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COME COMBATTERE LA MANIPOLAZIONE MONETARIA. L'analisi di Simon Johnson, professore al MIT Sloan

31 Marzo 2015 - Autore: Redazione


WASHINGTON, DC – È appropriato utilizzare gli accordi commerciali per scoraggiare i Paesi dal fare interventi su larga scala nel mercato dei cambi per mantenere basso il valore della propria divisa? Questa è la domanda del giorno nei circoli americani di politica economica.
Negli ultimi anni, il Giappone, la Corea del Sud e la Cina hanno manipolato le proprie monete per mantenerle sottovalutate. Questa manovra ha incentivato le loro esportazioni, limitato le importazioni e portato ad ampi surplus di parte corrente. Ma un intervento di questo genere incide negativamente sui partner commerciali ed è vietato in base alle esistenti norme internazionali. Sfortunatamente, queste regole si sono rivelate completamente inefficaci.

Ora è emersa una nuova opportunità per affrontare la questione: la Partnership Trans-Pacifica (TPP) – il trattato di libero scambio regionale che coinvolge Stati Uniti, Giappone e altri dieci Paesi dell’America Latina e dell’Asia. Con la TPP in procinto di essere finalizzata, la Corea del Sud e la Cina osservano attentamente, mentre altri Paesi vorrebbero unirsi.
Il presidente americano Barack Obama sostiene a ragione che questa è l’occasione giusta per fissare le regole per il commercio e gli investimenti nel ventunesimo secolo. Eppure il Dipartimento del Tesoro americano e il rappresentante Usa per il commercio rifiutano costantemente di includere nella TPP qualsiasi clausola che proibisca la manipolazione valutaria, per cinque ragioni principali – nessuna delle quali riflette la realtà.
La prima argomentazione è che il Fondo monetario internazionale può occuparsi dei casi di manipolazione valutaria. Il Fmi effettivamente dispone di linee guida aggiornate in grado di definire e tentare di prevenire tale fenomeno. Sono state adottate non solo con l’assenso dell’America, ma su insistenza della stessa, in un momento (metà anni 2000) in cui il renminbi cinese era fortemente sottovalutato, contribuendo alla perdita di milioni di posti di lavoro nel manifatturiero americano.
Sfortunatamente, il Fmi non può far rispettare le sue linee guida, perché i manipolatori delle divise sono in grado di bloccare le azioni. È questo il modello consolidato e costantemente in uso, anche quando ero capo economista del Fmi (dagli inizi del 2007 ad agosto 2008).

La seconda argomentazione avanzata dal Tesoro americano e dal rappresentante per il commercio è che non possono essere negoziate regole valutarie sufficientemente precise. Ma non c’è nulla di sbagliato nelle linee guida del Fmi – sia la versione del 2007 che quella del 2012 –negoziate dal Tesoro stesso.
Riconoscendo questo, il deputato del Congresso Sander Levin – democratico a capo della House Ways and Means Committee, che ha giurisdizione nel commercio internazionale  – propone di basare un capitolo monetario della TPP sulle linee guida del Fmi. Queste linee guida identificano quando un Paese, pur incorrendo in un surplus di parte corrente, persegue acquisti di asset stranieri su vasta scala e a lungo termine, così bloccando l’apprezzamento dei tassi di cambio – esattamente il problema che intendiamo prevenire. (Ho lavorato con Levin su alcune di queste tematiche, ma qui parlo solo a nome personale).

La terza argomentazione contro l’inserimento delle disposizioni anti-manipolazione nella TPP è che metterebbero a rischio la capacità dell’America di implementare gli stimoli monetari. Ma ciò riflette un profondo fraintendimento della questione. Un capitolo sulle valute ben progettato e inserito nella TPP non ostacolerebbe l’indipendenza monetaria americana.
La tradizionale politica monetaria funziona alterando i tassi di interesse a breve termine, che include l’acquisto e la vendita da parte della banca centrale di titoli di debito pubblico a breve termine. Non è previsto alcun intervento nel mercato dei cambi – nessun acquisto e vendita di moneta estera.
In modo analogo, il quantitative easing (QE) che ha definito la politica monetaria di molte grandi banche centrali negli ultimi anni non implica l’acquisto e la vendita di asset stranieri. Con l’allentamento monetario, la Federal Reserve acquista – e annuncia di farlo a breve – titoli; l’unica differenza è che questi asset sono strumenti di debito pubblico americano a lunga scadenza e mortgage-backed securities di varia natura,  tutti denominati in dollari americani.

La quarta argomentazione è che nessun grande Paese sta attualmente manipolando il tasso di cambio (il renminbi registra un apprezzamento monetario dalla metà degli anni 2000), quindi non c’è nulla da temere. Però non c’è niente che fermi la Cina o qualsiasi altro Paese dal riprendere interventi su larga scala nel mercato valutario se e quando gli va di farlo. E la mancanza di tensione diplomatica sui tassi di cambio oggi lo rende un buon momento per sollevare la questione.
La ragione finale citata a supporto dell’esclusione di un capitolo monetario dalla TPP è che i Paesi che sono in trattativa non approverebbero mai. Ma questa argomentazione non regge quando i Paesi partecipanti vengono esaminati uno ad uno.
Canada, Australia e Nuova Zelanda, economie sviluppate con tassi di cambio fluttuanti, non intendono incoraggiare la manipolazione valutaria. Il Cile, un Paese a medio reddito che da tempo vanta politiche macroeconomiche solide e responsabili, non è a favore della manipolazione valutaria. Messico e Perù hanno molto da temere dall’eventualità che altri Paesi diventino nuovamente manipolatori valutari.

In modo analogo, il Giappone, che ora lancia la sua versione di QE, teme una potenziale manipolazione valutaria di altri Paesi, come Corea del Sud e Cina. Malesia e Singapore, avendo accumulato un sostanzioso stock di riserve valutarie, ora dovrebbero preoccuparsi per la manipolazione valutaria da parte dei loro partner commerciali. Il Vietnam ha questioni molto più serie da risolvere, soprattutto per quanto riguarda i diritti del lavoro. E il Brunei Darussalam, con una popolazione inferiore a 500.000, è improbabile che si opponga.
La manipolazione valutaria è un problema reale che causa danni significativi. La questione TPP – se stabilisce un meccanismo di risoluzione delle controversie in grado di chiudere rapidamente pretese inconsistenti e focalizzarsi su casi veri e propri – potrebbe offrire la migliore chance di risoluzione.

©Project Syndicate




            

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