, da San Paolo a Shanghai. Costituitasi originariamente come zona di libero scambio, la zona euro comprende 17 dei paesi europei. Il mettere insieme 17 economie completamente diverse, le loro culture ed istituzioni è stata un’impresa colossale, densa di pericoli.

Il trattato di Lisbona enfatizza l’unanimità nei processi decisionali. Il fatto che alcuni paesi siano membri dell’eurozona, ed altri che se ne siano tenuti fuori, oltre ai diversi interessi economici e alle differenti tradizioni monetarie e fiscali anche all’interno della stessa zona euro, rende difficile un accordo. Questo pone le basi per tre scenari, ognuno con ampie implicazioni per l’economia europea e mondiale, per il sistema finanziario e bancario, e per le relazioni tra gli stati membri e le istituzioni dell’UE.

Nel primo scenario, l’Europa uscirà dalla crisi più unita e omogenea, mediante l’imposizione di maggiori restrizioni sui bilanci degli stati membri per ridurre il rischio apparente. Insieme ad un’ampia zona euro rafforzata, resta il rischio di una futura crisi monetaria .

Nel secondo scenario, un’Europa a due o tre livelli include un euro a due livelli, dove i paesi più deboli usano una moneta diversa, un ”euro B”, che può fluttuare nei confronti “dell’euro A” delle economie più forti. Questo accordo permetterebbe di mantenere la promessa nei confronti delle economie che hanno dei problemi fiscali che, nel caso riuscissero ad agire all’unisono, potrebbero ricongiungersi al gruppo dell’ “euro A” – e questo molto più rapidamente di quanto sarebbe stato possibile sulla base della loro moneta.

Nello scenario finale, ciò che emerge è un’Europa più decentrata, con meno accordi dall’alto a parte per le relazioni commerciali e con una zona euro omogenea, più piccola e composta dalle economie centrali dell’UE. Tale costrutto sarebbe di gran lunga più popolare tra i cittadini che sono scontenti della crescita del potere della UE a Bruxelles e la perdita della tradizionale sovranità nazionale. Alcuni degli stati membri dell’euro – la Grecia (e forse altri)- faranno ritorno alla valuta nazionale.

Nessuna di queste opzioni è semplice; ognuna comporta serie difficoltà e rischi enormi. La cosa migliore che si possa sperare è di cavarsela alla meno peggio caso per caso.

Ad esempio, in che modo la Grecia (o qualsiasi altro paese) potrebbe uscire dall’euro in modo da attutire l’estremo ribasso dei salari, misura necessaria per il recupero della competitività, e in maniera tale da evitare i gravi disordini sociali che potrebbero emergere da un contenimento del debito eccessivamente repentino? Appena si diffondesse la voce che la Grecia stia considerando seriamente tale mossa – ben prima anche che sia possibile per il paese mettere in circolazione la nuova valuta in dracma- i depositi bancari in euro abbandonerebbero la Grecia.

Come risultato, la Grecia sarebbe costretta ad imporre controlli sui capitali. Alcuni contratti denominati in euro sarebbero soggetti alla legge greca, alcuni al diritto europeo, ed altri – per esempio i contratti derivati- a quello inglese o statunitense. Ne risulterebbe un caos giuridico. Tuttavia, il rimanere attaccati all’euro e il forzare tutti questi aggiustamenti al ribasso dei salari comportano il rischio di disordini ancora più gravi; e per di più, tutto ciò potrebbe non far altro che ritardare l’inevitabile.

I governi ed i mercati obbligazionari metteranno alla prova la serietà delle linee guida di politica fiscale recentemente concordate (se verranno ratificate). Anche se è difficile parlarne ora, infatti la storia di tali accordi non ispira ottimismo. Prima della crisi finanziaria, persino la Germania ha violato i limiti di disavanzo sanciti dal Patto di Crescita e Stabilità della UE (Growth and Stability Pact – GSP). Nel 1980, gli Stati Uniti non hanno rispettato i limiti di disavanzo fissati dalla legge Gramm-Rudman-Hollings, che, come il GSP, sono stati rivisti ed estesi. Gli accordi stabiliti con il Fondo Monetario Internazionale e con il nuovo Fondo Europeo di Salvataggio, e la possibilità di accesso a quest’ultimi, forniscono alcuni vincoli (leggeri).

Indipendentemente da come tali problemi di governance e di politica finanziaria vengano risolti, o confusamente affrontati alla meno peggio, le banche europee rimangono una questione spinosa. Con il tempo offerto dai prestiti di tre anni a basso tasso della BCE, queste hanno un po’ di respiro per ricostruire il loro capitale e ripulire i propri bilanci. Ma così facendo, è probabile che non possano espandere i prestiti al settore privato e quindi sostenere la crescita economica. Le banche europee sono di gran lunga meno capitalizzate, e detengono una proporzione molto maggiore di crediti accordati rispetto alle banche americane, dove i prestiti hanno origine in misura maggiore sui mercati dei capitali.

Le più grandi banche americane hanno recentemente superato i test della Federal Reserve- Citi rappresenta un’eccezione- con capitale sufficiente a resistere ad una ipotetica grave recessione (disoccupazione al 13%, un ulteriore calo del 21% nel prezzo delle case, ed una diminuzione del 50% nel mercato azionario). I test europei sono stati molto più deboli. Sarà necessario qualcosa sul tipo delle obbligazioni Brady per ridurre e dilazionare il debito sovrano in eccesso.

Possiamo aspettarci nuove turbolenze in Europa – a causa delle banche, del debito sovrano, e di rivolte sociali in risposta agli arretramenti, peraltro ancora insufficienti, sul piano delle politiche sociali- e visioni contrastanti, all’interno e tra i paesi, per quanto riguarda una maggiore integrazione europea. L’Europa ha fatto molto strada dai giorni in cui i suoi leader avevano profetizzato che l’euro avrebbe presto rivaleggiato con il dollaro come valuta di riserva mondiale.

Eppure nessuno può dichiarare che l’Europa sia fuori gioco. Ha ancora molti punti di forza, e con riforme cruciali può sopravvivere e ritrovare maggiore prosperità e stabilità. Ma per ora si trova all’inizio della strada piuttosto che verso la fine di quel percorso.

 

 

Michael Boskin è professore di economia alla Stanford University e Senior Fellow della Hoover Institution. 

 

 

 

 

 

 

© Project Syndicate




            

Ultimi commenti degli utenti

Una soluzione non prevista da Boskin, che a mio avviso sarebbe la piu' logica, e' la monetizzazione dei debiti pubblici dell'area euro in un arco di 10/15 anni, tale manovra deve essere accompagnata dal fiscal combact cosė come concordato, in difetto il fiscal combact diventa mortal combact

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