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CRESCITA, EUROZONA E AUSTERITA'. L'intervista esclusiva a Michael Spence, Premio Nobel per l'Economia 2001

9 Luglio 2012 - Autore: Redazione


 Nel suo ultimo libro, The Next Convergence (pubblicato in Italia per i tipi di Laterza col titolo “La convergenza inevitabile, 376 pagine) si focalizza sull’importanza della crescita. Di recente il Primo Ministro australiano e il Presidente della Repubblica coreana hanno parlato persino di “Vangelo della crescita”. Tuttavia, questa parola rischia di usurarsi: molti politici la utilizzano senza averne un’idea precisa. Qual è la sua definizione di “crescita”?

 

La crescita non è propriamente un obiettivo, ovvero ciò a cui punta la maggior parte della gente. Tuttavia, in molte parti del mondo è un requisito fondamentale per raggiungere ciò che davvero importa alle persone. Nei Paesi in via di sviluppo la crescita consiste in un percorso per diminuire la  povertà e incrementare i presupposti per la produttività e la creatività. In molti stati avanzati, anche qui  in Europa, costituisce invece un’importante via per ripristinare la stabilità fiscale e per creare nuove opportunità di impiego per i giovani. In ogni caso la crescita ha bisogno di essere mantenuta nella giusta prospettiva. E non è tutto. Ci sono equità, stabilità, sostenibilità e molti altri fattori che importano alla gente che non sono ascrivibili al reddito o al consumo. È solo questione di considerare le cose (dunque la crescita stessa, ndr) nella loro giusta proporzione e rilevanza piuttosto che come un singolo obiettivo da perseguire.

 

Persino nel’ultimo G-20 in Messico, la crescita è stata tuttavia identificata come una “priorità assoluta”. Come reputa i proponimenti di quest’ultimo Forum?

A questo punto della nostra storia, avendo avuto una crisi basata in parte su modelli di crescita difettosi  e insostenibili, è un’alta priorità ristrutturare e ribilanciare le nostre economie affinché abbiano la capacità di generare un modello sostenibile di crescita inclusiva.

 

Enrico Tommaso Cucchiani, CEO di Intesa Sanpaolo, nell’introduzione al suo libro e anche in una recente conferenza, ha invitato il governo italiano ad avvalersi della sua esperienza e della sua conoscenza globale delle questioni economiche, visto che lei vive buona parte dell’anno nel nostro Paese. Che opinione ha a riguardo? Ha già ricevuto qualche telefonata dallo staff del Premier Monti?

 

È stato carino da parte di Enrico. È un amico e un uomo d’affari di talento. Nella mia carriera ho cercato di capire le dinamiche della crescita nei Paesi in via di sviluppo e avanzati e ho provato ad aiutarne alcuni che mi hanno lanciato difficili sfide in materia di progresso e sviluppo. Non sto cercando lavoro, ma sarei lieto di condividere pensieri ed esperienze qui in Italia con i membri del governo e i loro consulenti, se pensano che potrebbe essere loro utile. Ho di recente ricevuto un invito per parlare della crescita con una persona influente del governo di un altro Paese europeo.

 

Sempre riguardo al nostro Paese, lei lo scorso novembre si chiedeva in un articolo: “L’Italia può essere salvata?”. Faceva riferimento al nostro debito sovrano (il terzo più grande al mondo) e al nostro basso tasso di crescita, ma anche ai nostri punti di forza (debito aggregato ed efficienza industriale soprattutto nel Nord e Centro Italia). Segnalava inoltre che potremmo superare la crisi grazie a tre fattori: risorse, competenza e volontà. Dopo sette mesi, è mutata la sua visione? Oggi l’Italia può essere salvata?

La mia risposta è nuovamente sì. Dovrei brevemente rettificare quanto detto: il mercato del debito sovrano italiano è il terzo più grande al mondo. Il suo debito rispetto al PIL tra economie importanti è il secondo più grande dopo il Giappone. Sul fronte nazionale, le riforme necessitano di essere completate e ciò richiede il supporto di tutte le parti politiche o di una significativa parte di esse. La situazione risulta comunque difficoltosa. Sei o sette anni fa, le vincenti riforme tedesche non furono tutte di facile attuazione. In definitiva, non sussiste tanto un problema di risorse o competenza. Suppongo sia la volontà a dover essere ancora definita.

 

E come si può tradurre questa volontà in azioni concrete?

Rispetto a sette mesi fa, posso aggiungere che l’Italia (e la Spagna) hanno bisogno di tempo perché le riforme vengano completate e siano efficaci. Il capitale privato non circola nel mercato del debito sovrano di questi Paesi o, quando ciò accade, lo fa a tassi di rendimento alti e crescenti. L’aumento di tali tassi, se autorizzato a perdurare, provocherebbe il fallimento delle riforme e porterebbe infine a risultati negativi, incluso lo scioglimento dell’Eurozona. Italia e Spagna necessitano quindi di un aiuto sotto forma di un finanziamento temporaneo del debito sovrano dalle istituzioni più potenti dell’Eurozona (BCE, Fsf, Esm, la Germania) e dal Fondo Monetario Internazionale. Non si tratta di un’iniezione di liquidità bensì di una mutualizzazione del rischio di breve termine al fine di controllare questo aumento dei tassi. Vi sono chiaramente due tipi di scenario e dunque due equilibri. Occorre ripartire il rischio di breve termine per accrescere le probabilità di raggiungimento di un buon equilibrio: riforme del lavoro, calo dei tassi di rendimento e compattezza dell’Eurozona (forse senza la Grecia).

 

A proposito di compattezza, molti economisti ritengono che al momento ci siano solo due opzioni per il futuro dell’Eurozona: la disgregazione o la creazione di un “superstato”. Cosa ne pensa? E riguardo ai tanto citati Eurobond?

 

Se l’Eurozona sopravvivrà all’attuale crisi, si assisterà ad uno spostamento verso un qualche tipo di governo federale. Ciò non sottintende un superstato con tutti i poteri centralizzati. Alcune province del Canada e stati negli Usa godono di non pochi poteri fiscali e di autonomia. Se arriveremo a quel punto, avrebbe senso avere anche gli Eurobond. Ma ora come ora essi appaiono prematuri.  Le persone ne sono attratte perché essi generano il tipo di condivisione del rischio a cui mi riferivo sopra; ma lo fanno senza le condizioni che la Germania e altri vorrebbero. Nel breve termine, ritengo occorrano altri meccanismi per ridistribuire il rischio e mantenere bassi i tassi di rendimento; una volta che la situazione si sarà stabilizzata e le strutture alternative di governo saranno definite, allora suppongo che vedremo gli Eurobond.

 

Alcuni economisti e persino Premi Nobel hanno di recente occupato le prime pagine di prestigiosi quotidiani internazionali con le loro previsioni apocalittiche relative all’Eurozona. Le sue, come si può facilmente constatare, non sono analisi sensazionalistiche: lei predilige uno stile più misurato e propositivo. Come considera invece l’atteggiamento meno cauto dei suoi colleghi?

 

Beh, siamo tutti preoccupati e lo esprimiamo in maniere diverse. Di errori se ne fanno, ma io sono propenso generalmente a non dare peso alle negatività o alle idiozie. Ci sono delle eccezioni però. La verità è che stiamo vivendo in un periodo di transizione molto complesso dell’economia globale, sia nei Paesi avanzati che in quelli in via di sviluppo. Ci troviamo in uno stato di grande confusione. Abbiamo un interesse collettivo nel risolverlo insieme. Tendenzialmente le soluzioni non sono mai così scontate, persino quando ci sono idee o proposte che di primo acchito appaiono inadeguate. Per questo preferisco pensare e scrivere di questi argomenti nel modo che lei ha menzionato.

 

E proprio parlando in termini propositivi, lei nel suo libro individua una “ricetta” in grado di favorire lo sviluppo basata su innovazione, leadership e sostenibilità. Come può essere applicata alla situazione europea?

I paesi sviluppati crescono in gran parte sull’innovazione. Qualche volta lo fanno su modelli di crescita difettosi e insostenibili. Ciò è accaduto negli Stati Uniti, nel Sud Europa e nel Regno Unito. Alla leadership si richiede di dare a queste economie un corso maggiormente sostenibile. Senza di esso, si tende ad avere riprese molto lente, performance economiche costantemente povere e conseguenti problemi come l’alto tasso di disoccupazione. Questo porterebbe alla fine ad una perdita di coesione sociale che si riverserebbe sulla vita politica - solitamente con risultati negativi.  Occorre cercare di impegnarsi maggiormente nell’identificazione di  sfide diversificate riguardanti la sostenibilità e di modelli di crescita auto-limitativi prima che essi provochino seri danni.

 

Modelli che i Paesi emergenti – che lei conosce molto bene poiché vi ha trascorso lunghi periodi – sembrano aver trovato, sebbene al momento risultino condizionati dalla preoccupazione per le sorti dell’Europa, Cina in particolare…

 

La Cina senza alcun dubbio non desidererebbe altro che il ritorno alla stabilità e alla crescita per l’Europa. Come, dopo tutto, chiunque altro. La Cina e gli altri Paesi in via di sviluppo vorrebbero inoltre vedere il ritorno dell’America a una crescita più vigorosa e con meno rischi, auspicando che il processo politico e legislativo operi in maniera più pragmatica e non chiuso nel proprio reticolato. Quella cinese è la terza più vasta economia al mondo dopo l’Europa e gli Stati Uniti. Rappresenta circa la metà delle dimensioni di ciascuna. Ancora relativamente bassa nel reddito pro capite, ma considerevole. Per questo la sua continua crescita è di enorme importanza per tutti gli altri Paesi in via di sviluppo e di sicuro per l’economia globale. Se la Cina cresce dell’8%, in termini di domanda globale, questo dato equivale al 4% in Europa e in America. Pechino sta entrando nel complesso passaggio al reddito medio. Ha lavorato bene a piani per la riforma strutturale dell’economia, ma ora la sua sfida è l’attuazione. E si tratta di una grandissima sfida.

 

Lei ha scritto di recente: «Cosa ne è di questo conflitto tanto discusso tra austerità e crescita? Credo che si basi su un equivoco piuttosto grave. Per i tedeschi, l’austerità, sotto forma di moderazione salariale e di reddito, è stata una parte importante delle riforme orientate alla crescita che il loro Paese ha completato nel 2006. Ma, sul fronte di chi riceve il messaggio nell’Europa meridionale (e al di là dell’Atlantico), si intende l’“austerità” per lo più in termini fiscali». Qual è la corretta interpretazione di questa parola? E qual è il suo rapporto con la “crescita”?

 

La parola “austerità” ha fin troppi significati. In questo contesto significa sia prendere decisioni che ristabiliscano l’equilibrio fiscale sia scelte che incidano su produttività, competitività e crescita. Sono entrambi importanti. Tuttavia, quando due gruppi considerano rispettivamente solo uno dei due aspetti, ciò può indurre alla confusione, a problemi di comunicazione, col risultato di frenare lo sforzo cooperativo di tirarci fuori dalla presente situazione, rischiosa e vacillante. La Germania ha ristabilito la propria competitività e crescita in un contesto piuttosto diverso, con l’economia globale in aumento e l’Eurozona abbastanza stabile. Non è questa l’attuale congiuntura ed è il motivo principale per cui i Paesi non possono farcela da soli – persino attraverso sfide riformiste - e di conseguenza si rende necessaria un’azione collettiva lungimirante e congiunta.

 

Basandosi sulle sue analisi e sulle sue proposte dalla visione globale, la nostra comunità di lettori l’ha segnalata come il più influente economista dell’anno.

Mi fa davvero piacere. Lo considero un grande complimento che apprezzo moltissimo.

 

 

Alessia Liparoti

 

 

Per la versione inglese cliccare qui 




            

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