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C'E' UN PIANO B PER LA GRECIA? Il punto di Kenneth Rogoff, professore di Economia all'Università di Harvard

13 Febbraio 2015 - Autore: Redazione


TOKYO – I mercati finanziari hanno accolto in modo prevedibile l’elezione del nuovo governo di estrema sinistra in Grecia. Ma, anche se la vittoria del partito Syriza ha fatto precipitare le azioni e le obbligazioni greche, sono pochi i segnali di contagio per gli altri paesi in difficoltà della periferia della zona euro. I titoli a dieci anni spagnoli, per esempio, sono ancora scambiati a tassi di interesse inferiori ai titoli del tesoro americani. Ci si domanda quanto durerà questa relativa calma.

Si presume in generale che il nuovo governo “sputafuoco” della Grecia avrà poco altro da fare se non attenersi al programma di riforme strutturali del suo predecessore, forse in cambio di un modesto allentamento dell’austerità fiscale. Tuttavia, le dimensioni politiche, sociali, economiche della vittoria di Syriza sono troppo significative per essere ignorate. Infatti, non è possibile escludere completamente una brusca uscita del paese dall’euro (“Grexit”), o molti minori controlli sui capitali che adesso di fatto rendono inferiore il valore di un euro all’interno della Grecia rispetto all’estero.

Alcuni politici della zona euro sembrano essere sicuri che un’uscita della Grecia dall’euro, dura o morbida, non sarà più una minaccia per gli altri paesi periferici. Potrebbero avere ragione; d’altra parte, già nel 2008, i politici americani pensavano che il crollo di una banca di investimento, la Bear Stearns, avesse preparato i mercati al fallimento di un altra, la Lehman Brothers. Sappiamo come è andata a finire.

È vero, dall’inizio del 2010, da quando la crisi greca ha iniziato a svilupparsi, si sono attuati alcune politiche importanti e qualche progresso istituzionale. La nuova unione bancaria, per quanto imperfetta, e la determinazione della Banca Centrale Europea di salvare l’euro facendo “tutto il necessario”, sono atti essenziali per il sostegno dell’unione monetaria. Un’altra innovazione importante è stata la messa a punto del Meccanismo Europeo di Stabilità, che, come il Fondo Monetario Internazionale, ha la capacità di eseguire grandi salvataggi finanziari, pure soggetti a determinate condizioni.

Eppure, anche con queste nuove protezioni istituzionali, i rischi finanziari globali di instabilità della Grecia restano profondi. Non è difficile immaginare che i nuovi e aggressivi leader greci sottovalutino l’intransigenza della Germania riguardo alla riduzione del debito o alla rinegoziazione dei pacchetti di riforme strutturali. Inoltre non è difficile immaginare che gli Eurocrati possano valutare male le dinamiche politiche interne alla Grecia.

Con qualsiasi scenario, la maggior parte del peso delle operazioni di adeguamento ricadrà sulla Grecia. Qualsiasi paese dissoluto che è improvvisamente costretto a vivere con i propri mezzi deve compiere un enorme percorso di adeguamento, anche se tutti i suoi debiti pregressi vengono condonati. E la dissolutezza della Grecia è stata epica. Nel periodo precedente la sua crisi del debito del 2010, il deficit di bilancio primario del governo (l’importo per il quale la spesa pubblica per beni e servizi supera i ricavi, al netto degli interessi sul debito) è stato equivalente a uno sbalorditivo 10% del reddito nazionale.

Una volta che è scoppiata la crisi e la Grecia non ha più avuto la possibilità di accedere a nuovi prestiti privati, è stata la “troika” (il FMI, la BCE e la Commissione Europea) a fornire in modo massiccio finanziamenti agevolati a lungo termine. Ma anche se il debito greco fosse completamente spazzato via, il passaggio da un deficit primario del 10% del PIL a un bilancio equilibrato comporta un pesante “giro di vite” – e quindi, inevitabilmente, la recessione. I tedeschi hanno ragione nel sostenere che le recriminazioni riguardo all’“austerità” dovrebbero essere dirette ai precedenti governi greci. Gli eccessi di questi governi hanno innalzato i consumi del paese al di sopra di un livello sostenibile; un crollo era inevitabile.

Ciò nonostante, l’Europa deve essere molto più generosa, abbassando il debito in modo permanente e, cosa ancora più urgente, riducendo il rimborso dei flussi a breve termine. Il primo è necessario a contenere l’incertezza a lungo termine; il secondo è essenziale per facilitare la crescita a breve termine.
Diciamolo chiaro: oggi le difficoltà della Grecia sono in gran parte il prodotto delle proprie scelte. (Non ne sono certamente responsabili i giovani greci - che oggi, di solito, impiegano un paio di anni in più per completare il college, perché i loro insegnanti sono spesso in sciopero).

In primo luogo, nel 2002, è stata terribilmente irresponsabile la decisione dei paesi della zona euro di ammettere la Grecia alla moneta unica, con l’avallo della Francia a cui va gran parte della colpa. Allora, la Grecia non riusciva evidentemente a soddisfare una pletora di criteri di convergenza di base, a causa del suo debito massiccio e della relativa arretratezza economica e politica.
In secondo luogo, la maggior parte dei finanziamenti per i debiti della Grecia proveniva dalle banche tedesche e francesi che avevano guadagnato enormi profitti mediante l’intermediazione dei prestiti dai propri paesi e dall’Asia. Hanno versato questi soldi in uno stato fragile la cui credibilità fiscale, in ultima analisi, si basava sul fatto di venire salvato da altri membri dell’euro.

In terzo luogo, i partner della zona euro della Grecia agitano un enorme “pungolo” che è in genere assente nelle trattative sul debito sovrano. Se la Grecia non accetta le condizioni che le sono state imposte per mantenere la sua adesione alla moneta unica, rischia di essere esclusa del tutto dall’Unione Europea.

Anche dopo due pacchetti di salvataggio, non è realistico aspettarsi che i contribuenti greci comincino presto a fare grandi rimborsi - non con una disoccupazione al 25% (e oltre il 50% per i giovani). La Germania e gli altri “falchi” nordeuropei hanno ragione ad insistere perché la Grecia rispetti gli impegni in materia di riforme strutturali, in modo che un giorno si possa realizzare la convergenza economica con il resto della zona euro. Ma dovrebbero fare concessioni ancora più profonde riguardo alla restituzione del debito, laddove gli eccessi creano ancora una notevole incertezza politica per gli investitori.

Se le concessioni alla Grecia creano un precedente che altri paesi potrebbero voler sfruttare, così sia. Prima o poi, anche altri paesi periferici avranno bisogno di aiuto. La Grecia, si spera, non sarà costretta a lasciare la zona euro, anche se opzioni temporanee come l’imposizione di controlli sui capitali in definitiva possono rivelarsi necessarie per evitare un tracollo finanziario. L’Eurozona deve continuare a piegarsi, purché non arrivi a rompersi.
 

©Project Syndicate
 




            

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