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A CHE SERVE IL SINDACATO OGGI? Intervista esclusiva a Pietro Ichino, Stefano Trifirò, Gabriele Fava e Marco De Bellis

19 Settembre 2011 - Autore: Redazione


 A seguito dell’accordo interconfederale del 28 giugno, si può parlare del 2011 come di un “anno zero” per il diritto sindacale? È l’interrogativo che si è posto l’AGI (Avvocati Giuslavoristi Italiani) e che rappresenterà il fil rouge del prossimo convegno dell’associazione che si riunirà a Napoli il 29 ottobre. In attesa dei risultati che emergeranno dall’assemblea, FinanzaeDiritto.it ha deciso di anticipare i tempi, interpellando alcuni dei più autorevoli professionisti nel campo del diritto del lavoro. Si tratta di Marco De Bellis dello Studio Marco De Bellis & Partners, Gabriele Fava di Fava & Associati, Pietro Ichino dello Studio Ichino Brugnatelli e Stefano Trifirò della Trifirò & Partners – Avvocati.

 

UNA NUOVA ERA PER IL DIRITTO SINDACALE? La contrattazione collettiva sembra tornata alla ribalta in questo 2011 segnato da rilevanti avvenimenti sul fronte del diritto sindacale. Da qui all’utilizzo dell’espressione “anno zero”, adottata anche dall’Agi non senza esitazioni, sembra prevalga la cautela. «Mi sembra eccessiva come definizione – ha puntualizzato l’avvocato Marco De Bellis -. Occorre aspettare un po’ di tempo. L’esperienza insegna che bisogna lasciar sedimentare le innovazioni. Quello del 28 giugno è stato un passaggio molto importante che potrebbe costituire un punto di rinnovamento delle relazioni sindacali. Però la prudenza è d’obbligo». In tal senso il giuslavorista cita il contesto in cui l’intesa tra parti sociali e Confindustria si è delineata. «Questo accordo – prosegue – è nato sulla scorta del timore di perdere investimenti importanti e posti di lavoro. È sorto inoltre dall’enorme forza contrattuale che la Fiat ha nei confronti sia del sindacato e delle maestranze sia degli organismi territoriali e dello Stato. Per cui dubito che altre aziende possano avere la stessa forza contrattuale».

 

Di parere affine Gabriele Fava dell’omonimo Studio. «È  eccessivo parlare di “anno zero” – sottolinea -. Ciò che cambia veramente, ed è questa la novità, è il diverso bilanciamento del potere gestionale/strategico delle relazioni sindacali e industriali. In altre parole, è probabile che le parti in gioco (imprese e sindacati) debbano ripensare ed “educarsi” ad un diverso e forse più equilibrato approccio delle loro relazioni».

 

 

 

 

 

All’espressione di «santoriana» memoria, Stefano Trifirò ne preferisce un’altra, più storicamente radicata. «Parlerei più di new deal, “nuova era” delle relazioni industriali – ha commentato -. Laddove  in politica non c’è stata o non c’è un’uniformità di vedute per uscire dalla crisi, in sede sindacale le contrapposte categorie associative dei lavoratori e dei datori, hanno trovato un’intesa comune».

 

 

 

 

 

Chi invece è convinto che si possa apostrofare il 2011 come l' “anno zero” per la contrattazione collettiva è il docente di Diritto del Lavoro nonché senatore del Pd, Pietro Ichino. L’accordo interconfederale del 28 giugno scorso – ha spiegato – segna davvero l’inizio della fine del sessantennio di “diritto sindacale transitorio” apertosi con l’abrogazione dell’ordinamento corporativo e l’emanazione dell’articolo 39 della Costituzione».

QUEI FRAGILI EQUILIBRI ANCHE DOPO L’ACCORDO. Lo ha dichiarato anche ieri, domenica 18 settembre, intervenendo nella trasmissione di Fabio Fazio «Che tempo che fa». Il Segretario Generale della Cgil, Susanna Camusso ha ribadito il concetto-chiave che «i lavoratori sono più uniti se i sindacati sono uniti». Ciononostante i rapporti tra le principali sigle è stato tutt’altro che roseo negli ultimi mesi. Accordo interconfederale compreso. Quali sono allora gli equilibri che si stanno venendo a creare? I dissidi tra Cgil, Cisl e Uil che conseguenze hanno sull’incisività e sulla credibilità dell’azione sindacale? «La fragilità a cui abbiamo assistito, purtroppo, influenza sempre negativamente le dinamiche delle aziende – sentenzia Gabriele Fava -. Quanto più sono precari gli equilibri tra le sigle sindacali, quanto più aumentano le difficoltà nelle relazioni industriali. In questo contesto, l’accordo interconfederale del 28 giugno è una nota positiva. Infatti, i contratti collettivi aziendali sottoscritti dalla maggioranza dei sindacati presenti in azienda vincoleranno tutti i dipendenti aderenti o meno al sindacato stipulante l’intesa. Ciò renderà maggiormente governabili e più dinamici i processi aziendali fornendo anche uniformità e certezza alle situazioni giuridiche che sono la base per lo sviluppo e il recupero di competitività delle nostre imprese». Fiducioso nelle potenzialità dell’intesa siglata a fine giugno Pietro Ichino. «L’accordo – illustra il professore – stabilisce dei criteri precisi di misurazione della rappresentatività dei sindacati, sia a livello nazionale sia a quello aziendale. Esso, inoltre, per la prima volta stabilisce alcune regole fondamentali di democrazia sindacale. Su tutte, quella per cui la coalizione sindacale maggioritaria ha il potere di negoziare con efficacia nei confronti di tutti i dipendenti dell’azienda». Snodo cruciale segnalato anche da Stefano Trifirò, il quale tuttavia aggiunge: «Prima si cercava il consenso sulla base di una “unione” sindacale,  obbiettivo rivelatosi difficile da raggiungere. Ora ci saranno, su cui ragionare, dei dati più oggettivi di rappresentatività dei sindacati. Il centro di attenzione della contrattazione collettiva – prosegue – rimane la contrattazione di secondo livello che dovrebbe diventare il luogo di confronto tra le parti per trovare punti d’incontro col fine comune di far crescere l’azienda, creare più occupazione e risolvere i problemi in modo più mirato». Possibilista la posizione di Marco De Bellis riguardo alle ripercussioni dell’intesa sugli equilibri tra le varie sigle.  «Bisognerà vedere se funziona o meno l’accordo – dichiara -. Se funziona e si crea occupazione, pur con qualche innegabile sacrificio da parte di chi lo ha sottoscritto, io penso che potrebbe esserci un futuro per nuovi accordi del genere. Viceversa, vuoi per l’aggravarsi della crisi, vuoi per scelte strategiche magari anche legittime della Fiat, l’accordo non avesse il seguito che si prefiggeva, soprattutto in termini di salvaguardia dell’impiego, ciò potrebbe essere un problema».

 

A CHE SERVE IL SINDACATO OGGI? Il giuslavorista Pietro Ichino aveva titolato così il suo saggio, edito da Mondadori nel 2005, in cui raffigurava un sistema bloccato e auspicava che si giungesse a una «nuova cornice di regole» per lo sviluppo di un pluralismo fecondo. Una prospettiva che lui stesso ammette essersi concretizzata con l’accordo del 28 giugno. «Esso – sostiene – realizza gran parte, anche se non la totalità, del progetto di riforma delle relazioni industriali delineato in quel libro». E sul ruolo odierno delle associazioni a tutela dei lavoratori sottolinea: «Nell’era della globalizzazione il sindacato deve essere l’intelligenza collettiva che consente ai lavoratori di selezionare il meglio dell’imprenditoria mondiale, aprire con essa il negoziato, valutare i piani industriali proposti senza altra pregiudiziale che il rispetto della legge. Se la valutazione è positiva il mestiere del sindacato è quello di guidare i lavoratori nella scommessa comune con l’imprenditore, nell’attuazione del programma contrattato; e, ovviamente, di controllare che il programma sia rispettato anche per la distribuzione dei frutti, quando la scommessa sia stata vinta». Nello sviscerare le caratteristiche delle attuali associazioni di categoria, Stefano Trifirò si focalizza sulle attuali contingenze economiche e sulle potenzialità dell’intesa. «In tempi di crisi – evidenzia – ben vengano  gli accordi del patto interconfederale sulla tregua sindacale  in tema di sciopero. Pur non vincolando i singoli lavoratori non aderenti, hanno effetto  obbligatorio  per tutte le rappresentanze sindacali firmatarie dell’accordo operante in azienda. Quindi una risposta positiva del mondo del lavoro che pensa a migliorare la  produzione e l’occupazione». Tra le peculiarità del sindacato moderno, il giuslavorista Gabriele Fava torna a porre l’accento sulle complesse dinamiche tra sigle. «Nell’ambito della contrattazione collettiva e, soprattutto, nelle relazioni sindacali – rivela – si stanno creando nuovi equilibri. Ciò, soprattutto, per le diverse linee di pensiero che vi sono all’interno del sindacato. Per alcuni, infatti, le difficoltà economiche devono essere affrontate in senso “conservativo” senza flessibilizzare o innovare i rapporti di lavoro già colpiti dalla crisi economica. Per altri, invece, in senso più innovativo e progressista, la crisi coinvolge necessariamente tutti, ivi compresi i rapporti di lavoro che, da questo punto di vista, devono essere innovati e modificati con più elasticità, di pari passo con le aziende operanti in ambito internazionale». Correda questo ritratto del mondo sindacale post accordo, l’avvocato Marco De Bellis che tiene a operare un ormai sempre più citato e cruciale distinguo. «I sindacati – afferma - compiono un’attività fondamentale e insostituibile, sono la controparte ideale per chi rappresenta un’azienda. Il sindacato migliore, a mio avviso, è però quello non ideologizzato. Quello che sciopera perché in ditta non sono garantiti i sistemi di sicurezza, è un sindacato che fa un lavoro encomiabile (a questo riguardo mi chiedo dove fosse quello della Thyssen). Invece il sindacato che sciopera per una manovra finanziaria che lambisce solo in modo generico i prestatori di lavoro subordinato, secondo me è un sindacato politicizzato, che svolge un compito che non le è proprio».

 

Alessia Liparoti

 

 





            

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