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‘IL RALLENTAMENTO DELLA CINA E’ POSITIVO’. La disamina di Stephen S. Roach, Senior Fellow presso la Yale University Jackson Istituto per gli Affari Globali

20 Maggio 2013 - Autore: Redazione


NEW HAVEN – Il Pil cinese frena al 7,7%. La crescita annua del Prodotto interno lordo nel primo trimestre di quest’anno è stata di fatto inferiore alle attese. Anche se i dati non sono stati catastrofici rispetto alle previsioni generali dell’8,2%, molti (incluso il sottoscritto) si aspettavano un secondo rimbalzo positivo del trimestre dal rallentamento conclusosi nel terzo trimestre del 2012. In tutto il mondo gli scettici sulla Cina sono stati rapidi a buttarsi su questo dato, esprimendo i timori di uno stallo, o persino di un temuto double dip.

Ma un rallentamento del Pil è positivo per la Cina, dato che riflette la trasformazione strutturale da tempo attesa dell’economia più dinamica del mondo.  Le linee generali di questa trasformazione sono ben note: la transizione da una crescita guidata da export e investimenti a una struttura economica più incentrata sui consumi privati domestici. Meno noto è il fatto che una Cina ribilanciata debba avere un tasso di crescita più lento – i cui primi segnali potrebbero essere evidenti ora.

Una Cina ribilanciata può crescere più lentamente per una semplice ragione: traendo un maggiore supporto dalla domanda al consumo trainata dai servizi, il nuovo modello cinese abbraccerebbe una formula di sviluppo più incentrata sul lavoro. I numeri sembrano confermare questa situazione. Il settore dei servizi necessita di circa 35% di posti di lavoro in più per unità di Pil rispetto al manifatturiero e all’edilizia – i motori primari del vecchio modello.

Questa percentuale ha implicazioni potenzialmente enormi, perché significa che la Cina potrebbe crescere a un tasso annuo nel range del 7-8% e raggiungere comunque i suoi obiettivi in relazione all’occupazione e alla riduzione della povertà. La Cina ha lottato per riuscire ad ottenere questi obiettivi con una crescita inferiore al 10%, perché il vecchio modello non generava abbastanza posti di lavoro per unità di produzione. Nel momento in cui il settore manifatturiero cinese si è avvicinato alla catena del valore, le aziende hanno iniziato a sostituire sempre più lavoratori con le macchine di ultima generazione. Di conseguenza, il modello economico ha generato una dinamica di crescita tesa al risparmio di manodopera e ad alta intensità di capitale.

Per certi versi, ha senso. La sostituzione capitale-manodopera è al centro delle moderne strategie di produttività per le economie fondate sul manifatturiero. Ma in Cina ha creato una lacuna profonda: sempre più carente di lavori per unità di produzione, necessita di maggiori unità di produzione per assorbire la manodopera in eccesso. Alla fine questo è diventato più un problema che una soluzione. Il vecchio modello manifatturiero, che alimentava un incremento senza precedenti di 20 volte nel reddito pro capite rispetto all’inizio degli anni Novanta, ha altresì gettato i semi di un eccessivo consumo delle risorse e una degradazione ambientale.

La crescita trainata dai servizi è, per certi versi, l’antidoto per il modello di crescita “instabile, sbilanciato, scoordinato e insostenibile” che l’ex premier Wen Jiabao ha notoriamente criticato nel 2007. Eppure i servizi offrono più che un semplice percorso di crescita ad alta intensità di manodopera. Rispetto al manifatturiero, dispongono di minori risorse e garantiscono meno emissioni inquinanti. Il modello trainato dai servizi fornisce alla Cina una struttura economica alternativa, più rispettosa dell’ambiente e più sostenibile.

È prematuro, ovviamente, concludere che sia in atto una trasformazione incentrata sui servizi e diretta a un rallentamento della crescita. Gli ultimi dati indicano una tale possibilità, con il settore terziario (servizi) in espansione a un tasso annuo dell’8,3% nel primo trimestre di quest’anno – il terzo trimestre consecutivo di accelerazione e mezzo punto percentuale in più di guadagno del 7,8% registrato dal settore secondario (manifatturiero ed edilizia). Ma ci vorrà più di qualche trimestre di dati leggermente incoraggianti per avvalorare una transizione di tale importanza nella struttura alla base dell’economia cinese.

Non sorprende che gli scettici della Cina stiano dando rilievo ai recenti dati sulla crescita. I timori di una bolla creditizia indotta dalle banche ombra ora sono in cima alla lista, rinforzando le preoccupazioni di lunga data che la Cina possa soccombere alla temuta “trappola del reddito medio” – un rallentamento prolungato della crescita che ha intrappolato gran parte delle economie emergenti in forte crescita nel punto raggiunto ora dalla Cina.

Il Paese non è immune a una possibilità di questo tipo. Ma è improbabile che avvenga se riesce ad effettuare il ribilanciamento pro-consumi e trainato dai servizi che resta l’iniziativa strategica principale del suo attuale XII Piano Quinquennale. Certamente, la trappola del reddito medio affligge quelle economie emergenti che si aggrappano ai modelli di sviluppo prematuro per troppo tempo. Per la Cina, il rischio sarà elevatissimo se resta ancorata alla logora formula di crescita sbilanciata trainata dal manifatturiero e dall’edilizia, che ha creato questi gravi problemi di sostenibilità.

Se Cina non riuscirà ad effettuare un ribilanciamento, la debole domanda esterna derivante da un mondo sviluppato strangolato dalla crisi continuerà a far zoppicare la macchina dell’export, inducendola ad azzardare con il modello di crescita trainato dal credito e dagli investimenti – di fatto, focalizzandosi maggiormente sulla crescita ad alta intensità di risorse e non rispettosa dell’ambiente. Ma resto fiducioso sul fatto che la nuova leadership cinese agisca rapidamente per attuare il nuovo modello. Non ci sono alternative.

I mercati finanziari, così come le economie sviluppate affamati di crescita, non sono soddisfatti del ritmo con cui avanza la lenta crescita cui con buona probabilità sperimenterà un’economia cinese ribilanciata. I settori relativi alle risorse – in effetti, le economie basate sulle risorse come Australia, Canada, Brasile e Russia – sono diventati dipendenti dal vecchio impegno cinese dell’ipercrescita insostenibile. Eppure la Cina sa che è tempo di spezzare questa pericolosa abitudine.

Gli Stati Uniti avranno probabilmente un problema diverso con la crescita trainata dai consumi in Cina. Dopo tutto, un aumento dei consumi privati implica la fine del risparmio in eccesso della Cina – e quindi del riciclo apparentemente aperto di quel surplus in asset denominati in dollari come i buoni del Tesoro americano. Chi finanzierà alla fine il deficit di bilancio dell’America – e a quali condizioni?

Esattamente come la Cina deve abbracciare una crescita più lenta come conseguenza naturale del ribilanciamento, così il resto del mondo dovrà capire come conviverci.

 

 

 

©Traduzione di Simona Polverino




            

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